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Se L’Aquila perde le penne fino a tramutarsi in rondine, occorre riflettere. Il rischio è che magari il prossimo rating Rur-Censis potrebbe collocare L’Aquila nel gruppo infimo delle Città Insetto

di Luciano Ardingo 

 

 

Il Censis e la Rur hanno presentato in novembre il III rapporto Municipium.

Si tratta di una ricerca un po’ particolare sui 103 comuni capoluogo di provincia.

Per realizzarlo sono stati utilizzati 72 indicatori statistici comunali.

Il rating raggruppa le città in sei gruppi omogenei ben definiti, contraddistinti ( con una singolare e azzeccata metafora ) dal nome di un uccello.

I risultati che emergono dalla ricerca RUR-CENSIS 2004, collocano L’Aquila nel raggruppamento delle “Rondini” o dei “Poli della rincorsa”,  tra le realtà dinamiche del paese,  ma prive di una solidità di fondo.

Incide negativamente sugli aspetti di benessere di queste città, l’alto tasso di disoccupazione pari al 14,2%.

Assumono una posizione intermedia tra realtà in pieno sviluppo e realtà in difficoltà.

Sono città che lasciano trasparire aspetti di transitorietà e incertezza, ma hanno comunque una buona dinamica vivacità, sia economica che demografica, che lascia aperte prospettive di crescita e di sviluppo.

Il volo della rondine è lungo, rischioso e pieno di speranza.

Speranza per noi che desideriamo vederle tornare insieme alla primavera, speranza per le stesse rondini che viaggiano per vivere e per riprodursi.

E’ dunque con questo spirito che dobbiamo leggere i dati della ricerca. Uno spirito ottimistico.

L’Aquila, che nel nostro immaginifico eravamo abituati a veder volteggiare maestosamente sui suoi domini esibendo le orgogliose insegne di un tempo che fu,  si è trasformata in rondine.

Secondo la teoria evoluzionistica di Darwin il meccanismo della discendenza con modificazioni avviene in due fasi: dapprima si ha lo sviluppo di un’abbondante varietà di individui, che vengono poi selezionati tramite il criterio della sopravvivenza del più adatto e  della selezione naturale.

La prima fase è dominata dalla casualità, la seconda dalla necessità.

L’Aquila “rondine“ è  nella fase della necessità. La rondine è, in senso scientifico e culturale, un simbolo: della primavera, di cieli azzurri, di aria pulita. Ma è soprattutto simbolo della natura come rete di relazioni e di integrazione anche sociale : per il suo viaggio migratorio che attraversa l’Europa e l’Africa, per il suo legame con la campagna e quindi con la nostra alimentazione, per i risvolti economici e umani a ciò legati, per tutti i significati educativi e culturali di cui è portatrice.

Il  ritorno delle rondini in novembre,  è quindi  per L’Aquila un fatto eccezionale. Tanto più che negli ultimi anni avevano diradato di molto la loro presenza, preferendo altri territori, più ospitali e meglio infrastrutturati.

Se nel nostro cielo volano sempre meno rondini la colpa forse è anche nostra.

I tanti veleni  sparsi nell’ambiente,  unitamente ai mille lacci e lacciuoli dei bracconieri, impediscono  molto spesso alle rondini di scegliere il nostro territorio.

E il danno che si produce è grande.

Le rondini tra l’altro sono divoratrici di mosche e zanzare, aiutano certamente l’ambiente  eliminando gran parte degli insetti nocivi presenti sul territorio, che altrimenti prolificherebbero senza alcun impedimento, fino ad infestare la  Città.

Il rischio è che magari il  prossimo rating Rur-Censis potrebbe collocare L’Aquila nel gruppo infimo delle Città Insetto.  

E questo rappresenterebbe la fine  di ogni sogno di crescita e di sviluppo e sarebbe difficile da spiegare anche con le teorie più ardite di Darwin.

I segni di cedimento di un’economia ampiamente fondata sulla produzione industriale di matrice manifatturiera si susseguono  oramai da tempo.

Occorre prendere atto che non si può continuare ad insistere su attività produttive basate sull’esclusivo impiego di manodopera che non potranno più essere competitive nel nostro territorio.

I bassi costi dei fattori produttivi offerti da paesi terzi costituiscono un parametro di competitività con il quale ci è impossibile confrontarci.

Voliamo in alto, seguiamo la rondine.

Non sono solo le città ad essere sottoposte alla teoria dell’evoluzione, ma anche il sistema imprenditoriale deve effettuare una metamorfosi.

Occorre”sganciarsi” dalla spirale del costo per “agganciarsi” al circolo virtuoso dell’innovazione.

Il vero valore delle imprese è nei cervelli, soprattutto di fronte ad uno scenario internazionale che punta, come già detto, sempre di più sul basso costo della manodopera.

Sono lontani anni luce i tempi in cui i dipendenti erano considerati come un onere.

Oggi le risorse umane devono essere viste come capitale da valorizzare a tutti i costi, un investimento sul futuro dell’organizzazione.

Alle rondini  si diceva, piace volare in alto, fare mille capriole nel cielo azzurro.

E L’Aquila  “rondine”,  per volare in alto, deve imparare a sfruttare i giacimenti di capitale intellettuale  e di conoscenza che possiede.

Le difficoltà sono molte e il percorso è lungo, gli effetti non sono immediati ma i risultati verranno.

Ricerca  e impresa faticano a incontrarsi e il panorama imprenditoriale del paese e quindi anche quello del nostro territorio, resta caratterizzato dalla larghissima prevalenza di aziende che non raggiungono i dieci addetti e che rappresentano il 95% del totale delle imprese.

La grande impresa non è stata mai, almeno sul nostro territorio, quello straordinario strumento di sviluppo imprenditoriale, non ha favorito modelli anche vagamente assimilabili a spin-off industriali, né tantomeno ha aiutato la creazione di qualsiasi nuova forma di imprenditorialità, fosse anche e soltanto per il proprio indotto.

La nascita di imprese per processi di “sciamatura” da un’azienda madre avrebbe concorso, così come è successo in altre regioni italiane,  alla costituzione di  distretti industriali che avrebbero caratterizzato il tessuto della piccola e media impresa nella regione. Questo da noi non è accaduto.

Pertanto alle piccole imprese, che si diceva costituiscono ben il 95% del totale, non resta che aggregarsi autonomamente e formare  dei cluster per l’innovazione,  in partnership con le università ed i centri di ricerca.

Incoraggiare una mentalità imprenditoriale sul territorio è quindi una delle prime azioni chiave.

Senza imprenditore non c’è impresa, senza impresa non ci sono ricchezza e occupazione.

La creazione di nuove unità economiche ad opera di processi di spin-off accademici e/o industriali potrebbe caratterizzare una nuova componente territoriale: l’autoimprenditorialità.

Lo spin-off diventa quindi un’azione strategica, e come tale si differenzia dalle operazioni di semplice decentramento produttivo o di industrializzazione assistita.

Gli spin-off dalla ricerca generano quella particolare tipologia di imprese che valorizza e sfrutta dal punto di vista  imprenditoriale il know-how maturato da docenti, ricercatori e tecnici delle università e dei centri di ricerca.

Le imprese che nascono da spin-off accademici favoriscono l’intensificarsi dei legami tra scienza e tecnologia e costituiranno un efficace collegamento tra la ricerca e le realtà produttive, attivando canali che stimoleranno ulteriormente il trasferimento tecnologico e lo sfruttamento dei risultati della ricerca scientifica, generando innovazione e competitività.

La concentrazione di tali imprese in una determinata area, grazie anche all’accelerazione impressa ai processi da un forte interscambio di idee e informazioni, influenza la creazione di vantaggi competitivi territoriali e integrazioni con distretti industriali virtuali, non necessariamente dislocati nell’area geografica regionale.

Nelle mutate condizioni economiche di questi anni, lo sviluppo non è più identificabile con l’insediamento occasionale e sporadico di qualche impresa.

La creazione di nuove aziende pertanto, non può più essere un fatto esclusivamente spontaneo ma è, con crescente intensità, l’esito di un’azione consapevole e guidata.

E’ pertanto l’ora di ripartire emulando la creatività e la perseveranza della rondine, dimenticandoci  dei “fasti passati” e guardando al futuro con ottimismo.

Proviamo ad accogliere l’invito dell’Arcivescovo Molinari nel rendere più semplice tutto quello che “sembra così complicato e difficile”.

 

 

La creazione di nuove unità economiche ad opera di processi di spin-off accademici e/o industriali potrebbe caratterizzare una nuova componente territoriale: l’autoimprenditorialità.

 

 

Le imprese che nascono da spin-off accademici favoriscono l’intensificarsi dei legami tra scienza e tecnologia e costituiranno un efficace collegamento tra la ricerca e le realtà produttive, attivando canali che stimoleranno ulteriormente il trasferimento tecnologico e lo sfruttamento dei risultati della ricerca scientifica, generando innovazione e competitività.

 

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