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Italia, imprese: la ricerca perde colpi

In materia di sostegno alla ricerca, se guardiamo agli obiettivi che l’Italia si è posta nel quadro della Strategia Europa 2020, il nostro Paese “è oggi ancora molto distante”: lo si legge tra le righe del Documento di Economia e Finanza presentato nei giorni scorsi da Palazzo Chigi.

Le ragioni sono più d’una, solo in parte riconducibili alla fisionomia del nostro tessuto produttivo – che a differenza delle economie a noi più vicine (come Francia e Germania) – è dominato da realtà di piccole e medie dimensioni. E anche la congiuntura economica a mio avviso rileva fino a un certo punto. I motivi per i quali in Italia la ricerca rimane un punto di debolezza dovrebbero ricondursi piuttosto a gravi errori strategici commessi, in tempi diversi, dal nostro Legislatore. Un’osservazione, questa, che pare sia confermata dai dati diffusi dall’Istat: considerando la spesa in ricerca e sviluppo in termini reali (cioè non a valori correnti) l’istituto nazionale di statistica stima che per il 2011 (i dati sono ancora provvisori) una riduzione dello 0,6 per cento, rispetto ad un aumento medio annuo dello 0,8 per cento nel periodo 2007-2010 (quindi anche in piena crisi economica).

Questi dati, tradotti su scala internazionale, ci portano ad occupare il diciottesimo posto per investimenti in ricerca e sviluppo, con un gap di 0,8 punti percentuali rispetto alla media Ue 27. Non solo: rispetto al 2010, il distacco rispetto alla media comunitaria è persino aumentato. Perché proprio nel 2011 vi fu una drastica riduzione degli investimenti in ricerca e sviluppo? Una chiave di lettura potrebbe essere fornita dall’analisi dei provvedimenti che furono adottati in quel periodo. In effetti, con la Legge di Stabilità 2011 (L. 220 del 2010) e il successivo “decreto sviluppo” (Dl 70 del 2011), della primavera dello stesso anno, l’Italia cambiò radicalmente la propria strategia di sostegno alla ricerca, incidendo in radice sui presupposti stessi richiesti affinché le aziende (specie pmi) possano usufruire di sconti fiscali per gli investimenti in innovazione. Furono così smantellate le impostazioni alle quali si rifacevano le manovre 1997, 2001 e 2005 che, seppur partorite da Esecutivi di diversa estrazione politica, erano accomunate da una visione liberale del fenomeno “ricerca”.

Con il 2011 pare che tale visione liberale sia venuta meno: il beneficio fiscale venne subordinato alla stipula di uno specifico accordo con università o enti pubblici di ricerca. Ma se questa misura appariva giustificabile sotto il profilo del contrasto all’elusione fiscale, a parere di chi scrive rischiava di indebolire la spinta all’innovazione da parte delle nostre Pmi. Ora, i dati pare confermino che quel timore era fondato.

Allo stato attuale, ritengo che il divario rispetto agli altri Paesi dell’Unione possa essere limato soltanto percorrendo due strade: la prima è rappresentata dal ritorno al modello precedente, caratterizzato dall’automatismo del credito d’imposta, con tutti i rischi di abuso della normativa; la seconda, già tracciata dal Ministro Passera, consiste nel rendere più incisiva, duratura e soprattutto efficace la collaborazione – oggi soltanto saltuaria – tra grandi centri di ricerca (pubblici e privati) e Pmi, con il sostegno delle associazioni imprenditoriali, sinora forse trascurate, e delle Regioni. Una rivisitazione del rapporto tra pubblico e privato che dovrebbe passare anche attraverso la “riscoperta” delle opportunità derivanti dai parchi scientifici e tecnologici: un altro tema su quale siamo rimasti troppo indietro.

fiscalista

da http://www.ilsecoloxix.it

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