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Sulmona. Di Carlo a Il Messaggero: l’impresa sostenibile porta benessere al territorio…e fa turismo

Bomboniera tra le bomboniere, c’’è una fabbrica moderna dal sapore antico. Nel cuore dolce d’Abruzzo, nella città dei confetti, Sulmona: Abruzzo Open Source incontra William Di Carlo, 49 anni, da trenta al servizio dell’azienda di famiglia fondata nel lontano 1833. Una delle case più famose al mondo per un prodotto, i confetti, che nel mondo porta in alto, con orgoglio, il nome di Sulmona e quello dell’Abruzzo. Dire confetti, nel mondo, vuol dire Sulmona «Senza dubbio la città è legata a doppio filo a questo prodotto, tuttavia Sulmona copre soltanto un mercato minimo a livello nazionale: rappresenta appena il 5% del fatturato italiano. La grande fetta del settore la gestisce l’area napoletana, che offre prezzi a dir poco competitivi»

Sì, ma è tutto un altro sapore.

«La qualità per noi è la priorità. Molti se ne accorgono, altri no. Per questo da un anno e mezzo, ormai, stiamo cercano di istituire il marchio Igp (indicazione geografica protetta), un disciplinare, cioè, da imporre alle sette case produttrici della città per potersi fregiare del marchio Sulmona, per tutelare la nostra eccellenza».

E perché non ci si è ancora riusciti?

«Perché alcuni produttori sono gelosi dei propri segreti e temono di uniformare il prodotto. Non capiscono che i confetti sono una delle tante attrattive di un territorio che può e deve puntare sul turismo. Io mi sento più un operatore turistico che un industriale o un artigiano».

 In che senso?

«Gli autobus di turisti vengono a visitare la fabbrica prima di entrare in città. Quei turisti, al di là degli acquisti in fabbrica, portano ricchezza al territorio. Ma i confetti sono solo una parte dell’offerta che deve essere invece complessiva e professionale: dal buon ristorante, al museo aperto, ad una città vivibile»

Non è così?

«L’Abruzzo deve fare passi da gigante nella cultura dell’accoglienza, nonostante abbia un patrimonio immenso e diverse eccellenze. Sono potenzialità che non vengono sfruttate, che restano isolate e non sono messe in rete. Ryanair, ad esempio, ha rimosso la pubblicità, sul suo sito, di Pescocostanzo: e lo ha fatto perché, dopo esserci arrivati, i turisti hanno trovato il museo del Tombolo chiuso e lo hanno segnalato su internet. Il mercato turistico va indubbiamente conquistato, ma poi va anche mantenuto»

Qualche idea di come fare?

«Seguo con particolare interesse l’esperienza delle Dmc (destination managment company), che dovrebbero farsi carico di riunire i territori, e poi promuoverli e incentivarli a collaborare. Il fatto che Sulmona non abbia una fiera del confetto è, ad esempio, davvero incomprensibile. L’esperimento fatto nel 2004 con Sweet Confetto, in collaborazione con Eurochocolat, si è arenato per i litigi che sono seguiti a quell’unico evento. Bisogna parlare e non discutere, unirsi e non ostacolarsi. Sulmona, ad esempio, deve puntare a riempire le piazze dei paesini circostanti, guardare all’Alto Sangro e legarsi alla Costa dei Trabocchi: l’Abruzzo è una regione che non può procedere a compartimenti stagni, è un grave errore. Montagna, mare, collina, prodotti tipici e cultura, vanno tutti offerti al turista su un unico piatto».

Ma non si può vivere solo di turismo.

«Non è solo turismo quello di cui parlo. I confetti, ad esempio, sono un prodotto lavorato a Sulmona, ma le cui materie prime principali (mandorle e zucchero) arrivano da altri territori. Stiamo ideando un progetto con alcuni esperti per accorciare la filiera, con l’innesto di mandorleti a Raiano. Se il progetto andrà in porto, come spero, si potrebbero attivare in zona delle fabbriche di sgusciamento e lavorazione delle mandorle. Non bisogna chiudersi a priori all’industria, bisogna solo scegliere quelle imprese che sono compatibili con la vocazione dei nostri territori».

È uno sviluppo economicamente sostenibile?

«Certo, e contemporaneamente bisogna pensare a raggiungere nuovi consumatori, nuovi mercati. Il mio impegno maggiore nella conduzione della fabbrica, ad esempio, è stato quello per decontestualizzare il nostro prodotto ed emarginarlo dalle cerimonie classiche come i matrimoni e le comunioni, in modo da allargare il più possibile il nostro mercato. E per cercare nuove strade in questi giorni stiamo lanciando Il Cubano, un confetto al rum venduto nei bar in confezioni da 50 grammi. E i primi riscontri sono incoraggianti»

L’intervista è su Il Messaggero, Ed. Abruzzo del 11/06/13, Autore: Patrizio Iavarone, Pagina: 33-35 

Sezione: Abruzzo

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