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Sulmona: un Consorzio per lo Sviluppo Industriale con tutte le carte in regola… o quasi

Eppure i problemi restano sempre gli stessi

 

E’ un cuore pulsante il Consorzio per lo Sviluppo Industriale di Sulmona. Un fucina di idee e di iniziative che sembra aver superato le “basse” esigenze tecniche di infrastrutturazione ed urbanizzazione, e che vuole stagliarsi come una perla nel panorama generale dei Consorzi abruzzesi: perfetta sintonia con le istituzioni, rispetto delle direttive comunitarie e delle certificazioni nazionali, coacervo di progetti che superano le terrene contingenze della quotidianità industriale, modello di proposizione ed innovazione. Il tutto, condito da sapiente e lungimirante attenzione alla formazione ed all’educazione dei giovani allo spirito imprenditoriale locale, aspetto che fa del Consorzio peligno un ente all’avanguardia nel perseguimento del “lifelong learning” e del “lifewide learning” (rispettivamente, “istruzione e formazione permanente” l’uno, “istruzione e formazione che abbraccia tutti gli aspetti della vita”, l’altro), sul cui tasto da  dieci anni batte ininterrottamente la Comunità europea.  Ma non è tutto oro quello che luccica. Le buone intenzioni e gli ottimi investimenti devono spesso remare contro una serie di oscure forze: lungaggini burocratiche, attesa di fondi, limiti di un anacronistico sistema economico, esigenze politiche, turbolenze del mercato.

Vediamo perché non tutto “luccica” sotto il sole con l’aiuto del Presidente e del Direttore del Consorzio.

 

La parola al Presidente del Consorzio per lo Sviluppo Industriale di Sulmona, Silvana D’Alessandro

 

Quali sono le problematiche che incontra l’imprenditore che vuole insediarsi nell’area industriale del Consorzio per lo Sviluppo di Sulmona?

«Generalmente non si presentano grandi problemi relativi ai servizi basilari, perché il Consorzio per lo Sviluppo di Sulmona è ben dotato. Dal punto di vista dell’urbanizzazione abbiamo esaurito tutto il possibile, dalle infrastrutture necessarie (strade, reti idriche, reti fognarie, gas metano ecc.) agli impianti tecnologici (depuratori, impianti di smaltimento dei rifiuti), e fra tutti vorrei ricordare l’ottimo impianto chimico-fisico e depuratore che consentirà alle aziende, anche quelle agroalimentari, di poter eliminare e smaltire fanghi e sostanze smaltite finora fuori Abruzzo. Una difficoltà seria riguarda, invece, lo smaltimento dei fanghi. Il nucleo di Sulmona ospita aziende che hanno una particolare esigenza di eliminare questo tipo di rifiuti, smaltiti finora fuori dall’Abruzzo, negli impianti più facilmente raggiungibili di quello già presente a Teramo, che copre tutta la zona costiera. Abbiamo sentito quindi l’esigenza di realizzare un impianto chimico-fisico da affiancare al depuratore, che permettesse alle aziende di risparmiare notevolmente, sia in termini di abbattimento dei costi, sia per la convenienza del trasporto che per il risparmio di tempo. E’ un impianto all’avanguardia nel rispetto dell’impatto ambientale, dotato di tutte le certificazioni previste dalle leggi europee e nazionali».

 

L’espropriazione delle aree ai privati: in che situazione si trova il Consorzio di Sulmona? In molte circostanze il non possedimento delle aree ha provocato rallentamenti nell’insediamento aziendale nel caso migliore, e l’allontanamento dell’imprenditore nel peggiore.

«Quello dell’espropriazione delle aree ai privati è un problema comune a tutti i Consorzi. Quello di Sulmona è ben dotato anche da questo punto di vista. Pur cercando di seguire tutto l’iter nella maniera più rapida possibile, spesso si incorre in contenziosi e intoppi di vario tipo che rallentano il processo, perché abbiamo comunque interlocutori privati».

 

Tra i progetti e le acquisizioni più recenti, quali si sente di segnalare come innovativi?

«Innanzitutto la realizzazione di una rete capillare di fibra ottica di 30 km che interessa il nucleo industriale ed urbano, e che collega tra loro 3000 utenze. E’ un progetto, all’avanguardia, l’area del Consorzio di Sulmona è la più cablata di’Italia. Ora stiamo attendendo gli ultimi fondi, individuati in un vecchio Docup, per realizzare la parte finale del progetto. E’ una rete che può raggiungere dimensioni ben più estese di quelle attuali, e potenzialmente estendersi fino alla Valle Subequana e alle altre due realtà industriali di Corfinio e Raiano. Così come è stata progettata, la rete permette la trasmissione di immagini in videosorveglianza, coprendo le zone nevralgiche della città di Sulmona, il centro storico e le zone limitrofe, fino all’ospedale, proponendosi come un robusto servizio di estrema importanza per i cittadini, dotato di web-cam utili per il monitoraggio degli eventi e manifestazioni più importanti per la città, come la Pasqua e la Giostra Cavalleresca, e per il controllo delle Zone a Traffico Limitato. A quest’ultimo scopo è prevista la realizzazione di una Cabina di comando all’interno del sito dei Vigili Urbani e di una Centralina di Servizio Mobile. Il progetto sarà messo a disposizione delle aziende che, si spera, sapranno trarne vantaggio, e delle istituzioni, prime fra tutte il Comune, nostro principale interlocutore. La rete sarà probabilmente attiva tra la fine del 2006 e Gennaio 2007».

 

Insomma un’oasi felice… Ci parli un po’, invece, delle difficoltà concrete che vivono gli imprenditori di Sulmona.

«Tra tutte la forte crisi che da vent’anni attanaglia la zona, come molte altre dell’Abruzzo, a causa della progressiva deindustrializzazione ed espoliazione di siti industriali, con conseguente contrazione degli addetti. Solo dal 2005 al 2006 si è passati da 2600 unità alle 1700 attuali, per non parlare delle piccole imprese che nell’ultimo anno hanno perso altri 60 posti di lavoro. Pensiamo all’AGFA (ex LASTRA), che ha chiuso da poco senza nessun preavviso o segno di cedimento apparente, oppure alla Finmek, che unisce L’Aquila e Sulmona in un comune destino: 122 persone senza lavoro per la prima, 170 per la seconda. Molti siti industriali sono stati letteralmente cancellati: come si vede, pur essendo adeguatamente dotata, l’area di Sulmona soffre una grave deindustrializzazione, ed un calo di interesse da parte dell’imprenditoria locale al quale bisogna far fronte». 

 

In che modo?

«Attraverso molteplici interventi. E’ importante convertire le grandi superfici degli opifici dimessi, ad esempio, con un piano industriale adeguato e moderno, tutt’oggi inesistente, che accolga strutture diverse, snelle e flessibili. Occorre poi un ripensamento del modello stesso di fare imprenditoria, della politica che vi sta alle spalle, per promuovere adeguatamente la cultura imprenditoriale…: non esiste più la Cassa per il Mezzogiorno, che elargiva finanziamenti spesso a fondo perduto e che ha permesso, durante gli anni ’70 e ’80, l’insediamento di imprese grandiose. Sfruttati i contributi, bruciate le risorse, di quei capannoni oggi non resta neanche l’ombra. Unica superstite è la FIAT Magneti-Marelli, ultimo esempio di un’azienda robusta. Intanto bisogna intervenire con un programma di politica industriale serio, ampio, rivolto più ad un’imprenditoria esogena che endogena, che faccia leva sulle vocazioni del territorio, sulla valorizzazione delle nostre potenzialità, a partire dall’artigianato e dall’agro-alimentare fino alle grandi aziende, necessarie perché sono quelle che fanno i numeri… Una politica industriale che stimoli l’iniziativa e promuova l’innovazione, che aiuti a procedere a piccoli passi nonostante le difficoltà finanziarie. Un cambiamento significativo in direzione dell’ampliamento della capacità propositiva dei Consorzi è stato il ripristino, da poco più di un anno, dei Consigli di Amministrazione, che sostituiscono i vecchi Commissari Straordinari».

 

Perché non si riesce a risalire la china di una crisi tanto lunga e costosa in termini di posti di lavoro ed economici, che non permette nemmeno di godere delle risorse, a suo dire, eccellenti, che offre un Consorzio come questo?

«Perché ancora non si capisce che c’è stato un tipo di industrializzazione, come dire, amputata dell’elemento vitale che è l’imprenditoria locale, l’unica che può controbilanciare la deindustrializzazione in atto. E’ stata, finora, un’imprenditoria “acefala”, che è andata avanti più con le gambe che con la testa. Dal canto nostro, abbiamo cercato di migliorare i servizi, andando ben oltre i problemi dell’urbanizzazione, investendo anche in formazione per aiutare una simile nuova cultura imprenditoriale locale ad emergere con caratteristiche moderne. Soprattutto rivolgendoci a quella giovanile e femminile. Non a caso ospitiamo un Centro di Alta Formazione, del quale siamo soci, con l’obiettivo di concludere uno studio serio sul potenziale economico dell’area e commissionare un progetto di attrazione di giovani imprenditori. Tra i corsi di formazione promossi vorrei ricordare quello dell’EMAS, sulla qualità ambientale ed industriale, ben voluto dalla stessa Ue. Ma, ripeto, dalla crisi si esce solo puntando sulle tecnologie e sull’innovazione».

 

Occorre insomma, un’opera a tutto tondo di “svecchiamento”…

«Non a caso un altro problema da risolvere è la Variante al nostro Piano Regolatore, perché è ancora vigente quello di trent’anni fa: come si può pretendere di essere appetibili per le imprese, se adottiamo ancora un Piano tanto vecchio? Oggi è difficile che arrivino in un’area come la nostra aziende di grandi dimensioni, bisogna ridimensionare le aree per insediamenti futuri, che hanno caratteristiche completamente diverse rispetto a quelle del passato».

 

E’ importante, secondo lei, instaurare una dialettica costante con tutte le altre istituzioni e le realtà del territorio?

«E’ assolutamente fondamentale creare una rete di contatti e collaborazioni con tutti gli attori territoriali e istituzionali: dal Comune alle scuole, coinvolgendo, naturalmente, le imprese. C’è, però, ancora molta sfiducia ed è nostro compito infondere vere e proprie “iniezioni di fiducia”, assicurando l’aiuto, dimostrando che gli strumenti per affrontare la sfida del mercato ci sono e sono buoni, curando i rapporti e la risoluzione dei problemi che gli imprenditori ci presentano. L’instaurazione di una dialettica fertile e costruttiva, che vada al di là  della semplice assistenza e offerta di servizi, è un presupposto  fondamentale, per ottenere la quale bisogna lavorare insieme. Per gli imprenditori il Consorzio deve essere un punto di riferimento: è o no, dopo il Comune, uno degli Enti più importanti della zona?»

 

 

Tra crisi e mancanza di incentivi,

i problemi sono solo di sviluppo non del Consorzio

Intervista al Direttore Franco Iezzi

 

In che stato di salute versa, secondo lei, il Consorzio di cui è direttore?

«E’ un agglomerato industriale dotato di tutto quanto necessario in termini di infrastrutture di base; alcune soluzioni sono eccellenti, come  il cablaggio in fibra ottica e l’impianto chimico-fisico. La situazione congiunturale delle zone interne dell’Abruzzo, purtroppo, non rende fruibili tanti vantaggi: la crisi industriale attanaglia, come si sa, tutta la regione, un po’ meno le zone costiere, e a questo si aggiunge la mancanza degli incentivi economici, che in passato avevano permesso a numerose aziende, anche di vaste dimensioni, di insediarsi qui. Mancano, inoltre, le strutture di servizi a favore delle aziende. E’ questo che non rende appetibile la zona, creando un impasse che deve essere superato con una riflessione realistica».

 

Incentivi che mancano, una linfa vitale che sostiene un comparto produttivo. Ma con un ritorno degli incentivi non c’è il rischio di un “assistenzialismo” dannoso per lo sviluppo industriale?

«Il rischio c’è, ma gli aiuti infondevano sicurezza negli investimenti ed attiravano imprenditori. Un imprenditore che decidesse ora di aprire una fabbrica qui, troverebbe tutte le infrastrutture necessarie per la sua attività, e forse anche di più, ma mancano gli incentivi, e questo basta a far sì che essi siano attratti da altre zone, anche abruzzesi, dove gli incentivi permangono. Siamo in un momento di transizione da una fase assistenzialistica ad una di audacia ed autosufficienza, del quale attendiamo la fine, ma forse ci vuole ancora tempo. Se mi permette una metafora, siamo come il malato che esce dalla sala di rianimazione, dove è stato accudito ed assistito e che si accinge a camminare con le proprie gambe e ad imparare a farcela da solo. Questa è la fase in cui dimostrare di essere capaci di andare oltre i contributi. Ma mi chiedo: soddisfiamo questo requisito? Ciò che è stato costruito basterà? La risposta resta un’incognita. Per tornare al parallelo, quella della “riabilitazione” è la fase decisiva per il paziente in convalescenza: è in questo momento che rischiamo di giocarci tutto se non ci sforziamo con tutte le nostre energie ad inventare uno sviluppo autonomo».

 

E allora come affrontare questo cambio di prospettiva?

«Come una sfida positiva, perché ci stiamo profondamente impegnando. Io lavoro in questo consorzio da 35 anni, e ne sono orgoglioso: tutti siamo consapevoli di attraversare un momento di passaggio, da affrontare con inventiva, capacità di rischiare, ma anche prudenza e cautela, affinché il paziente riesca a camminare con le proprie gambe».

 

Rispetto ad un anno fa, in che direzione vede un cambiamento, anche alla luce delle recenti dismissioni, avvenute senza apparenti avvisaglie, come quella dell’ex LASTRA?

«I fatti parlano da soli: la LASTRA ha chiuso, la Finmek anche… abbiamo centinaia di famiglie in mezzo alla strada, e questo è il nostro principale problema. Dobbiamo stare all’erta, perché i cedimenti improvvisi sono sintomatici di un tessuto industriale gracile, ed è lì che dobbiamo intervenire. In un certo senso deve cambiare anche l’approccio culturale al problema. Io non credo che gli imprenditori chiudano le fabbriche senza motivazioni valide e spesso dietro la chiusura di una fabbrica c’è la mancanza di un processo di innovazione e la dura legge del mercato. Pensiamo alla LASTRA, il cui settore ha subìto una profonda trasformazione tecnologica. Ci vuole una vera e propria rivoluzione, ed il coraggio di fronteggiare la situazione con innovazione, capacità di rischio, dinamicità, che mancano all’imprenditore aquilano che, rispetto al dinamismo delle zone costiere, cammina con una marcia in meno. Occorre più grinta e meno filosofia, meno attenzione alle nostre “origini nobili”, alla storia, alle giostre e alle sagre, che senz’altro servono, ma l’economia e la ricchezza girano dove c’è la fabbrica che funziona. Di questo bisogna ancora prendere coscienza».

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