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Italia. Finanza: cause ed effetti del calo delle riserve globali

Secondo i dati compilati da Bloomberg, le riserve valutarie globali sono diminuite a 11.600 miliardi di dollari in marzo, da un record di 12.030 miliardi nel mese di agosto 2014. L’aumento che le aveva fatte quintuplicare in un decennio s’è pertanto arrestato. Certo il calo potrebbe essere sopravvalutato perché il rafforzamento del dollaro ha ridotto il valore dell’altre valute di riserva, come l’euro. Tuttavia resta il fatto che sono state proprio le nazioni emergenti ad contribuire all’aumento medio di 824 miliardi di dollari di riserve all’anno dal 2004. E dunque il declino delle riserve implica anzitutto un calo dell’offerta di moneta dei Paesi dei mercati emergenti, oltre ad essere un effetto del calo dell’euro. Le nazioni emergenti detengono circa i due terzi delle riserve mondiali, e in particolare è stata la Cina, la maggiore detentrice di riserve, a contribuire di più al loro calo. La Cina ha tagliato le sue riserve a 3.800 miliardi di dollari nel mese di dicembre da un picco di 4.000 miliardi nel mese di giugno, secondo i dati della banca centrale. Le riserve della Russia sono calate inoltre del 25%, fino ai 361 miliardi di dollari di marzo; mentre persino l’Arabia Saudita, da agosto 2014, ha bruciato almeno 10 miliardi di dollari di riserve. E per conseguenza la base monetaria cresciuta in Cina e Russia, ad una media annuale del 17%, nel decennio fino al 2013, risulta ormai in declino secondo i dati di Bloomberg. Il tasso di espansione è calato al 6% l’anno scorso. In conclusione l’andamento delle riserve valutarie mondiali è un indice importante della liquidità globale ed è verosimile che la sua diminuzione implichi alla lunga una qualche correzione dei prezzi delle attività dei mercati emergenti. Comunque sia andrebbe pure considerato come la quota delle riserve mondiali detenuta in euro sia scesa al 22% nel 2014, il livello più basso dal 2002, mentre la quota di riserve detenute in dollari è cresciuta fino al suo massimo da cinque anni, secondo i dati di marzo del Fondo Monetario Internazionale.

FONTE: Agi.

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