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Italia, economia: meglio della Germania su sostenibilità del debito pubblico a lungo termine

Secondo uno studio tedesco, nell’ambito dell’eurozona dal punto di vista della sostenibilità a lungo termine del debito pubblico l’Italia risulterebbe in cima alla classifica, superando addirittura la Germania. Questa è la conclusione a cui è arrivata la fondazione tedesca Stiftung Marktwirtschaft (“Economia di mercato”) presieduta dall’economista Bernd Raffelhüschen, professore di Scienze finanziarie presso l’Università di Friburgo, in Germania, ed esperto di evoluzione demografica.

La ricerca risale al 2011 (con dati riferiti al 2010) e per arrivare alla conclusione di cui sopra ha preso in esame il debito esplicito e quello implicito, ovvero gli impegni già presi dallo Stato nei prossimi anni e legato soprattutto all’invecchiamento: pensioni in maturazione nei prossimi anni, la spesa sanitaria, senza dimenticare il saldo primario.

L’economista Bernd Raffelhüschen spiega che “sono possibili calcoli molto precisi sulla scorta dei dati ufficiali, ad esempio sul numero di persone che andranno in pensione nei prossimi anni”.  “Il debito implicito – aggiunge – dipende in modo decisivo dal previsto aumento delle spese legate all’invecchiamento”. Ma il bello deve ancora arrivare, poiché secondo il professore la Germania non ha di che rallegrarsi: la riforma fiscale e quella pensionistica (con generose integrazioni delle minime), nonché l’aumento delle prestazioni sanitarie per alcune malattie tipiche della cosiddetta terza età (ad esempio l’Alzheimer), faranno esplodere nei prossimi anni il debito tedesco. Per Raffelhüschen è ragionevole supporre che nel 2050 lo Stato tedesco e i länder dovranno spendere 1.360 miliardi di euro solo per le pensioni (di cui 870 miliardi di euro per 1,38 milioni di dipendenti pubblici). Una cifra davvero impressionante se si pensa cheil debito pubblico della Germania (quello esplicito) nel 2010 era intorno ai 1.900 miliardi.

Dunque alla Germania converrebbe continuare ad adottare la moneta unica? Le conclusioni messe in evidenza da una ricerca effettuata dalla fondazione Bertelsmann suggeriscono una risposta positiva. Vediamo il motivo: il costo dell’uscita dall’euro sarebbe pari a 14.000 euro di mancati guadagni in dodici anni (dal 2013 al 2025) per ogni cittadino tedesco, mentre il Pil andrebbe a perdere quasi lo 0,5% di media ogni anno. In un ipotetico 2025, vedremo una Germania con un Pil pari a 2650 miliardi di euro contro i 2800 miliardi dello “scenario euro”. Per non parlare del tasso di disoccupazione che sarebbe pari al 7,4%, maggiore rispetto all’attuale 6,9%. In valore assoluto, il numero dei disoccupati salirebbe di circa 200.000 unità.

Invece come è la situazione italiana dal punto di vista della sostenibilità del debito pubblico? Secondo l’economista Bernd Raffelhüschen la situazione è buona , e “sarà il Paese con il più basso incremento di spese per pensioni, sanità e assistenza per anziani”. E poiché il saldo primario è incoraggiante “l’Italia non solo precede chiaramente la “locomotiva” Germania, ma anche tutti gli altri stati dell’Euro a 12. E dunque l’Italia può contare, a lungo termine, su uno sviluppo positivo delle finanze pubbliche“.

Secondo lo studio, nel 2010 il debito esplicito italiano era pari al 118,4% del Pil, quello implicito, al 27,6%, risultando così il più basso di tutta l’eurozona a 12. Il totale del debito  dell’Italia in quell’anno era dunque pari al 146% del Pil: di qui il primo posto. Ma analizzando la situazione dell’economia teutonica se ne ricava che il debito esplicito era l’83,2% del Pil, mentre quello implicito pesava per il 109,4%. Totale: 192,6%, quasi il 50% più dell’Italia.

Il professore mette in evidenza che la nostra economia “non deve fare altro che proseguire il cammino iniziato, guai a invertire la rotta e tornare ad aumentare la spesa per lo Stato sociale”. Ma la ricerca mette in luce anche qualche perplessità, poiché se è vero che a lungo termine il debito pubblico è chiaramente sostenibile qualche problema potrebbe esserci nel breve-medio termine: “Vista la bassa crescita gli avanzi primari basteranno al massimo a stabilizzare il debito italiano nei prossimi anni, ma resteranno ben lungi dal ridurlo in modo significativo“.

 

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