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Italia, il discorso di Squinzi all’assemblea nazionale Confindustria

Signor Presidente del Consiglio, Autorità, cari Colleghi,

abbiamo vissuto i dodici mesi trascorsi dalla mia prima Assemblea con ansia e preoccupazione, a tratti con angoscia per le sorti del nostro Paese. Con il passare delle settimane si è quasi perso il senso di futuro, di speranza, materia prima vitale per tutti.

L’Europa si è fermata. Ovunque la crisi e le ricette adottate per fronteggiarla hanno aggravato la recessione, alimentato populismi e diffuso soluzioni demagogiche.

Anche la Germania, che si sentiva immune da tutti i mali, fiera della solidità del proprio Stato e della propria economia, appare meno certa del proprio futuro e dell’austerità imposta.

Oggi, la sensazione di aver intrapreso una strada troppo ripida induce anche i più duri sostenitori del rigore a correggere le proprie convinzioni.

In Italia, la forte instabilità istituzionale e politica e la costante emorragia di posti di lavoro e di imprese che chiudono hanno segnato la cronaca di tutti i giorni.

Il Paese si è trovato soffocato in una duplice stretta.

Da un lato, il disagio sociale ed economico ha alimentato una rabbia diffusa contro la politica e le istituzioni, considerate colpevoli di non saper affrontare la situazione, incapaci di avere visioni grandi, come di fornire soluzioni piccole, ma concrete.

Dall’altro, la politica invece di rispondere con uno scatto di orgoglio e rinnovamento, si è persa in tatticismi, sprecando tempo ed energie preziosi in questioni marginali per il benessere dei cittadini.

Abbiamo perso tutti.

Per questo Signor Presidente del Consiglio, come cittadini e come imprenditori, Le rivolgiamo un accorato appello alla modernizzazione del Paese, alle riforme che non sono più rinviabili, inclusa la legge elettorale. Ne serve una che assicuri legislature piene e stabilità governativa.

Per trovare una via di uscita si è ricorsi ancora una volta alla saggezza del Presidente Napolitano, alla cui dedizione istituzionale va il nostro applauso più grande. Alla Sua disponibilità tutti noi dobbiamo una riconoscenza particolare.

Dopo il nostro ultimo colloquio, con la concretezza di un uomo che ha servito per tutta la vita il Paese e sa distinguere ciò che è urgente e ciò che è importante, il Presidente ha lanciato un messaggio forte sul pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione: rimettiamo in circolo linfa vitale, onoriamo gli impegni con le imprese italiane.

Lo ringrazio ancora oggi per quel gesto.

La Sua determinazione ci ha ancora più motivati nella nostra azione e ha scosso l’apatia della macchina pubblica.

Sul piatto abbiamo 40 miliardi da recuperare al più presto e siamo al lavoro sull’intero debito della Pubblica Amministrazione.

Una vera e propria manovra finanziaria per le imprese, inattesa e che molti davano per persa. Non ce l’abbiamo ancora fatta. Non è perfetta. Lo so. Infatti siamo impegnati per migliorarla.

Con un’avvertenza. Se per qualche ragione il nostro credito venisse usato per altri fini, chi ci governa sappia che il rapporto con gli imprenditori sarà compromesso irreparabilmente.

L’altro messaggio, forte, dal nostro sistema al mondo politico era di agire rapidamente nel dare un Governo al Paese, prima che la situazione precipitasse.

Sul fronte della politica sembra siglata una tregua. Non quella solida, di cui l’Italia ha estremo bisogno e della quale confermiamo la necessità assoluta per affrontare i processi di modernizzazione che porterebbero il Paese fuori dalla crisi.

Considerato l’esito elettorale e la stagione di conflitti che abbiamo alle spalle, il Governo in carica è un buon risultato e al Presidente del Consiglio, di cuore, auguri di buon lavoro.

Da parte nostra non smetteremo di incalzare Governo e Parlamento, con responsabilità e concretezza e di ricercare con le altre parti sociali il confronto per trovare soluzioni.

Non possiamo cedere al pessimismo o a divisioni figlie di interessi di parte, forse legittimi, ma che chiudono spazi di manovra già stretti.

Urgono interventi per alleviare la sofferenza sociale. Il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali è vitale.

Lasciamoci alle spalle i temi della contesa elettorale passata o, peggio, di quella futura e concentriamoci sulle politiche di ampio respiro necessarie a costruire il futuro del Paese.

Stiamo bruciando quanto di buono abbiamo saputo costruire nei decenni passati.

I danni che la recessione ha inferto al settore industriale sono gravissimi. Tra il 2007 e il 2013 il PIL italiano è sceso di oltre l’8% ed è tornato ai livelli del 2000. Nessun altro paese dell’Eurozona sta vivendo una simile caduta, con l’eccezione della Grecia. La produzione è crollata del 25%, in alcuni settori di oltre il 40%. Negli ultimi cinque anni oltre 70mila imprese manifatturiere hanno cessato l’attività. La redditività aziendale è stata profondamente erosa.

Specchio del dramma che sta attraversando la società italiana è il mondo dell’edilizia, in una crisi tanto profonda da sottoporre al Governo e a Lei, signor Presidente, la richiesta di un intervento speciale di filiera, per salvare un volano fondamentale nell’economia del Paese.

La tenuta del tessuto sociale è messa a dura prova. Le unità di lavoro sono calate di 1,4 milioni. L’occupazione è diminuita pericolosamente, crollata tra i più giovani. I disoccupati sfiorano i tre milioni.

A onor del vero non è tutta colpa della crisi. Dal 1997 al 2007 il tasso di crescita dell’economia italiana è stato mediamente inferiore di circa un punto percentuale l’anno a quello dei paesi dell’area euro.

Questi pochi numeri bastano a rappresentare un quadro inquietante della situazione, per noi imprese, per le famiglie, per i nostri giovani.

L’obiettivo deve ora essere uno solo: tornare a crescere.

Per tornare a produrre più benessere l’Italia, deve fare leva sulla sua risorsa più importante: la vocazione industriale in tutte le sue declinazioni.

Il manifatturiero è il motore del nostro sistema, l’unico in grado di riattivare il resto dell’economia, perché acquista beni e servizi prodotti dagli altri settori.

Dall’industria viene il 17% del PIL, il doppio se consideriamo l’indotto, l’80% dell’export del Paese, la maggior parte degli investimenti in ricerca e innovazione e la creazione dei posti lavoro più qualificati e meglio retribuiti. Di manifatturiero vivono otto milioni di famiglie. Questi numeri non si possono ignorare.

Domanda e competitività sono le due leve su cui agire per ritrovare la strada della crescita.

Serve una netta discontinuità con le logiche di breve respiro che hanno ispirato molte delle politiche del passato.

Le imprese sono pronte a rispondere e a supportare l’azione del Governo con investimenti e occupazione. Confindustria da tempo insiste per misure concrete per l’aumento rapido del tasso di crescita e dell’occupazione.

Queste misure non sono a costo zero, ma a saldo zero.

La differenza sta nel coraggio di applicarle. Cioè di dare vita a una vera politica di qualità del bilancio pubblico, di ricomposizione delle entrate e delle uscite, in modo da promuovere la crescita senza intaccare la solidità del bilancio stesso, anzi, rafforzandola proprio grazie a una crescita più elevata.

Senza interventi decisi e concreti, la crescita del Paese non supererà per molto tempo lo 0,5% annuo, del tutto insufficiente a creare lavoro e a risollevare i destini di tantissime imprese.

Se questo sarà il Governo della crescita noi lo sosterremo con tutte le nostre forze. Della crescita e del lavoro. Perché la mancanza del lavoro è la madre di ogni male sociale.

Va affrontata in maniera strutturale e con equilibrio, intervenendo sul costo, sulla produttività e sulle regole.

Da Paese manifatturiero non possiamo permetterci la differenza di competitività rispetto ai nostri concorrenti.

In Italia da anni il costo del lavoro sale, in Germania scende. Le nostre imprese pagano di più, i nostri lavoratori guadagnano di meno.

Il cuneo fiscale nel 2012 è stato oltre il 53% del costo del lavoro, tra i più elevati nell’area OCSE.

Questo vuol dire che più della metà di quello che le imprese pagano ai lavoratori va nelle casse dello Stato.

Bisogna ridurre questo cuneo, eliminando il costo del lavoro dalla base imponibile IRAP e tagliando di almeno 11 punti gli oneri sociali che gravano sulle imprese manifatturiere.

Il mercato del lavoro è troppo vischioso e inefficiente. Occorre garantire più flessibilità in ingresso e nell’età del pensionamento, per favorire il ricambio generazionale. Su questi temi gli aggiustamenti marginali sono inutili, in qualche caso dannosi.

 

È positivo che il Governo abbia dichiarato di voler intervenire e prendere seriamente in considerazione le ragioni delle Parti Sociali.

Questo è il modo corretto per evitare che si ripetano situazioni analoghe al caso dei lavoratori “esodati”.

L’Italia ha bisogno di modernità anche nelle relazioni industriali.

L’intesa che abbiamo raggiunto il 21 novembre scorso a Palazzo Chigi va in questa direzione, perché fissa con chiarezza due passaggi importanti per costruire un sistema nuovo: rappresentanza e valorizzazione della contrattazione aziendale per rafforzare la produttività.

Abbiamo firmato accordi con i Sindacati per valorizzare la contrattazione aziendale.

Siamo a un passo, dopo sessant’anni, dal definire regole sulla rappresentanza.

Presidente, noi parti sociali ci stiamo impegnando per il futuro del Paese.

E proprio per l’importanza di questi accordi e principi, in tutta franchezza non nascondo la mia contrarietà sul modo con cui il Governo ha reperito le risorse destinate a finanziare gli ammortizzatori in deroga.

Scelta che comporta il rischio concreto, segnalato al Governo, di generare altra disoccupazione.

Le risorse destinate a sostenere l’occupazione, le politiche attive, la produttività non devono essere impiegate per altri fini. Per questo vanno reintegrate.

Qualunque filosofia ispiri il dialogo tra azione di governo e relazioni industriali, oggi come in futuro, dovrà fare i conti con la necessità di ripensare il nostro sistema delle tutele.

Questo è un capitolo fondamentale per noi, come imprenditori e come cittadini.

In primo luogo perché uno stato sociale moderno e che garantisca una reale tutela del cittadino costruisce le condizioni per esercitare in modo libero, sereno ed efficiente l’attività d’impresa.

In secondo luogo perché un welfare moderno è anche campo di attività economica che apre nuovi, ampi spazi occupazionali.

Si pensi solo al mondo della salute che va dai servizi, alla produzione di beni strumentali, ai farmaci. Si pensi a cosa potrebbe dare in termini di crescita al Paese se modernamente concepito e organizzato.

Il nostro modello di welfare è messo in discussione dalle ristrettezze di bilancio pubblico, dall’evoluzione demografica e dal mutamento della domanda dei cittadini.

È il terreno sfidante su cui forze sociali moderne, non conservative, devono confrontarsi e offrire soluzioni innovative alle istituzioni, ai cittadini e ai lavoratori.

Un moderno sistema di salute, di previdenza, di formazione e accompagnamento al lavoro è il contributo importante che offriamo al Paese. È un invito che da qui, oggi, rivolgo alle forze sindacali per un percorso comune.

La crescita e l’occupazione passano dal rilancio degli investimenti, soprattutto in ricerca e innovazione. Servono misure automatiche di detrazione. Occorre agevolare il rinnovamento tecnologico e ridurre i tempi di ammortamento.

Dobbiamo far ripartire gli investimenti in infrastrutture, aumentando le poste a questo destinate, incentivando gli enti locali alla realizzazione delle opere pubbliche, modificando assolutamente le regole del patto di stabilità interno.

Non possiamo più rinviare il piano contro il dissesto idrogeologico e per la messa in sicurezza sismica. Dagli anni ottanta subiamo danni da eventi calamitosi quantificabili in 3,5 miliardi di euro anno. Senza contare il tributo drammatico di vite spezzate.

Non possiamo più permetterci un costo dell’energia elettrica superiore mediamente del 30% rispetto ai nostri concorrenti europei. È un fronte su cui siamo fortemente impegnati. Sul versante del gas siamo riusciti ad allineare il prezzo ai livelli medi dell’eurozona e a riequilibrare le componenti parafiscali. Interventi che valgono grosso modo 1,7 mld di euro. Se resi strutturali rappresenterebbero un importante recupero di competitività.

I risultati delle nostre imprese sui mercati esteri hanno sorretto l’intera economia nazionale. Ma non basta! Abbiamo ampi spazi di miglioramento e di acquisizione di nuovi mercati.

Occorre estendere la base delle imprese manifatturiere esportatrici stabili, con una particolare attenzione alle PMI, rafforzando l’attività dell’ICE in stretto rapporto con le necessità del sistema produttivo.

Confindustria ha indicato chiaramente la strada. Le misure contenute nel nostro Progetto daranno frutti solidi, stabili nel tempo, solo se saranno sostenute da un Paese moderno, che funziona.

In questa fase di crisi della politica e conseguente debolezza delle istituzioni si sono sprecati gli esercizi di riorganizzazione dello Stato e della Pubblica Amministrazione. Tutti hanno una loro ricetta, ma non esistono soluzioni a scatola chiusa.

Guardiamo cosa accade in Europa, dove convivono filosofie organizzative e modelli diversi: l’abbondanza statale francese, la scarna razionalità inglese o l’articolazione solida del federalismo tedesco. Una cosa appare chiara: il livello di efficienza è sempre più

elevato di quello italiano, prova del fatto che l’unica scelta da non fare è il non scegliere.

Quello che è accaduto in Italia con la revisione del Titolo V della Costituzione: un ibrido inefficiente, un sistema irrazionale, in cui l’intrecciarsi dei diversi livelli decisionali duplica o triplica le responsabilità su una stessa materia. Questo genera costi impropri e inefficienza.

Ciò è incomprensibile, ma lo è soprattutto il labirinto di carta che sta a monte e a valle di un investimento imprenditoriale. Qui la differenza tra l’Italia e il resto del mondo è abissale.

Purtroppo la nostra legislazione e le pratiche delle nostre amministrazioni non sono fatte per agevolare la vita di chi investe.

Pensate solo al tema ambientale, materia curata a livello nazionale, regionale e locale e a tutte le distorsioni che conosciamo bene perché subite e pagate da noi imprenditori.

Nessun serio progetto di semplificazione e di riorganizzazione della Pubblica Amministrazione sarà efficace se non si avvia, da subito, la riforma del Titolo V. Evitiamo il pendolarismo tutto italiano: un giorno tutti federalisti, il giorno dopo tutti centralisti.

Deve essere chiaro che i temi dell’economia e degli investimenti produttivi non possono essere gestiti da ventuno legislatori diversi. Deve essere chiaro che esiste un principio di superiore interesse nazionale necessario per superare veti e resistenze.

A proposito di semplificazione. Sapete quanto il tema mi sia caro. Perché abbia successo, occorre allora che non sia più lo sforzo isolato di qualche Ministro, ma una pratica consolidata, a tutti i livelli di Governo.

Per dare un segnale concreto, ho già inviato a Palazzo Chigi un pacchetto di proposte. Contiene misure che incidono su alcuni degli aspetti più sensibili per chi fa impresa.

Cominciamo da queste semplificazioni e daremo l’idea che, nella ragnatela dei vincoli, qualche nodo si può sciogliere.

Per avere davvero successo nella semplificazione sono poi indispensabili soluzioni moderne di connessione e informazione.

L’Agenzia per l’Italia Digitale è una strada da seguire con forza e decisione, è già formalizzata, condivisa dagli operatori del settore, ma ancora ferma al palo, tra fusioni organizzative, decreti scritti in modo approssimativo, mancato sblocco di risorse.

Signor Presidente, fatela partire e rendetela operativa presto: è una scelta vitale per tutto il Paese.

I mali fiscali italiani restano intatti. Non dico niente di nuovo. Abbiamo un fisco punitivo e di intensità unica al mondo. Scoraggia gli investimenti e la crescita. Esattamente il contrario di quello che dovrebbe fare. Ma questo non è nemmeno il problema più grave, perché il fisco italiano è anche opaco, complicato, e incerto nella norma.

Quanto di peggio si possa immaginare per un investitore. Il fisco italiano sembra dire agli imprenditori che crescere non conviene, perché al crescere delle dimensioni aumentano oneri amministrativi, fiscali e previdenziali.

Per anni abbiamo sentito promesse: il carico fiscale sarebbe stato alleviato, le regole semplificate, il rapporto fisco-imprese reso più trasparente e certo. Nulla di tutto ciò è accaduto.

Conosciamo la situazione dei conti pubblici e sappiamo che non ci sono spazi per grandi interventi. Molte cose si possono comunque fare. Il peso fiscale può essere riequilibrato e non deve essere usato contro chi produce: imprese e lavoratori.

Abbiamo apprezzato l’impegno che il Governo ha assunto con il decreto sull’IMU. Diamo per acquisita la revisione della disciplina fiscale sui beni strumentali alle attività di impresa entro il 31 agosto.

Chiediamo un fisco a supporto di chi crea ricchezza e la distribuisce, trasparente e rispettoso dei diritti dei cittadini e delle imprese. Questo ce lo aspettiamo e il Paese lo merita.

Perciò incoraggiamo il Governo a riprendere la Delega fiscale, la cui approvazione è stata interrotta alla fine della passata Legislatura, mettendo a frutto il buon lavoro svolto fino a quel momento.

A un fisco tanto complesso da risultare iniquo, si somma la situazione del credito che rende quasi impossibile, non gli investimenti, ma l’ordinaria gestione delle imprese e ne mette in pericolo la sopravvivenza. È di primaria importanza l’immissione di liquidità nel sistema.

Lo stock dei prestiti erogati alle imprese è calato di 50 miliardi negli ultimi diciotto mesi. Un taglio senza precedenti nel dopoguerra.

Quasi un terzo delle imprese ha liquidità insufficiente rispetto alle esigenze operative.

Dobbiamo contrastare la terza ondata di credit crunch. Per questo guardiamo con interesse e attesa alle misure annunciate dalla BCE per sbloccare il mercato del credito.

A livello nazionale è però necessario potenziare gli strumenti esistenti e lavorare con le banche a un nuovo accordo sul credito per sostenere le imprese in questa delicata fase congiunturale, ponendo le basi per lo sviluppo futuro.

Il sistema nazionale delle garanzie può giocare un ruolo determinante. Va ulteriormente potenziato il ruolo del Fondo Centrale di Garanzia per le PMI, uno strumento essenziale per sostenere l’accesso al credito.

Bisognerà puntare con vigore allo sviluppo di canali alternativi al credito bancario e al rafforzamento patrimoniale interrotto dalla crisi. Questo richiederà il rilancio del mercato dei capitali e la piena consapevolezza delle imprese, che nel cammino verso la ripresa non potranno prescindere dal rafforzamento della propria struttura patrimoniale.

Presidente, una necessità impellente che deve essere risolta con un atto che ha un grande valore giuridico e morale. Da mesi stiamo segnalando con insistenza le conseguenze perverse della riforma di alcune parti della legge fallimentare. Partendo da un presupposto, sicuramente corretto, sono state riviste lo scorso anno le regole del concordato preventivo per sostenere le aziende con prospettive di rilancio.

Questa possibilità, in brevissimo tempo, è stata interpretata nel peggiore dei modi: una via per scaricare i debiti sulla catena produttiva e continuare, indisturbati, l’attività. Questo comportamento immorale sta provocando crisi aziendali a catena, generando un effetto esattamente opposto a quanto desiderava il legislatore. Le cattive abitudini hanno purtroppo velocità di diffusione eccezionale.

Bisogna intervenire subito, prima che quest’onda si trasformi in un disastro irreparabile per l’economia. Utilizzate lo strumento legislativo che ritenete più adeguato, ma fate presto. Prima dell’economia, lo impone l’etica.

Se osservassimo in modo astratto i costi della giustizia italiana, questa dovrebbe funzionare bene almeno come nella media europea. Non è così, e da anni la questione arroventa più che altro dibattiti e talk show.

L’amministrazione della giustizia è la pietra angolare della società civile, l’ecosistema in cui le imprese operano e i diritti degli individui sono tutelati. Il suo funzionamento costituisce una delle condizioni necessarie per garantire il vivere ordinato, favorire il corretto sviluppo dell’economia di mercato e stimolare gli investimenti.

Cinque milioni di cause civili giacenti, oltre mille giorni per far valere un contratto davanti a un giudice, lo spaventoso numero di sette giudizi pendenti ogni 100 abitanti e un rating negativo sull’indipendenza e la qualità della giustizia, sono macigni sulla strada della ripresa.

Non possiamo negare che alcuni importanti passi avanti siano stati compiuti. Questi vanno difesi. Primo fra tutti il processo di revisione della geografia giudiziaria. È un risultato faticosamente raggiunto, una riforma dolorosa, ma necessaria. Non buttiamola alle ortiche, anche perché è l’unica via per avere tribunali meglio organizzati e magistrati più specializzati, quindi più produttivi.

Occorre decongestionare i tribunali e puntare con decisione sulle risoluzioni alternative. Dobbiamo ripensare il principio dei tre gradi di giudizio per ogni tipo di causa e sostenere gli investimenti previsti sul processo digitale.

Il peso diretto o indiretto dello Stato e della Pubblica Amministrazione sfiora il 60% del valore del PIL nazionale.

Bisogna restituire alla libera iniziativa pezzi di Paese, liberarli da controlli impropri, spesso incompetenti. Questo capitolo è stato appena sfiorato e poi messo da parte dai governi che si sono succeduti.

Le liberalizzazioni riducono le posizioni di rendita e aprono spazi per nuove iniziative imprenditoriali e nuova occupazione. Il mercato liberalizzato aumenta la qualità e riduce i prezzi dei prodotti e dei servizi, a vantaggio di tutti.

Qualcuno ha scritto che non facciamo che lamentarci. Considerando le condizioni in cui siamo costretti a lavorare, se siamo ancora il secondo paese manifatturiero d’Europa, l’ottavo del mondo, forse lamentarci non è la nostra principale attività.

Contribuiamo per quasi il 18% al PIL, l’export della manifattura vale circa 500 miliardi di euro l’anno, le nostre imprese lottano su mercati sempre più difficili e reagiscono alle sfide con l’innovazione, guardano a nuovi clienti e studiano nuovi prodotti per nuovi consumatori.

Molte delle nostre imprese, le medie e piccole, le multinazionali tascabili, i campioni nazionali nascosti, non emergono nelle statistiche sull’innovazione e la ricerca, ma vi si applicano giorno dopo giorno con risultati straordinari sui mercati di tutto il mondo.

È anche grazie a loro se l’Italia è un player nell’innovazione globale.

La nostra capacità in termini di cambiamento rapido sul prodotto e sul processo è grande. Il nostro paese rafforza la sua capacità competitiva nel made in Italy e difende ottime capacità nell’alimentare, nella meccanica, nei beni strumentali, nella chimica, nel medicale, nell’aerospazio. È altrettanto vero che però perde posizioni in alcuni settori di frontiera.

Stiamo cambiando, silenziosamente. Con una convinzione diffusa: dobbiamo diventare più grandi, più efficienti, più capitalizzati, più competenti.

Vengo ora a una questione che non viene mai inserita, a torto, tra le moderne politiche per l’industria, ma che noi riteniamo debba esserlo a pieno titolo.

Il capitale di conoscenza accumulato in Italia attraverso l’istruzione è sensibilmente inferiore a quello dei nostri concorrenti europei, degli Stati Uniti e di molti paesi emergenti.

Dobbiamo migliorare il nostro sistema educativo e aumentare l’offerta di tecnici diplomati e laureati, in materie scientifiche in primo luogo.

Se guardiamo ai nostri territori rileviamo evidenti corrispondenze tra attrazione degli investimenti, presenza di multinazionali estere e qualità delle persone.

Purtroppo in Italia convivono punte ed eccellenze con standard medi troppo bassi.

Il conto della cattiva istruzione non lo pagano i cattivi docenti, ma i nostri giovani. L’egualitarismo di facciata, il dibattito manicheo e il sistematico pregiudizio nell’ignorare la domanda di competenze del sistema produttivo sono ormai anacronismo puro.

Noi per primi dobbiamo contribuire a cambiare questi atteggiamenti con una visione e un progetto non rituali sulla scuola e sull’educazione, all’altezza dei tempi e di un mondo che diventa più grande, mobile e veloce.

Fare della cultura un fattore competitivo che genera occupazione e reddito è una sfida perfetta per il Paese della bellezza, del gusto e dell’arte.

L’aumento della produttività richiede un progetto paese per l’innovazione e la ricerca nei prodotti, nei servizi, nelle organizzazioni, con un massiccio ricorso all’ICT, con attenzione ai temi della sostenibilità ambientale, della cultura e del nostro territorio con una politica vera del turismo in Italia.

Signor Presidente, abbiamo una grande occasione: EXPO 2015 è un’irripetibile opportunità per dimostrare l’unità di intenti del sistema Paese e realizzare la vetrina delle nostre eccellenze, farci invidiare dal mondo le nostre produzioni, capacità e qualità.

C’è una parte del Paese in cui lo sforzo per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione assume le caratteristiche di una vera e propria sfida per la sopravvivenza.

Nelle Regioni del Mezzogiorno le debolezze strutturali comuni a tutta la penisola si sommano a vecchi e nuovi ritardi.

Pare quasi vi sia un impegno perverso per mandare via i giovani migliori, le imprese più importanti, i turisti più interessati.

Solo la criminalità sembra perennemente capace di innovare il suo ricatto, nonostante i colpi ricevuti dalle forze dell’ordine, dalla magistratura e dalla coraggiosa rivolta di tanti imprenditori. Oggi li voglio onorare e ringraziare tutti.

Il 23 maggio del 1992 Giovanni Falcone, sua moglie, gli uomini della sua scorta venivano trucidati a Capaci. La sua biografia esemplare tra le altre cose ci dice che il riscatto del Mezzogiorno è realizzabile. Una sfida non solo nazionale, ma europea.

Il successo richiede l’efficace sinergia di un’azione pubblica finalmente riqualificata e il protagonismo dei privati.

Dalla prima deve venire il miglioramento dei servizi pubblici, a partire dalla scuola, il presidio del territorio e della legalità.

Dal secondo un’innovativa fase di industrializzazione del Mezzogiorno, che dopo la grande industria di Stato e quella a caccia di incentivi facili più che di mercati aperti, dia forma moderna d’impresa vera, proiettata verso i mercati esteri, nella quale i giovani meridionali siano i protagonisti attivi, anche come nuovi imprenditori.

Se Atene piange, Sparta non ride.

Confermo oggi la mia analisi dello scorso anno. Contemporaneamente al rilancio del Mezzogiorno dobbiamo affrontare con decisione la questione settentrionale, la sua perdita di connessione con la dimensione europea e una crescente difficoltà di integrazione nel ristretto novero delle regioni industriali forti del nostro continente. Abbiamo conosciuto il nord Italia come una realtà in continuo movimento e crescita, ne abbiamo vissuto le metamorfosi del tessuto imprenditoriale, dalle grandi imprese alla nascita dei nuovi protagonisti: la media impresa, i distretti, le reti di oggi, fino al quarto capitalismo. Ne abbiamo condiviso i processi di evoluzione, dalla terziarizzazione, alle riconversioni territoriali, ai nuovi circuiti finanziari, alle competenze mobilitate dall’economia della conoscenza.

Ora il motore di questo straordinario modello economico e produttivo batte in testa e manda chiari segnali di allarme che non possiamo lasciar cadere inascoltati, se si vuole che il nostro Paese, tutto, abbia un futuro.

Per ritornare al nord trainante le vie sono quelle che abbiamo detto: credito, fisco, giustizia, semplificazione, infrastrutture, uno stato amico, cioè un ambiente in cui l’impresa può crescere senza ostacoli e competere ad armi pari con i concorrenti.

Ciò che manca è il tempo, bruciato nelle parole spese vanamente, perché il nord è sull’orlo di un baratro economico che trascinerebbe tutto il nostro paese indietro di mezzo secolo, escludendolo dal contesto europeo che conta. È questo quello che vogliamo?

Gli strumenti ci sono, serve volontà e concretezza che sono certo troveremo nel Governo.

Sapete quanta importanza io attribuisca alla realizzazione degli Stati Uniti d’Europa. Alcuni sono scettici su questa visione. L’Europa con l’euro ci ha dato la riduzione della volatilità e la stabilità della nostra economia. All’euro e all’Unione incompiuta possiamo dare molte colpe, ma non quella di aver danneggiato la nostra competitività, le cui fragilità hanno radici ben piantate nel territorio nazionale.

Oggi è in Europa che troviamo le leve della crescita, nella sua capacità di rilancio degli investimenti, di dotarsi di una politica industriale innovativa e su base comune.

Bene quindi ha fatto il Presidente del Consiglio, appena insediato, a partire da Bruxelles e dalle principali capitali europee, per trovare le possibili convergenze istituzionali e le soluzioni comuni alla crisi,

perché alle politiche del solo rigore seguano anche interventi che privilegino la crescita economica. Una crescita basata sull’industria europea.

Il Governo è impegnato in questi giorni in un esercizio fondamentale: passare l’esame del 29 maggio per chiudere la procedura d’infrazione per deficit eccessivo aperta due anni fa. È un passaggio obbligato per utilizzare le recenti aperture della Commissione e la possibilità di scorporare la spesa produttiva dal calcolo del deficit, introdurre obbligazioni per finanziare infrastrutture e un programma di sostegno all’occupazione, dai giovani a coloro che perdono il lavoro in età matura.

La crisi ha dimostrato che il settore industriale torna ad essere l’unica scommessa sicura per il nostro futuro.

Da qui urge la definizione e l’applicazione di un “Industrial Compact” che miri a migliorare le sinergie tra le azioni promosse a livello Ue e le politiche industriali degli Stati membri.

A un anno dalle elezioni europee e dall’avvio del semestre di Presidenza italiana, è necessario che il Paese sia pronto a cogliere le sfide negoziali dei prossimi mesi.

Veniamo a noi. Ultimamente si è scritto e detto molto su Confindustria. Molte inesattezze e alcune critiche, a volte condivisibili.

Non si è scritto però che Confindustria è stata, è e sarà una casa in cui il confronto è regola. Un’organizzazione ad adesione volontaria che viene scelta perché crea valore con le proprie azioni.

Nonostante la crisi, restiamo un sistema fatto da quasi 150.000 imprese, per 5 milioni e mezzo di addetti, che sta aprendo le porte ad altri sistemi e attività a forte potenziale di crescita.

La flessione, -0,6%, delle imprese associate è non solo modesta, ma se calata nel contesto che viviamo è, ne converrete, confortante.

Non temiamo il confronto né di ripensare il nostro modello organizzativo. La Commissione Pesenti sta lavorando con cura alla riforma dell’organizzazione portando a valore comune il meglio del sistema.

Obiettivo: innovare la nostra organizzazione con regole e modelli di governo più leggeri e veloci, tagliando le spese improduttive e costruendo una rete delle intelligenze e delle specialità al servizio delle imprese.

Metodo: nessuna imposizione dall’alto, ma la costruzione di un modello organizzativo basato sul consenso, ascoltando coloro che vivono la quotidianità delle nostre associazioni.

Quella di coinvolgere ed ascoltare tutti sul futuro di Confindustria è una mia scelta. Mai le esigenze e i desideri di singole imprese o specifici settori. La nostra azione deve essere a tutela di tutto il tessuto industriale e dei servizi ad esso integrati. Così interpretiamo il nostro ruolo di rappresentanza del mondo produttivo.

Noi non siamo casta, potere forte o debole che sia, salotto più o meno buono. Noi siamo la casa del capitalismo reale: quello produttivo e dell’innovazione.

Abbiamo la certezza che il Paese cresce grazie alla sua industria e questa cresce se i suoi interessi sono rappresentati con competenza e determinazione.

Cari colleghi, è passato un anno dal mio insediamento. Sono onorato di questo incarico che ho accettato con l’obiettivo, preciso, di rimettere l’industria al centro della politica del nostro Paese.

Perché Confindustria è la casa di tutti coloro che silenziosamente e operosamente, ogni giorno, producono, inventano, esportano, fanno grande l’Italia nel mondo.

Io credo profondamente in queste imprese, piccole o grandi che siano. A tutte indistintamente dedico le mie energie, perché possano crescere, conquistare nuovi mercati, dare lavoro, costruire benessere. Questa è la mia come la vostra missione. Per questo stiamo insieme. Per questo partecipiamo alla vita di una grande organizzazione come Confindustria.

Perché nell’industria, in qualunque forma essa si rappresenti, siamo nati, nell’industria crediamo, nell’industria che, per natura, guarda al domani sono riposte le possibilità di tornare grandi.

Il fatto che esista un domani incerto non deve farci rinchiudere nell’oggi. È un fatto umano, quasi naturale. Ma ciò che abbiamo costruito con tanta fatica dal dopoguerra lo difenderemo e lo faremo crescere se saremo capaci di utilizzare l’intelligenza che la storia ci ha consegnato.

Noi sappiamo bene che non siamo un paese normale. Siamo straordinari, capaci di eccezionali scatti di orgoglio e reattività.

Dateci stabilità politica, una convinta adesione all’Europa, una serie di riforme per uno Stato amico, e saremo un grande moltiplicatore della nostra creatività e capacità di fare industria.

Signor Presidente, signori Ministri, Onorevoli deputati e senatori, Amici, abbiamo davanti a noi la necessità assoluta di avviare una stagione di cambiamento, di disegnare una nuova traiettoria di sviluppo per un’Italia capace di uscire dalla recessione qualificando la propria spesa pubblica, innovando le proprie specializzazioni produttive, conquistando nuovi mercati con la qualità dei nostri prodotti.

Un’Italia capace di un grande progetto che metta la produzione industriale e il lavoro al primo posto degli interessi collettivi e nell’agenda delle scelte.

L’azione di Governo, che confidiamo abbia davanti a sé il tempo di attuare le politiche necessarie, deve avere come pilastro portante delle proprie scelte la politica industriale. Perché produrre significa lavoro, lavoro significa meno precarietà, migliori tutele, crescita dei salari e della domanda interna.

Ci aspetta un grande impegno comune: fare una nuova Italia, europea, moderna, aperta, consapevole delle proprie capacità e qualità. Sono certo che non ci mancheranno coraggio e volontà.

Buon lavoro, a tutti noi.

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