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Le piccole e medie imprese devono unirsi per ricreare la grande industria: serve una politica che ne favorisca l’aggregazione

La competizione si vince solo investendo sulle risorse umane, in Ricerca e in Sviluppo, non riducendo il costo del lavoro

 

Il 2004 si è chiuso con un bilancio non proprio positivo per la nostra provincia, ma forse duole ancora di più vedere che siano more solito le istituzioni, e quindi lo Stato, ad essere in prima linea per il rilancio della grande industria ancora presente sul territorio: le crisi di Oliit e Kidco Services ad Avezzano, Magneti Marelli e Finmek a Sulmona, Finmek Solutions e Lares Tecno all’Aquila sono lì a dimostrare che un tessuto industriale strutturato è di là da venire. Tuttavia, se guardo ad alcune realtà – troppo spesso fuori regione – non mi stanco di ripetere che i problemi che abbiamo sono tutti risolvibili: (ri)guadagnare terreno in Italia e all’estero passa per l’investimento in innovazione e ricerca. Mi spiego.

 

E’ vero che la grande industria è sofferente, ma costituisce pur sempre l’ossatura del sistema industriale e non ne possiamo assolutamente fare a meno. Soprattutto per una ragione: la vera ricerca e l’innovazione tecnologica di livello esigono grandi investimenti e le PMI non se li possono permettere.  Allora, si deve fare in cento quello che si faceva in uno: le PMI devono creare una grande industria virtuale, cioè lavorare su progetti congiunti e fare così innovazione, ricerca e sviluppo. Questa è la svolta. Inutile poi ragionare se il futuro sia il turismo o l’eccellenza: possono essere entrambi, ma nessuno singolarmente potrà essere il deus ex machina. E ad oggi l’unica chance che abbiamo per competere è l’innovazione.

Purtroppo non abbiamo una classe dirigente propria in grado di pilotare i grandi mutamenti, e viviamo ancora una sorta di eredità mezzadrile di estrazione contadina, che nel settore dei prodotti tipici è una virtù unica, ma che in quello imprenditoriale è un danno altrettanto unico. Il curare i “fatti propri”, caratteristico della realtà preindustriale, deve essere lavato via con un grande sforzo di riqualificazione del capitale umano: la risorsa umana è quella che permette di competere, e su quella bisogna investire.

Pensare a competere con l’abbassamento del costo del lavoro o la riduzione degli investimenti in ricerca, è una battaglia persa in partenza. Abbiamo ben altro in tasca, e si chiama conoscenza, preziosa risorsa di cui saremmo ricchi, ma che non viene messa a frutto: nel nostro territorio abbiamo bisogno di una cultura d’impresa, che faccia scoprire ai giovani che non c’è solo il posto di lavoro, ma la possibilità di realizzare le proprie idee innovative dando vita a nuove imprese.  E i nostri giovani questo non lo sanno.

Quando avremo raggiunto questi obiettivi, saremo anche in grado di attirare investimenti dall’estero, e potrà continuare a svilupparsi un’industria manifatturiera che lavori con tecnologie avanzate nuovi prodotti, a loro volta frutto di innovazione tecnologica. 

 

Ma purtroppo la ricerca non è sostenuta. Tutti a parole dicono che è necessaria, ma in concreto le risorse vengono ridotte. Analizzando la spesa in R&S della triade USA-Europa-Giappone si riscontra come gli Stati Uniti attraggano un terzo in più in investimenti in R&S da parte delle imprese europee rispetto all’investimento delle imprese USA in Europa. Quest’ultima, infatti, sta attraendo dagli Stati Uniti il 10% in meno in investimenti in R&S a vantaggio di Canada e Cina. L’Italia e i Paesi del Sud Europa, Portogallo, Spagna e Grecia sono ancora indietro rispetto al resto d’Europa e, inoltre, alla fine degli anni ’90 la ripresa di questi Paesi in fatto di R&S sembrava aver rallentato sostanzialmente.

Francia, Regno Unito, Austria, Irlanda mantengono le loro posizioni intermedie. Danimarca e Svezia sono invece su posizioni avanzate, ben oltre l’obiettivo di Lisbona.

 

Uno sviluppo economico basato sulla conoscenza, dunque, proprio quello auspicato a Lisbona, non vedo alternativa.

L’Aquila, e l’Abruzzo, devono pensare ad una congiuntura distrettuale delle PMI, sono necessari strumenti di ordine tecnico nell’ambito della politica industriale che incentivino l’aggregazione di imprese. Ma alla base di tutto c’è il superamento della micro e piccola impresa di tipo familiare, quindi il sacrificio di una propria autonomia a favore di una economia di scala.

Economia della conoscenza, dicevo, nella quale le nostre attuali isole di eccellenza produttiva non siano più isole, ma parti di un sistema nel quale lo sviluppo industriale delle PMI e dei sistemi produttivi regionali sia all’interno del sistema universitario e dei centri di ricerca. Creare un polo universitario con centri di eccellenza e di ricerca, che sia aperto alla collaborazione con soggetti pubblici e privati, di livello locale, nazionale ed internazionale, e collegarlo alle imprese, significa poter lanciare l’economia della provincia e dell’Abruzzo intero.

Una realtà nuova, nella quale il trasferimento tecnologico, la cessione dei risultati, lo spin off accademico, la formazione mirata di nuove di nuove figure e nuove competenze porteranno L’Aquila e l’Abruzzo a competere sul mercato nazionale ed internazionale.

 

Gaetano Clavenna

Presidente dell’Unione Provinciale degli Industriali di L’Aquila

 

 

 

 

 

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