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UNIONE PROVINCIALE DEGLI INDUSTRIALI DI L’AQUILA – Assemblea annuale

Pianeta Impresa: L’Italia economica dopo Maastricht

Mercoledì 11 novembre 1998, alle ore 16,45 presso la Sala Conferenze del Castello Cinquecentesco, si è svolta l’assemblea annuale dell’Unione Provinciale degli Industriali di L’Aquila, convocata in seduta pubblica; l’incontro verterà sul tema: “Pianeta Impresa: l’Italia economica dopo Maastricht”.

L’incontro ha costituito una sorta di consulta dei presidenti delle principali associazioni di categoria della Regione Abruzzo, rappresentate da Pietro Barabaschi, Presidente della Federazione Regionale degli Industriali d’Abruzzo, Giorgio Rainaldi, Presidente del Comitato Regionale della Piccola Industria d’Abruzzo, Donato Lombardi, Presidente dell’Unione Provinciale degli Industriali di L’Aquila.

L’interlocutore politico è stato Antonio Falconio, Presidente della Giunta della Regione Abruzzo, il quale ha sottolineato l’impegno dell’amministrazione provinciale per offrire risposte concrete all’urgenza di una semplificazione delle procedure burocratiche e gestionali ed alla necessità di un patto tra produttori e politica, che superi i limiti dell’assistenzialismo ed offra invece strumenti concreti agli imprenditori.

Nonostante i molti impegni che lo trattenevano a Roma, nei giorni convulsi successivi all’insediamento del nuovo governo, il Presidente Giorgio Fossa ha voluto accettare l’invito dell’Unione Provinciale degli Industriali di L’Aquila e, nel suo intervento, ha illustrato la posizione della CONFINDUSTRIA riguardo alle tematiche centrali dell’attuale congiuntura economica.

Donato Lombardi – Presidente dell’Unione Provinciale degli Industriali

Autorità, colleghi ed amici, ringrazio tutti voi per essere intervenuti numerosi a questo incontro; ringrazio in particolare il Presidente Giorgio Fossa, il quale ha mantenuto la promessa di partecipare alla nostra assemblea ed ha voluto essere qui presente, nonostante una giornata densa di impegni.

Siamo riuniti nel capoluogo dell’Abruzzo, regione che fino a qualche generazione fa aveva un’economia basata sulla pastorizia e sull’agricoltura; l’avvento della grande industria ha trasformato questo territorio. Gli esiti della presenza di alcune industrie si sono resi evidenti lungo il percorso: l’Abruzzo è uscito dai limiti previsti per l’inserimento nell’Obiettivo Uno e si è sganciato dal Mezzogiorno, perché i parametri indicano che ha raggiunto livelli propri del Nord Italia, se non addirittura europei.

Questo risultato è dovuto in larga misura alla grande industria, che è venuta con capitali, uomini e professionalità esterni alla realtà regionale: quell’imprenditorialità che potremmo definire endogena, legata al territorio, in Abruzzo non è nata.

Non ha avuto modo di svilupparsi, o si è sviluppata in minima parte, perché fino ad una generazione fa mancava una precisa mentalità d’impresa; sta nascendo solo adesso, proprio grazie alla frequentazione con la grande industria: i pastori sono diventati operai, gli operai sono diventati imprenditori. Purtroppo da due anni sono cessati tutti gli incentivi prima disponibili, sicché l’imprenditoria abruzzese, che non era nata in passato, quando poteva godere di ampi incentivi, rischia di non riuscire a crescere nel presente, dal momento che si è usciti dall’Obiettivo Uno.

Non vogliamo lamentarci in modo sterile, non chiediamo finanziamenti, però riteniamo che un’industria, che nasca nel proprio territorio come un germoglio da una pianta, abbia bisogno delle agevolazioni di cui gode ancora il Mezzogiorno, di sgravi fiscali, di una riduzione sul costo del denaro; ciò vale per tutto l’Abruzzo, ma soprattutto per l’Abruzzo interno, dove le condizioni sono oggettivamente più difficili.

Giorgio Fossa – Presidente di CONFINDUSTRIA

Ringrazio il Presidente Donato Lombardi per avermi invitato oggi a questo incontro: non ho voluto mancare, anche se questi sono giorni particolarmente intensi, come potete facilmente immaginare, data la situazione di difficoltà in cui versano il nostro Paese e l’economia internazionale. Abbiamo in corso una serie di incontri con il Presidente del Consiglio e con diversi Ministri, per cercare di mettere in campo delle azioni che riescano a farci superare questo momento difficile.

Il mio intervento non sarà particolarmente lungo, in primo luogo per abitudine personale, secondariamente perché, a causa di altri impegni urgenti, devo ripartire entro breve tempo per Roma.

Per tornare al tema dell’incontro di oggi, “Pianeta Impresa: l’Italia economica dopo Maastricht”, dobbiamo dire che, quando nel maggio scorso è stato sancito il nostro ingresso nella moneta unica europea, abbiamo ritenuto questo un grande successo: un successo del Paese e di chi in quel momento era al governo. Sicuramente è stato un grande successo anche di CONFINDUSTRIA, che si è sempre schierata a favore della moneta unica; ogni volta che CONFINDUSTRIA ha criticato i governi, è intervenuta per indurre l’attivazione delle misure necessarie a centrare i parametri di Maastricht, ma anche per cercare di riordinare i conti pubblici del nostro Paese.

Alcuni passi sono stati fatti, ma purtroppo a nostro giudizio non sono stati fatti tutti quegli interventi a carattere necessariamente strutturale, che la situazione del nostro Paese esigeva. In ogni caso abbiamo raggiunto quel traguardo, avviando un risanamento che già ha portato innegabili vantaggi e soprattutto ci ha fatto crescere la nostra credibilità internazionale: sicuramente negli ultimi due o tre anni il nostro Paese, nonostante le difficoltà che attraversa, ha conosciuto una crescita.

Anche se in realtà la moneta unica partirà soltanto tra qualche settimana, i primi risultati dell’ingresso nella moneta unica sono già visibili: non possiamo dimenticare la funzione di scudo che l’Euro ha già svolto in termini di cambio sulla lira italiana, che nonostante i progressi fatti rimane sempre un anello debole all’interno del sistema delle valute europee. Le attuali crisi finanziarie internazionali non si sono abbattute pesantemente sulla lira italiana appunto perché essa fa parte dell’Euro. Un altro risultato che già abbiamo ottenuto è la riduzione dei tassi di interesse; questo beneficio non ha coinvolto solo i paesi dell’Euro, ma è chiaro che i Paesi della moneta unica ne hanno usufruito in maniera più ampia.

Dobbiamo del resto ricordare che il dividendo futuro dell’Euro è ancora in gran parte da definire: l’Italia deve costruirlo continuando il processo di risanamento e soprattutto facendo partire azioni precise per lo sviluppo. Molti imprenditori hanno segnalato, concordemente a CONFINDUSTRIA, che bisogna puntare l’attenzione sullo sviluppo, ma purtroppo si è scelto di operare in prevalenza sul risanamento. Siamo ancora in tempo affinché questo avvenga: è chiaro che non possiamo continuare a discutere e limitarci a mettere in campo i buoni propositi: è l’ora di portare azioni concrete, che siano tangibili da parte delle imprese, dei lavoratori e dei cittadini.

Bisogna creare un risanamento strutturale, che passa necessariamente attraverso una riforma dello stato sociale e delle pensioni, riforma che va valutata con la massima serietà. È necessario ed urgente riprendere in mano i conti pubblici, che riguardano le pensioni e lo stato sociale, e cominciare a stilare un progetto di intervento organico; in caso contrario non si risolverà l’attuale situazione di immobilità, né si otterrà la ripresa degli investimenti da parte dei cittadini, delle famiglie, delle imprese. Investimenti che sono il motore dell’economia, che generano la domanda del mercato, lo sviluppo produttivo, la nuova competitività delle imprese, e che quindi contribuiscono a creare posti di lavoro.

Per creare nuova occupazione bisogna avere la possibilità di sviluppare le nostre imprese, e questo accade solo nel momento in cui l’imprenditore vede che il mercato recepisce i prodotti; se continuiamo a stare in una situazione, che certo non è solo italiana, di stagnazione o di recessione, la crescita non sarà sufficiente a creare nuovi occupati, anzi difficilmente riuscirà a mantenere gli attuali livelli occupazionali. La recessione è alle porte e noi tutti, gli imprenditori, i cittadini, il governo e la classe politica in generale, abbiamo il dovere precipuo di mettere in campo strumenti nuovi che riescano a restituire fiducia e rimettere in moto i processi di sviluppo economico.

Affinché questo avvenga, in una situazione eccezionale come quella presente, è assolutamente necessario che vengano messi in gioco strumenti di intervento specifici; per dare ossigeno al sistema Paese si devono sciogliere alcuni vecchi nodi, che riguardano in particolare la pubblica amministrazione. Per questo motivo abbiamo chiesto più volte al governo di procedere con forza e rapidità all’attuazione dei provvedimenti introdotti negli ultimi anni dall’ex Ministro Bassanini.

Nell’interesse non solo della singola impresa, ma anche dei lavoratori e dell’intero sistema Italia, per restituire competitività alle imprese italiane e creare posti di lavoro reali, il primo passaggio fondamentale è una riduzione della pressione fiscale e contributiva, poiché su questa linea si stanno muovendo tutti i Paesi europei.

Un altro provvedimento potrebbe essere l’introduzione del credito di imposta: i cittadini e le imprese hanno bisogno di verificare e toccare con mano, in tempi rapidi, il vantaggio di investire nuovamente piuttosto che limitarsi a distribuire gli utili dell’impresa; questo riscontro è fondamentale in un momento in cui dobbiamo forzare gli investimenti nella produzione. Il credito di imposta è, a nostro giudizio, un intervento trasversale che non agevola alcuni settori a discapito di altri. Del resto quest’azione non comporta un minor gettito fiscale al paese: la diminuzione delle entrate dovuta al credito viene pareggiata, se non si riscontra addirittura un incremento delle entrate stesse, dal fatto che mette in moto un processo positivo, nel quale si avranno investimenti più ampi e le imprese, che lavoreranno e produrranno di più, pagheranno le tasse su un imponibile maggiore.

È una soluzione che Paesi economicamente importanti, come gli Stati Uniti d’America, hanno messo in atto moltissimi anni fa, rendendo sostanzialmente permanenti questi provvedimenti: gli Stati Uniti hanno addirittura allargato questo tipo di intervento, concedendo agevolazioni particolari a chi faccia investimenti per portare tecnologie avanzate all’interno delle imprese.

Per costruire il futuro dividendo dell’Euro in modo positivo per l’economia italiana, è necessario operare una riflessione forte sui problemi della flessibilità del mercato del lavoro, delle riforme, del processo di privatizzazione e di liberalizzazione. Anche in questo campo possiamo ricorrere alle esperienze di altri Paesi, che prima di noi hanno privatizzato e soprattutto hanno liberalizzato: dopo una prima fase, in cui non c’è stato un incremento evidente dei posti di lavoro, si è riscontrato che la concorrenza ha fatto moltiplicare il numero delle imprese e quindi crescere i livelli occupazionali.

Le privatizzazioni sono quindi fondamentali, perché non possiamo dimenticare che quello della disoccupazione rimane uno dei problemi più gravi, se non il più grave, che affliggono il nostro Paese. Tuttavia dovrebbero essere precedute, nei limiti del possibile, da un processo di liberalizzazione, perché non ho timore ad affermare che, se vanno eliminati i monopoli pubblici, bisogna combattere anche e soprattutto i monopoli privati.

Abbiamo di fronte a noi un 1999 che sarà certamente molto difficile, in particolare se non metteremo in campo soluzioni nuove: non sappiamo ancora quanto la crisi finanziaria internazionale abbia già prodotto il suo impatto sull’economia reale, perché molto spesso questa segue ad una certa distanza la situazione finanziaria. La ripresa delle aree maggiormente toccate dalla crisi partirà da un aumento delle esportazioni verso gli Stati Uniti d’America e l’Europa. Il Vecchio Continente, in particolare, oggi risente già della crescita della mole di esportazioni, che affluiscono da Paesi, soprattutto dell’Estremo Oriente, che hanno ricreato la loro competitività grazie alle fortissime svalutazioni.

Si ha per questo motivo la necessità che, nel nuovo patto sociale che si andrà a creare, vengano messe sul tavolo le esigenze di tutti, ma soprattutto che sia offerto il contributo di tutti, delle forze sindacali, delle realtà imprenditoriale, della componente politica a livello locale.

A proposito della realtà locale, sappiamo che L’Aquila si trova in una situazione difficile, ma diversa da quella che attraversa gran parte del Paese e che tocca anche le stesse Province limitrofe. Qui purtroppo la disoccupazione è più forte che altrove, e l’uscita dalla fase in cui le partecipazioni statali erano molto attive sul territorio avviene con particolare difficoltà: capisco per questo motivo la posizione dei lavoratori di queste aziende locali. L’impegno che ho preso in prima persona è di fare il possibile per mostrare il valore che hanno queste zone, la disponibilità dei loro lavoratori, la loro flessibilità. È un impegno ad agire nei confronti della politica a livello centrale, attraverso il Ministro dell’Industria, per segnalare la situazione di questa zona, che è colpita più di altre dalla disoccupazione e che soprattutto è uscita parzialmente dall’Obiettivo Uno senza passare dall’ammortizzatore rappresentato dall’Obiettivo Due.

È necessario che si presti una particolare attenzione a questa zona: insieme al resto dell’Italia centrale, questa zona deve costituire il punto di raccordo tra il nord ed il sud del paese; deve esistere una cerniera di collegamento, anche non tangibile, tra le due realtà estreme dell’Italia, e questa cerniera passa necessariamente anche per queste zone. Questa non deve essere considerata, né oggi né in futuro, una terra di nessuno, anzi è una terra alla quale gli imprenditori, i lavoratori, ma soprattutto la politica, devono prestare particolare attenzione: è a questo livello del nostro paese che si rischia la vera spaccatura.

Noi speriamo che questo non avvenga; sicuramente CONFINDUSTRIA, a livello centrale, e tutti i rappresentanti dell’associazione, a livello locale, faranno la loro parte per porre all’attenzione della classe politica questa realtà abruzzese, operando negli interessi dell’impresa, che mai come oggi sono gli interessi di tutto il Paese.

Antonio Falconio – Presidente della Giunta della Regione Abruzzo

Un saluto grato a lei, Presidente Regionale dell’Organizzazione imprenditoriale, agli imprenditori ed alle autorità presenti in questa sala. Mi collego alle conclusioni del Presidente Fossa, che ringrazio per la sua presenza; egli ha giustamente sottolineato la forte attenzione di CONFINDUSTRIA rispetto alle peculiarità dell’Italia Centrale e, per la sua specificità, della nostra Regione.

Io credo che la prima battaglia riguardi la ridefinizione della fisionomia delle nuove politiche strutturali dell’Unione Europea. Siamo ormai alla vigilia dell’adozione di questo nuovo strumento di governo dello sviluppo da parte della Comunità Europea, e in questo momento il problema di fondo per l’Abruzzo è di attestarsi su una duplice frontiera. Da una parte è necessario guadagnare la condizione di Regione inserita nella cosiddetta fase della transizione; dall’altra sarebbe opportuno mutare i parametri di riferimento dell’Obiettivo Due, perché la proposta della Commissione Esecutiva dell’Unione Europea, così come si prefigura oggi, non soddisfa l’ambizione dell’Abruzzo di essere collocato nella fascia di sviluppo.

L’Abruzzo non rientra nei parametri costitutivi dell’Obiettivo Due, perché, secondo i dati statistici, noi saremmo in una condizione che non ci assimila alle altre Regioni, mentre la linea di condotta, da noi contestata, dell’Unione europea è di considerare come unico elemento di misurazione dello sviluppo il Prodotto Interno Lordo. Per quanto riguarda la fisionomia del nuovo Obiettivo Due, la nostra Regione non sarebbe compresa in una serie di riferimenti, quali il disagio strutturale, proprio delle grandi realtà urbane, o al contrario le condizioni di spopolamento e di difficoltà dell’alfabetizzazione nelle aree rurali, che semmai valgono per alcune realtà molto più periferiche.

La nostra battaglia oggi è quella di sostenere l’esigenza comune, che la Regione Abruzzo ha posto, con la sua vicenda peculiare, per tutte le regioni d’Europa che usciranno dall’Obiettivo Uno: è necessario prefigurare un’azione specifica dell’Unione Europea per il governo della fase della transizione, progettata in termini diversi da quelli dell’Obiettivo Uno, ma che comunque si distribuisca sul territorio. Resta presente in Abruzzo una serie di problemi, anche sul piano infrastrutturale, che meriterebbero l’applicazione di questo regime di transizione: bisogna operare con estrema decisione, affinché siano mutati i parametri di riferimento del nuovo Obiettivo Due.

È necessario nel contempo guardare con attenzione anche ad altri tre aspetti della politica dell’Unione Europea, che attengono anch’essi alla vita delle imprese. In primo luogo il nuovo Obiettivo Tre, nella prefigurazione della commissione dell’Unione, non ha quella valenza ampia che sarebbe opportuna per una formazione professionale adeguata, anche in termini di management, e per l’acquisizione di alti livelli di qualità da parte delle imprese. In secondo luogo è necessario, per le imprese che operano nelle zone interne, il riconoscimento della specificità della situazione geografica e logistica delle aree montane, che oggi l’Unione si rifiuta di individuare, come del resto ignora la peculiarità della condizione delle isole. Infine il terzo aspetto del problema, che coinvolge la vita delle imprese, è l’urgenza di dare più forza e capacità strategica ai cosiddetti Programmi di Iniziativa Comune, cioè a progetti che abbiano una forte valenza organica e che si rivolgano a un territorio specifico.

In questa direzione abbiamo segnato un primo risultato, che di per se stesso non è certo definitivo, ma dimostra una volontà operativa e la determinazione comune delle Regioni italiane, del governo, del Parlamento. Il trattato di Maastricht ha dato vita al Comitato delle Regioni di Europa, in cui l’Italia è rappresentata da sei Presidenti delle Giunte regionali: presso quest’organismo abbiamo fatto il possibile per abbattere il muro dell’incomprensione e sollecitare un’attenzione nuova, affinché l’azione di governo della transizione venga estesa anche ai territori che sono usciti dall’Obiettivo Uno.

Credo che sia confortante riconoscere, nelle altre Regioni italiane ed europee, una diffusa consapevolezza verso questa tematica: la nostra opera di contestazione del nuovo Obiettivo Due, nei termini in cui è stato progettato, riassume un’obiezione condivisa da altre realtà europee. L’opposizione nasce dal fatto che, nelle zone attualmente assegnate a questo programma di sviluppo, si dovrebbe procedere ad una resettazione territoriale, e quindi si avrebbe una pesante penalizzazione delle economie regionali.

Per rafforzare questa nostra presenza a livello comunitario, abbiamo finalmente costituito una rappresentanza abruzzese a Bruxelles, che si realizza in un’alleanza, stretta insieme alle altre quattro Regioni dell’Italia Centrale, con una sede comune, per quanto riguarda i servizi, e con la specificità di azione per ogni Regione attraverso una propria rappresentanza. Quest’organismo è a disposizione delle categorie produttive, in primo luogo degli imprenditori, per tutte le azioni per le quali potesse essere utile il concorso della Regione.

Ovviamente questa iniziativa e la forte presenza a livello comunitario contemplano anche un forte e deciso impegno, affinché a livello nazionale non si compia un permanente peccato di omissione rispetto all’applicazione del regime degli aiuti nazionali.

Anche la recentissima inaugurazione della nuova sede per la Società I.GI per l’Imprenditoria Giovanile, che si riferisce direttamente allo specifico territoriale e segna la regionalizzazione delle forme di assistenza e tutoraggio per i nostri giovani aspiranti imprenditori, nasce dalla continua esigenza di rammentare la specificità dell’Abruzzo, non tanto agli organi istituzionali, quanto ad una struttura burocratica che, nei suoi schemi preconcetti, tende ad ignorarla. Il nostro impegno oggi deve essere volto da una parte a combattere la battaglia a livello comunitario, cercando le alleanze necessarie e rendere percorribile questo percorso, e dall’altra ad evitare in ambito nazionale questa pratica della dimenticanza nei confronti delle esigenze della Regione: si deve sottolineare con insistenza il significato vitale per l’Abruzzo dell’applicazione dei programmi di sviluppo previsti dalla Comunità Europea.

Naturalmente esiste poi uno spazio di intervento specifico della Giunta Regionale e delle Province, dei Comuni, degli Enti locali: ritengo che, rispetto alla fase difficile che sta attraversando l’economia generale, è indispensabile tenere presente che l’Abruzzo si trova in un sistema di competizione reso più spietato da questa grave situazione contingente. In rapporto al sistema delle imprese e per difenderne la vitalità, occorre realizzare una forte sinergia tra tutti gli organi istituzionali, ai quali l’impresa si rivolge, pur nella sua totale autonomia, per avere la garanzia di quello spazio di libera iniziativa, che ad essa è necessario per il suo sviluppo.

Tenendo conto del grande bisogno di posti di lavoro e di prospettive per l’occupazione, devo essere grato, nell’espletamento della responsabilità politica che ho attualmente, sia agli imprenditori sia ai sindacati abruzzesi per l’approccio costruttivo che è stato posto ad una serie di questioni. Da parte nostra, attiveremo a partire da quest’anno delle procedure innovative in materia di ingegneria finanziaria, al fine di collocare il prodotto Abruzzo sui mercati internazionali: avremo in questo modo accesso alle risorse che ci sono necessarie, per porre in campo una serie di iniziative di sostegno.

Credo quindi che oggi ci siano forti e decisive condizioni per lavorare insieme: tutti abbiamo interesse che l’impresa cresca e che con l’efficienza dell’impresa cresca anche l’occupazione e la qualità complessiva della nostra vita. Rinnovo quindi i miei auspici in tal senso, con la sincerità e la passione di chi crede nel futuro di questa Regione.

Giorgio Rainaldi – Presidente del Comitato Regionale della Piccola Industria d’Abruzzo

Oggi, in questo incontro, è doveroso parlare anche della Piccola Industria, che a L’Aquila è nata in un momento di grande difficoltà, nel 1970, vale a dire in un periodo che in città vedeva l’affermazione progressiva della presenza della Grande Industria, che ha certamente contribuito allo sviluppo dell’economia locale.

Pur nelle difficoltà, la Piccola Industria tuttavia ha trovato un percorso di crescita e di affermazione, arrivando a creare un panorama diversificato e vitale. È indubbio, infatti, che nella nostra Provincia ci sono piccole industrie di grande interesse, che pochi conoscono, perché non suscitano scalpore, non sono aziende in crisi per le quali si attivano tutte le problematiche sindacali. Purtroppo oggi si tende a sottolineare solo gli effetti della crisi internazionale sulle imprese, e si trascurano le realtà locali che meritano di essere apprezzate per le loro capacità produttive.

La Piccola Industria, come indubbiamente anche la grande industria, oggi vive grandi incertezze, vive le difficoltà di non trovare interlocutori, sebbene nel nostro territorio le imprese di piccole dimensioni riescano ancora a rimanersi ancorate alla realtà locale e dare lavoro a migliaia di persone. Le parole del Presidente Falconio purtroppo non riescono ad offrire delle certezze ai piccoli imprenditori: infatti noi affrontiamo quotidianamente una serie di problemi, che rendono gravosa la gestione di un’attività imprenditoriale ed impediscono spesso di acquisire uno spazio maggiore sul mercato nazionale ed internazionale.

Conosciamo ad esempio l’incertezza che complica l’acquisto del terreno, su cui impiantare la nostra azienda, perché non è dato saperne il costo ed i tempi in cui sarà reso disponibile. Conosciamo l’incertezza legata all’erogazione delle incentivazioni, previste dalla Legge 64: ci sono stati dei periodi di totale vacatio in cui non si capiva se l’Abruzzo rientrasse o no nell’Obiettivo Uno, e quindi se avesse diritto ad avere delle agevolazioni e degli interventi di sostegno allo sviluppo. Conosciamo anche i vincoli della burocrazia, che generano anche delle palesi contraddizioni: poiché le nostre sono imprese a carattere generale, siamo obbligati a stipulare un’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, che in realtà non ci tutela economicamente nei casi in cui siamo riconosciuti colpevoli.

Qualche certezza però resta ai piccoli imprenditori: sicuramente dobbiamo essere consapevoli di fare sacrifici per la nostra azienda e certamente di pagare le tasse più alte d’Europa, che spesso sono così gravose da immobilizzare le nostre possibilità d’espansione. In queste condizioni, un giovane ha ovvie difficoltà a scegliere ragionevolmente la strada dell’imprenditoria, perché il cammino è irto di difficoltà e non ci sono prospettive di crescita. Per il futuro, invece, non possiamo avere alcuna certezza, perché non possiamo contare su alcuna incentivazione del nostro lavoro, in quanto oggi l’Abruzzo è l’unica regione europea che non appartiene a nessun obiettivo o programma di sviluppo.

Il tema dell’incontro era “L’Italia economica dopo Maastricht”; io ho notato che per molti, e per gli uomini politici in particolare, rientrare nei parametri stabiliti a Maastricht per accedere alla moneta unica è stato un traguardo, quasi fosse la panacea per risolvere i problemi dell’economia italiana. Penso che al contrario, per quanti come me sono nati ed hanno sempre lavorato in una bottega, l’ingresso nella moneta unica rappresenta il punto di partenza verso un nuovo processo di crescita economica. Un punto di partenza al quale, però, ci presentiamo in una situazione che sicuramente ci attribuisce degli handicaps, quali lo spettro dell’introduzione forzata delle trentacinque ore, l’eccessiva pressione fiscale, una flessibilità ancora non ben regolamentata.

Per questo motivo dovremmo cercare di migliorare i presupposti con cui ci accingiamo ad entrare in Europa, stabilendo dei rapporti e dei canali di comunicazione con le istituzioni, per esempio rendendo più proficuo l’operato dei moltissimi tavoli di concertazione attivati su queste problematiche.

L’Abruzzo e la Provincia aquilana in particolare hanno fatto molti passi avanti, grazie al sacrificio di uomini che hanno messo in campo il massimo delle loro capacità, grazie al sacrificio di operai e di giovani che si sono impegnati in prima persona, affinché la Piccola Industria, che trenta anni fa era pressoché inesistente nel nostro territorio, potesse crescere ed arrivare a proporsi in ruoli competitivi sui mercati. Le istituzioni e le forze politiche hanno operato cercando di far progredire la nostra Regione, ma spesso mancano purtroppo della concretezza necessaria, mentre dobbiamo cercare di essere pronti e di lavorare sempre per migliorarci, e soprattutto dobbiamo impedire che venga meno la fiducia dei lavoratori e degli investitori, perché questo porterebbe alla paralisi della macchina produttiva.

Per quanto riguarda il costo del denaro, ad esempio, oggi siamo quasi ai livelli europei, ma è evidente la mancanza di una struttura bancaria capace di intendere l’imprenditoria, ed i progetti che l’imprenditore può realizzare; questa carenza, che soffoca le nuove iniziative, soprattutto dei piccoli imprenditori, deve spingerci ad un rinnovato impegno per creare entità bancarie che diano più valore al pensiero ed alla concretezza dell’impresa che al peso del patrimonio.

In particolare, per poter andare avanti, dovremmo riuscire ad avere una pressione fiscale che sia sostenibile, una burocrazia controllabile, una flessibilità che renda meno drammatiche le prospettive della crisi occupazionale: solo quando il lavoratore che perde il posto di lavoro potrà sperare di trovarne rapidamente un altro, potremo ritenere di essere in grado di governare il problema dell’occupazione.

Pietro BarabaschiPresidente della Federazione Regionale degli Industriali d’Abruzzo

Consentitemi di non parlare della specifica situazione abruzzese, che hanno già trattato il Presidente Falconio ed il Presidente Rainaldi; in particolare convengo con il Presidente Falconio riguardo all’impegno da profondere, affinché l’Abruzzo possa avere un periodo di transizione guidata, mentre è doveroso ammettere che la nostra Regione è stata troppo spesso dimenticata da parte del governo centrale.

Venendo al tema del Pianeta Impresa, mi permetto di allargare il concetto e definire l’impresa più che un pianeta una stella: come il sole è la stella che ci dà energia e senza la quale non potremmo vivere, così l’impresa è l’entità che produce ricchezza. La ricchezza non cresce spontaneamente, ma viene prodotta ed è l’unico mezzo per creare occupazione, che rappresenta un altro importantissimo obiettivo; può sembrare spiacevole affermare che l’occupazione è un sottoprodotto, ma in realtà, se non si passa per l’impresa e non la si lascia produrre ricchezza oggettiva, non si possono produrre nuovi posti di lavoro.

A proposito del secondo tema dell’incontro “L’Italia economica dopo Maastricht”, vorrei indicare quelli che, secondo me, sono i vantaggi e gli svantaggi del trattato europeo sulla moneta unica. Un vantaggio è immediato e palese è rappresentato dall’introduzione dell’Euro, che consente di poter spendere e fare interscambi la stessa moneta in tutta Europa. Tuttavia il vero vantaggio, che la moneta unica europea ci garantisce, è quello rilevato in precedenza dal Presidente Fossa: l’uniformazione dei livelli di cambio tra le divise europee porterà indiscutibilmente una nuova stabilità monetaria, e di conseguenza un’importante riduzione del costo del denaro.

Questi due elementi sono in condizioni normali un ottimo sostengo agli investimenti ed un incentivo all’attività imprenditoriale; però costituiscono un vantaggio modesto, qualora non si traducano poi in congrui profitti per le imprese, che a loro volta alimentino se stessi ed i processi produttivi, e quindi l’occupazione.

Personalmente mi considero un Euro-scettico, certamente non sono contrario all’introduzione della moneta unica, anzi sono assolutamente favorevole, tuttavia, con una certa dose di realismo, cerco di valutare anche le enormi differenze storiche e culturali che esistono tuttora tra la Mitteleuropa e l’Italia.

Per questo motivo guardo con autentico timore a quella stabilità monetaria, perché rappresenta una palese riduzione delle possibilità di competitività valutaria: in futuro non potremo più svalutare o rivalutare la nostra moneta per aumentare rispettivamente le esportazioni o le importazioni. Questa stabilità costringerà ineluttabilmente le imprese a recuperare la competitività perduta perseguendo più alti livelli di efficienza, investendo nella logistica e nel marketing, preferendo una maggiore automazione degli impianti, con grave pericolo ovviamente per la conservazione dei posti di lavoro. Se un paese dell’area dell’Euro, palesemente più forte del nostro, come la Francia o la Germania, comincerà a marciare a velocità maggiore, non potremo più ricorrere ai cambi per competere: il bilanciamento tra le due economie avverrà con una riduzione di prezzi, di utili, dei salari, e di conseguenza anche del numero degli occupati.

A questa rigidità della moneta unica si aggiungono le tantissime difficoltà causate dalla staticità della nostra struttura statale: tasse altissime, oneri contributivi eccessivi, flessibilità del mercato del lavoro in sostanza nulla, non ci rendono competitivi, in regime di moneta unica. Si potrebbe dire paradossalmente che nell’impresa viene punita l’efficienza, tassandola, e viene premiata l’inefficienza, sovvenzionandola, mentre per quanto riguarda l’individuo, senza il quale l’impresa non può esistere, nulla è fatto per garantire un’istruzione polivalente, che gli permetta di adattarsi all’ineluttabile perdita del posto fisso ed a cambi sempre più frequenti di impiego.

Del resto è necessario acquisire piena consapevolezza del fatto che l’era del posto fisso, nella realtà della competizione internazionale, è finita. Il banco di prova di questo governo sarà proprio il suo comportamento, in relazione all’introduzione delle trentacinque ore, che se applicate per legge porterebbero ad un aumento del costo del lavoro tale da portarci dall’attuale stagnazione ad una vera e propria emergenza.

L’ultimo governo ci ha portato in Europa con maquillages di bilancio, rimandi di spesa, promesse vaghe di flessibilità, aumento palese delle tasse. Ora abbiamo un nuovo Esecutivo, che, come tutti i governi, sta tracciando le sue linee di intervento e sta facendo quindi delle promesse. Concordo con il Presidente Fossa che noi imprenditori non dobbiamo avere pregiudizi verso i governi della destra o della sinistra, perché a noi, come credo anche ai cittadini, interessa unicamente una politica autenticamente liberale e democratica, che consenta una sufficiente libertà economica. Purtroppo, però, temo che, dalle premesse che si stanno ponendo, si debbano nutrire forti dubbi sulla possibilità di una vera liberalità da parte di questo governo. A mio avviso non ci resta che sperare l’impossibile, vale a dire che, come afferma Orwell, “il linguaggio della politica non sia come sempre disegnato per vestire di verità le menzogne e dare una parvenza di solidità al vento della retorica”.

Vorrei concludere trattando il tema, a mio avviso centrale, della questione morale: in questo Paese dalle straordinarie potenzialità economiche, soprattutto delle Piccole e Medie Imprese, dall’ingegno e dalla versatilità che tutta l’Europa ci invidia, il livello generale della moralità è scaduto in modo intollerabile. Parallelamente all’incarico di Presidente della Federazione Regionale degli Industriali d’Abruzzo, presiedo la sezione locale dell’Associazione del Buon Governo, che si è prefissa un obiettivo di moralizzazione del panorama politico in generale, e che tutti i giorni si impegna proprio per perseguire questa finalità.

Termino quindi il mio intervento rivolgendo una prova di appello a tutti i cittadini, a cominciare da me stesso, agli imprenditori ed ai politici cittadini, per un’autentica mobilitazione morale, determinata, paziente, perseverante, che costituisca una solida fondazione per l’immensa opera dell’Europa unita che ci accingiamo a costruire, e senza la quale non solo non riusciremo ad entrare da pari nella Comunità, ma soprattutto non riusciremo ad acquisire quella civiltà morale autenticamente europea.

Donato Lombardi – Presidente dell’Unione Provinciale degli Industriali

Alla fine di questo incontro, vorrei toccare un argomento che, secondo me, è tra i più importanti, vale a dire la necessità improrogabile delle imprese di poter programmare i propri interventi di sviluppo, necessità che viene purtroppo delusa dai continui cambiamenti di rotta dovuti all’instabilità politica.

Se noi Italiani, come sostiene Modigliani, smettessimo di comportarci da furbi e riuscissimo a raggiungere una sufficiente capacità programmatica non avremmo rivali al mondo. La classe politica può contribuire in questo senso, assicurando una sufficiente stabilità che consenta di programmare a lungo termine i nostri investimenti: la stabilità è figlia di una legge elettorale maggioritaria che finalmente garantirebbe l’alternanza dei partiti politici al governo, e farebbe finalmente uscire l’Italia dall’incertezza, dall’instabilità, dal famigerato trasformismo che l’affligge.

A questo proposito mi fa piacere citare un nostro conterraneo; nel suo recente elzeviro, pubblicato sul quotidiano “Corriere della Sera”, Natalino Irti afferma che “la semplificazione politica ed il bipolarismo, che referendum e nuove leggi elettorali avrebbero dovuto determinare, incontrano ostacoli e resistenze: la varietà delle nostre tradizioni culturali, il gusto compromissorio, la sensibilità ai chiaroscuri politici non si lasciano facilmente debellare e rivelano che le leggi elettorali sono un dopo e non un prima dell’azione politica”. Da questa acuta analisi si desume che l’ostacolo è ancora di natura culturale, e c’è da chiedersi se i nostri politici riusciranno a debellare il trasformismo nato da leggi elettorali improprie: liberarci da questo fardello significa anche entrare in Europa a pieno titolo e crescere con essa.

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