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Mister Bondi, fatti più in là – Luigi Zingales

Quando si parla di risanatori di aziende in Italia non c’è nessuno che eguagli Enrico Bondi. A lui sono stati affidati i casi più difficili, da Montedison a Parmalat. Bondi ha saputo fronteggiare difficilissime negoziazioni con le banche, tagli pesanti del personale,

 

indagini per recuperare fondi occultati in un meandro di partecipazioni incrociate. In aggiunta, nel caso Parmalat ha mostrato un’aggressività nel far causa a tutti (dalle banche alla società di revisione alle agenzie di rating) degna dei migliori liquidatori d’oltreoceano. Così facendo è stato in grado di recuperare per vie legali più di 1,5 miliardi di euro. Parmalat, che nel dicembre del 2003 sembrava destinata alla liquidazione, è oggi un’azienda sana, che nel 2009 ha fatturato quasi 4 miliardi di euro, con un utile netto di gestione di 230 milioni di euro.
Per molto meno, altri amministratori delegati sono stati considerati degli eroi. Bondi invece non solo non viene celebrato, ma rischia addirittura di essere licenziato. Un gruppo di investitori stranieri ha preparato una lista alternativa per il consiglio di amministrazione che verrà presentata alla prossima assemblea. Questo gruppo ha già dichiarato che, se vince, sostituirà l’amministratore delegato: un fatto senza precedenti in Italia. Si tratta di una manovra di speculatori senza scrupoli o di un’importante novità nel governo societario in Italia?

Innanzitutto, è importante capire che in un mondo che cambia i successi passati non sono necessariamente un indicatore di capacità a gestire il futuro. Marcello Lippi, l’allenatore che ci portò al trionfo di Berlino, è stato anche uno dei principali responsabili del disastro in Sudafrica. All’indomani della fine della seconda guerra mondiale, gli elettori inglesi scelsero di mandare a casa il vittorioso Winston Churchill per sostituirlo con Clement Attlee. Non fu ingratitudine. Le leve del comando non devono essere assegnate per riconoscenza, ma per competenza. Quelle stesse qualità che resero Churchill un leader ineguagliabile durante il conflitto lo rendevano poco adatto a gestire le riforme necessarie nel periodo post bellico.
Lo stesso vale per Bondi. La persona migliore per gestire un’azienda in crisi finanziaria, non è necessariamente quella ideale per rilanciarla. Tanto bravo è stato Bondi a gestire la ristrutturazione, tanto lento è nell’individuare le nuove vie di sviluppo. Il fatturato organico di Parmalat è fermo, i profitti sono in discesa e il mercato domestico del latte Uht è fortemente insidiato dai prodotti generici. La distribuzione geografica dell’azienda (con una forte presenza in Italia e Canada) risulta troppo sbilanciata e non sufficientemente diversificata. Nel contempo, Parmalat siede su 1,34 miliardi di euro di liquidità, frutto dei pagamenti ricevuti nelle cause legali. Perché non usare parte di quei proventi per completare l’espansione geografica dell’azienda? E perché non distribuirne una parte agli investitori, invece che tenerla malamente impiegata in titoli finanziari?
Sono queste le domande che con tutta probabilità si sono posti gli invesitori istituzionali esteri. Per la maggior parte non si tratta di hedge fund con un orizzonte temporale breve, ma fondi comuni come Skagen, la prima società di fondi norvegese, e la canadese Mackenzie. Insieme hanno presentato una lista per proporre una strategia alternativa.

Si tratta di un’iniziativa senza precedenti anche sul mercato americano, dove gli investitori istituzionali detengono più del 60 per cento delle azioni quotate. Ma si tratta di un’iniziativa positiva. In qualità di maggiori azionisti questi investitori dovrebbero partecipare maggiormente al governo societario. Purtroppo invece sono troppo cauti nel prendere posizioni contro il management per paura di inimicarsi la categoria: non vogliono mettere a rischio i ricavi che fanno vendendo servizi alle imprese. Non a caso l’iniziativa è partita da fondi norvegesi e canadesi con presenza nulla in Italia. Fino a quest’anno, l’altro motivo per la scarsa partecipazione degli investitori istituzionali erano le regole di voto, che rendevano molto difficile agli investitori istituzionali votare in assemblea.
Grazie ad un nuovo regolamento dell’Unione europea, questa complicazione è stata eliminata. Mi auguro quindi che la lista Parmalat rappresenti l’alba di un nuovo giorno. Sarebbe ora che la scelta dei leader delle principali aziende italiane non venisse più fatta nei salotti buoni in base al principio della lealtà e della riconoscenza, ma sul mercato in base al principio della competenza.

Fonte: espresso

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