Ultime Notizie
HomeTutte le agenzieL'industrialeL’Ing. Pasquale Pistorio – Vice Presidente di Confindustria per l’Innovazione e la Ricerca e Presidente della STMicroelectronics

L’Ing. Pasquale Pistorio – Vice Presidente di Confindustria per l’Innovazione e la Ricerca e Presidente della STMicroelectronics

–        in visita presso l’Unione Industriali dell’Aquila per incontrare gli imprenditori

. La nostra quota nel commercio mondiale decresce: in otto anni siamo passati dal 4,9 al 4%, e la caduta più rapida c’è stata in questi ultimi tre anni.

 

 

 

L’Ing. Pasquale PistorioVice Presidente di Confindustria

per l’Innovazione e la Ricerca e Presidente della STMicroelectronics

è stato in visita presso l’Unione Industriali dell’Aquila per incontrare gli imprenditori.

L’incontro, molto friendly, si è incentrato sulla valorizzazione delle specificità del modello italiano di innovazione e sulla valutazione delle strategie più moderne per la crescita della competitività delle nostre imprese.

In breve, ci piace riportare una sintesi del discorso del Vicepresidente, nonché delle domande dei nostri imprenditori.

 

 

Mi sento sempre chiedere quale sia la possibilità dei paesi sviluppati di competere con i paesi emergenti e di battersi in questo nuovo assetto mondiale.

Ebbene, in questo scenario di competitività mondiale aperta, globale non si può più competere con gli stessi meccanismi con cui si competeva solo pochi anni fa.

L’unica risposta possibile è l’innovazione a 360 gradi. Devo dire che il Presidente Montezemolo sin dal primo minuto della sua nomina ha posto l’innovazione in cima all’agenda politica di Confindustria, e vorrebbe che essa fosse posta in cima all’agenda politica del Paese, dal quale, almeno fino ad ora, non abbiamo avuto alcun riscontro. Non c’è dubbio su quale sia la via da percorrere: certo non quella della competizione sui fattori di costo che nei paesi concorrenti di nuova industrializzazione, infatti, sono totalmente differenti dai nostri. Non si può competere con la Cina dove un’ora lavorativa costa un dollaro e da noi invece 25/30. non si può competere con i fattori di costo strutturale e  burocratico. L’unica cosa che  ci può permettere di competere è l’innovazione. Per questo Cofindustria  ha elaborato una serie di proposte rivolte sia agli Industriali, sia al Governo. Abbiamo voluto sottolineare che l’innovazione a 360 gradi si compone di due lati della stessa medaglia: da un lato abbiamo l’innovazione relativa ai prodotti e ai processi produttivi (dalla ricerca di base a quella applicata, dallo sviluppo di processi produttivi a quello di prodotto); dall’altro c’è l’innovazione dei processi operativi dell’azienda, che è un fatto soprattutto interno. E credo che questo aspetto sia ancora più importante del precedente, poiché è direttamente sotto il nostro controllo, contrariamente al primo aspetto che, invece, ha bisogno di un Sistema Paese per funzionare.

Per quanto riguarda l’innovazione intesa come ricerca (ricerca applicata, innovazione di prodotto e di processo) abbiamo fatto presente al Governo che sono i Sistemi Paese a competere: le imprese devono fare il loro mestiere e lo devono fare bene, ma non possono competere da sole. Contro paesi come la Francia, la Germania gli Stati Uniti è impossibile che un’impresa  da sola possa competere.

L’Italia spende l’1,1 % del Pil in ricerca e sviluppo, di cui oltre il 60% circa è capitale pubblico e il 40%  privato. La media Europea è del 2%, quella Americana del 2,8%, quella giapponese di oltre il 3%. In Europa questo 2% è abbassato da Italia, Portogallo e Grecia!!! poiché se andiamo a vedere, i paesi del nord sono ad oltre il 3% e i grandi paesi del centro Europa – come Germania, Francia, e Inghilterra – sono al 2 e mezzo %.  Non si può andare avanti in queste condizioni differenziali, anche perché i risultati ci sono: il nostro paese attira il 2,2% degli investimenti  esteri, la Francia quattro volte tanto, come pure la Germania… per non parlare della Cina, per la quale però valgono regole diverse. La nostra quota nel commercio mondiale decresce: in otto anni siamo passati dal 4,9 al 4%, e la caduta più rapida c’è stata in questi ultimi tre anni.

Abbiamo un posto che cala sempre di più nella graduatoria della competitività mondiale, secondo l’Economic Forum si è passati dal 21esimo posto nel 2001 al 49esimo posto nel 2003. È vero che in Italia ci sono condizioni storiche per cui la grande impresa sta scomparendo, e invece in un grande paese industrializzato ci vuole la piccola, la media e la grande impresa. La grande è lo scheletro e la piccola e media sono il tessuto connettivo che crea i posti di lavoro. Ma se manca lo scheletro portante è difficile fare ricerca perché essa è il frutto complesso dei rapporti tra le istituzioni pubbliche e l’università. Il  nostro comitato tecnico ha sentito le imprese e abbiamo fatto un confronto con i paesi Europei, abbiamo analizzato, grazie al nostro centro studi, cosa fanno i paesi vicini e abbiamo tirato fuori le conclusioni, proponendo un pacchetto di sei punti al governo. Abbiamo così stabilito tre criteri fondamentali della ricerca e sei punti su cui investire, per un ammontare di 1.5 miliardi di euro. Purtroppo, però, nella finanziaria  2005 si è recepito solo lo 0.1% del Pil. E siamo delusi, perché sembra che solo l’I.R.A.P. – dei nostri sei punti – sarà accolta: il che è utile ma non determinante per la competitività. E per il Paese sarà il declino.

 

L’altra faccia della medaglia è quella dell’innovazione dei processi operativi. Non abbiamo bisogno in questo del governo, ma dobbiamo farlo noi attraverso quattro grandi filoni con cui le imprese possono operare:

1)       Informatizzazione dei sistemi operativi. Si tratta di collegare le aziende con il mondo esterno attraverso sistemi elettronici. Esistono tanti programmi e tante aziende in grado di svilupparli, mediante la rete si possono trovare fornitori e abbassare il prezzo della merce.

2)       Filosofia della qualità totale. Bisogna che l’impresa cambi i suoi processi organizzativi in modo da rispondere velocemente alla domanda del mercato, è necessario che sia capace di “power-man”, ossia di dare la capacità ai dipendenti di trasformarsi da fattori passivi a fattori attivi del processo industriale. C’è bisogno della filosofia del miglioramento continuo e dell’attenzione al cliente, inteso non solo come cliente finale, ma come precedente del prossimo processo all’interno dell’azienda.

3)       Ambiente. Non bisogna considerarlo più come una spesa ma come un risparmio dei materiali. La sua potenzialità è immensa. Esempio: Micron trasforma l’utilizzo del carburante fino all’85%, al contrario delle centrali elettriche tradizionali (35-37%).

4)       Internazionalizzazione. L’impresa deve essere considerata come parte di un mercato globale non solo nella ricerca dei clienti e dei fornitori ma anche nella ricerca di installazione produttiva. Delocalizzare alcune attività produttive è importante sia dal punto di vista dell’equilibrio e dei costi, sia dal punto di vista dell’apertura di nuovi mercati. La Cina per esempio è un formidabile concorrente ma è anche un formidabile mercato. Noi nel 2004 fattureremo in Cina 1.6 miliardi di dollari. Questo mi permette di mantenere più persone in Italia e in Francia  di quante ne abbia localizzate lì. Una delocalizzazione costruttiva ed intelligente, che permette di mantenere in vita attività manifatturiere – che in patria non si potrebbero mantenere – con più basso contenuto tecnologico. Mantenerle in vita, quindi, e produrre ricchezza, permette di reinvestire in innovazione e spostare i prodotti in una fascia più alta. Su questi quattro filoni lo stato può intervenire incentivando la banda larga e l’informatizzazione.

 

Dobbiamo essere noi a prenderci cura di noi stessi. Confindustria sta lanciando parecchi progetti per stimolare la conoscenza: abbiamo intenzione di creare un grande sito con un forum di incontro dove ogni azienda può riversare la sua esperienza; vogliamo creare un grande progetto di formazione di 10.000 managers e imprenditori nell’arco dei quattro anni… Insomma, Confindustria vuole essere da stimolo, anche se siamo pessimisti nei confronti del Governo e sappiamo che ci toccherà contare solo sulle nostre forze.

 

 

Pasquale Pistorio. La sua eccezionale esperienza si può far iniziare in un luogo
conosciuto da pochi addetti ai lavori: il Collegio Universitario del Politecnico di Torino, in Corso Lione 24 dove, attraverso una accurata selezione, venivano
ospitate alcune delle  più brillanti intelligenze italiane ed internazionali. Qui, agli inizi degli anni 60 del secolo scorso, nella mensa, a destra entrando, c’era un tavolo, detto dei Siciliani, dove spesso si trovavano a pranzo alcuni giovani allievi ingegneri tra i quali, Pasquale Pistorio, Salvatore  Castorina, Giuseppe Ferla.
Nel 1980 l’ing. Pistorio, laureatosi nel 1963 in Ingegneria, dopo
un’importante esperienza internazionale, accettava la nomina a Presidente ed
Amministratore delegato del Gruppo SGS, che nel 1998 cambierà il nome in
STMicroelectronics.
In questa sua nuova attività, nella quale si avvale, come suoi stretti
collaboratori, anche di alcuni compagni del Collegio di Corso Lione 24, dava
nuovo slancio all’azienda ma , cosa importantissima, riusciva a dare, in
Europa, alla Microelettronica  il rilievo e l’attenzione che, come tutti
oggi  riconoscono, meritava.
Nel 1987 convinceva i Governi italiano e francese ad investire circa
800 milioni di $ nella sua azienda ed iniziava quella generazione di valori che
ha trasformato l’investimento originario nell’attuale valore di borsa di  15
miliardi di $ con ricadute di rilievo nel campo tecnico, economico e
sociale. Basta semplicemente pensare:
* all’insediamento industriale di Catania, che da poco meno di 1000 addetti,
è diventato un grande centro di ricerca e di attrazione per il settore
dell’elettronica e delle telecomunicazioni con oltre 5000 addetti;
*  all’indotto generato nella stessa area che attualmente impiega circa 5000
persone, la maggior parte delle quali ricercatori e progettisti;
* allo sviluppo dato alla ricerca anche nel mondo accademico italiano ed in
particolare nelle Università di Catania, Lecce, Napoli e Milano;
* al contributo dato all’industria aerospaziale italiana che, attraverso la
vendita,  da parte di Finmeccanica, alla Cassa Depositi e Prestiti di una
piccola quota della ST, ha potuto acquisire la maggioranza in una nota
azienda italo-inglese del settore elicotteristico.
 

 

 

Print Friendly, PDF & Email

Condividi