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Italia. Verso la cessione di Telecom. I contribuenti stanno a guardare, mentre dalla Cassa Depositi e Prestiti arrivano 60 milioni di credito al gruppo Salini

E’ arrivato il via libera ufficiale allo scorporo della rete fissa dal consiglio di amministrazione di Telecom. Il board ”ha approvato il progetto di societarizzazione della rete”, si legge in una nota del gruppo, che aggiunge: “Il Cda ha ribadito il mandato al management affinché proseguano i contatti in corso con la Cassa depositi e prestiti per un eventuale suo ingresso nel capitale della società della rete di accesso”. Il gruppo di telecomunicazioni non specifica però quanta parte della società pubblico-privata di nuova costituzione dovrebbe andare alla Cdp (una percentuale che secondo Bloomberg è attorno al 30%). E non chiarisce neanche quanta parte della rete scorporata sarà in rame o in fibra. Si tratta del via libera alla vendita dell’infrastruttura a una società di nuova costituzione, una fetta rilevante della quale è destinata alla Cassa Depositi e Prestiti che la pagherà in base alla decisione finale sulla valorizzazione compresa tra 8 e 16 miliardi di euro. Per i cittadini, oltre al danno di aver avuto per anni le bollette fra le più salate d’Europa per finanziare i dividendi ai soci, arriva anche la batosta finale. Quella che, secondo le ipotesi circolate nelle scorse settimane appesantirà la Cassa Depositi e Prestiti, gestore dei risparmi postali degli italiani, di una quota rilevante di un asset in rame obsoleto. Custodito da una società pubblico-privata di nuova costituzione che sarà prevedibilmente caricata di costi fissi (tra cui, non è escluso, parte dei dipendenti di Telecom) da finanziare con le vie tradizionali: il canone di accesso alla rete, a sua volta giustificazione per gli aumenti degli operatori, ma giustificato nel nome dei futuri investimenti in fibra. Questo in sintesi lo scenario che si prospetta sul lungo termine, a valle delle consultazioni del regolatore e delle ulteriori trattative tra le parti in causa. Lo scorporo permetterà all’indebitato gruppo di telecomunicazioni (28,76 miliardi di euro) di progettare una nuova partenza. Un passo indispensabile prima di discutere eventuali nozze con 3Italia o altri pretendenti con vantaggio di soci come Generali, Intesa e Mediobanca subentrati alla Pirelli di Marco Tronchetti Provera al controllo di Telecom nel 2007. E non senza la benedizione del governo di Enrico Letta che, sulla base della legge 56 dell’11 maggio 2012, ha “potere di veto avverso qualsiasi delibera, atto o operazione, adottata a una società” di rilevanza strategica per il settore dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni. E che la settimana scorsa ha incontrato i vertici di Telecom e Cdp. Una classica operazione di sistema, insomma, che permetterà a Telecom di tornare a creare ricchezza per i soci. Azionisti che a dire il vero negli anni di denaro ne hanno intascato parecchio come testimoniano i 16 miliardi di cedole staccati da Telecom dal 2003 ad oggi. Con gli attuali che, dopo le pesanti perdite incassate in seguito al subentro a Tronchetti (oltre 5 miliardi in un quinquennio) non sono più disposti a metter mano al portafoglio per garantire lo sviluppo industriale della società. E che anzi, in vista della scadenza a settembre del patto di sindacato che lega i maggiori soci nella holding Telco (Generali al 30,58%, Mediobanca all’11,62%; Intesa Sanpaolo all’11,62% e gli spagnoli di Telefónica al 46,18%), accarezzano l’uscita dal capitale del gruppo di telefonia di cui controllano congiuntamente il 22,44 per cento. Intanto, mentre studia l’acquisto della rete da Telecom Italia e l’alleanza tra Bancoposta e Mps, la società pubblica che gestisce i risparmi postali degli italiani, cioè la Cassa Depositi e Prestiti, sostiene le operazioni all’estero del proprietario di Impregilo, che, nonostante i tempi di stretta al credito, riesce a strappare una linea di credito da 60 mln, per di più garantiti dalla SACE, assicuratore del credito controllato a sua volta sempre dalla Cdp di Franco Bassanini. Si tratta di 60 milioni di euro (su un totale di 100 milioni contando la partecipazione delle banche Bnp Paribas e Popolare di Sondrio) “destinata allo sviluppo delle attività internazionali della società di costruzioni”, che controlla Impregilo, l’azienda italiana capofila nel consorzio Eurolink, quello che avrebbe dovuto realizzare il Ponte sullo stretto di Messina e che ora è in contenzioso con lo Stato per la vicenda della penale da almeno 300 milioni per la mancata realizzazione dell’opera. (fonte: Il Fatto Quotidiano)

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