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Riforma del diritto del lavoro: come avere flessibilità e sicurezza in uno stato sociale

La Commissione Europea ha lanciato un dibattito pubblico sul bisogno di rivedere le attuali leggi che regolano il mercato del lavoro, onde poter sostenere gli obiettivi della strategia di Lisbona: ottenere una crescita sostenibile con più posti di lavoro e di migliore qualità.

Il Libro Verde, pubblicato lo scorso settembre 2006 quale sorta di resoconto della Commissione Europea sullo stato del dibattito in corso, punta l’indice sull’inadeguatezza delle norme del lavoro, sia in campo nazionale che europeo, e indica come sensibili i fattori seguenti: il mercato del lavoro; i nuovi tipi di contratto; la concorrenza sul mercato globale; le esigenze di impresa su competitività ed innovazione; la necessità di disporre di personale qualificato pur cambiando questo continuamente tipo di lavoro. La conclusione del Libro è la necessità di raccogliere una nuova sfida: conciliare la maggiore flessibilità con la necessità di elevare i livelli di sicurezza del lavoro per tutte le categorie.

Obiettivo condivisibile, lodevole. Eppure, gli strumenti sui quali il Libro Verde ha ragionato sembrano poco adatti al raggiungimento di quanto stabilito nell’Agenda di Lisbona in tema di inclusione sociale, occupazione per tutti e di qualità, e maggiore produttività economica.

Il dibattito è stato aperto fino al 31 marzo scorso, ed il convegno organizzato dalla Fondazione Mirror ha voluto fare il punto sui risultati e le conclusioni ad oggi raggiunti.

Flessibilità e sicurezza sono apparsi ancora come i cardini intorno ai quali inventarsi un nuovo paradigma del diritto del lavoro, che garantisca quantità e qualità dell’occupazione e, al contempo, soddisfi le esigenze più disparate della produzione che, col cambiare del mercato, tende a modificarsi di conseguenza, sfuggendo così ad ogni tentativo di “tipicizzazione” di nuove figure giuridiche di diritto del lavoro.

E’ vero che dal welfare si deve passare al workfare, cioè che da una politica di mera assistenza passiva (assegni di integrazione, sussidi di disoccupazione…) ci si deve traghettare verso una politica attiva, che metta in campo interventi del fare, quali sono i servizi all’occupazione, formazione continua che consenta di passare da un lavoro ad un altro, job creation, incentivi all’autoimprenditorialità eccetera, ma dove andare a pescare le risorse rimane il problema di sempre, prima ancora del voler condividere o no la nuova filosofia del  flexicurity.

Neanche a dirlo il caso della Danimarca, decisamente all’avanguardia e additata da tutti come esempio da seguire in quanto a flessibilità, nell’ambito del convegno ha (ri)aperto un dibattito acceso, laddove alcuni ritengono di dover “copiare” gli schemi danesi, ed altri li rifiutano, giudicandoli pericolosi soprattutto per i lavoratori.

E’ un fatto che la Danimarca è un passo avanti, ha messo in pace tutti, datori e lavoratori, ed il perché è semplice: è un paese ricco. Nello specifico: il costo ed i vincoli di licenziamento sono bassi per cui la flessibilità del mercato è alta; vige l’efficienza (parola in Italia quasi sconosciuta, ci abbiamo dovuto fare pure una legge!) e 7 lavoratori su 10 che perdono lavoro vengono riassunti nel giro di un anno; il reddito del disoccupato è elevato (90% della retribuzione degli ultimi 4 anni!), e la persona  viene seguita dal collocamento con corsi di riqualificazione obbligatori e nella ricerca del nuovo impiego. E allora, perché in Italia non facciamo altrettanto? Perché non abbiamo la storia, perché non c’è il retroterra culturale, perché non ci sono i soldi, perché si metterebbero tutti in disoccupazione… rispondono in molti. ”Le riforme del lavoro sono il modo per gestire le sfide. Ci vogliono grandi investimenti in formazione, ricerca, riforme, salute, sicurezza-flessibilità-inclusività del lavoro. Se la portata delle riforme è scarsa non ci saranno crescita economica, né occupazione – ha detto Charlotte Antonsen, membro del Parlamento Danese e del Labour Market Committee nel suo intervento al forum. “Noi abbiamo uno stato sociale perché le aziende gestiscono liberamente, e perché chi perde il lavoro è sostenuto dalla disoccupazione. Non c’è conflitto perché non c’è solo la flessibilità che, da sola, non potrebbe funzionare. Le cose vanno bene, eppure lo Stato continua ad occuparsi delle riforme: questo è il prezzo dello stato sociale. So che la voglia di fare riforme non è popolare, perché cambia le posizioni acquisite di molti, ma le condizioni perché le riforme siano accettate vanno create con scientificità: bisogna seminare il seme della condivisione, della partecipazione, diversamente ci può essere solo insuccesso. La Danimarca ha una Commissione ad hoc per questo, e ad ogni proposta hanno partecipato tutti i gruppi di interesse, nessuno escluso”.

Invece, le (pseudo)riforme del lavoro in Italia sono andate sicuramente verso la flessibilità, ma non verso lo stato sociale che, ad oggi, è addirittura avvertito come puro assistenzialismo, posto sicuro per il parassitismo di chi non ha voglia di lavorare. Pacchetto Treu (1997), Legge Biagi (2003), finanziaria e pacchetto Bersani (2006) nulla hanno riformato, anzi, hanno aumentato la precarietà, che non produce reddito, non fa ricchezza, non dà sviluppo.

L’On. Pagliarini – Presidente della Commissione Lavoro della Camera –  non si è sbilanciato in considerazioni tecniche, che effettivamente potevano essere solo per addetti ai lavori (?), ma ha sottolineato che i nostri nonni ci hanno consegnato un mondo dal quale avere molte aspettative e che noi, invece, daremo ai nostri figli un mondo dal quale non possono aspettarsi nulla, al quale nulla possono chiedere perché tutto è stato consumato, è già finito. Triste, pessimista, detto da un politico, poi, le considerazioni andrebbero anche oltre. Ma ben le ha fatte Francesco Schianchi – Direttore Scientifico Istituto Europeo Design di Roma –  quando ha tuonato contro tutto e tutti, ricordando che la nostra è l’epoca delle emozioni (del mondo al femminile per stare alla lettera), che i nostri figli andranno a lavoro per esprimere sé.      

Lavoreranno per avere risorse, andranno a lavoro per andare a vivere, per sperimentare esperienze di relazioni, socializzazione, scambio, avranno un proprio progetto esistenziale attraverso il lavoro: i nostri nonni vivevano per lavorare, loro lavoreranno per vivere! Non dovranno più arrivare, il sabato, alla fine di un tunnel per vedere se questa vita vale la pena viverla… avranno dei valori che matureranno solo se diamo loro la possibilità di emozionarsi, di gioire. In questo senso siamo nell’epoca dell’estetica, cioè dell’estasi, che è l’emozione. Ai nostri giovani non dobbiamo lasciar costruire un futuro, ma lasciare loro gli strumenti per farlo: questa è la crescita. E’ con questo che le imprese devono fare i conti: l’economia della conoscenza è già passata, come il fordismo, adesso bisogna lavorare per mettere al centro concetti nuovi, come la creatività, la sensibilità, la motivazione, la stravaganza… almeno se vogliamo stare dentro ad una logica di sviluppo. Il creativo ascolta i rumori dove altri pensano ci sia solo silenzio, trovano soluzioni nuove a problemi noti, sanno riprogettare la vita: ed è questo che va fatto in questo momento storico. 

 

 

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