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Indici di settore o numeri a lotto? Per l’Agenzia delle Entrate, a Raiano o a Pescara il reddito è lo stesso: il nuovo Osservatorio Regionale dovrà darsi da fare

di Gianni Saracino

Funzionario Confindustria L’Aquila

 

Non è un fatto nuovo che la Valle Peligna è un territorio imprenditorialmente fragile, e che per questo, nell’ultimo scorcio di anni, ha scontato in maniera particolare le conseguenze della crisi industriale. Che esprime una difficoltà di ripresa economica ormai endemica, intorno alla quale si riflette da tempo con proposte di progetti di sviluppo di ogni genere, sempre naufragati in un nulla di fatto. Un nulla che si sintetizza con un dato semplice quanto acclarato: tasso di disoccupazione intorno al 30%.

Eppure, se andiamo a guardare gli studi di settore, vediamo che un’azienda di Raiano (area interna dell’aquilano), a parità di condizioni contabili – numero addetti, fatturato, acquisto di merci o materie prime, costo del personale eccetera – si ritrova nella stessa classe di indici di una omologa impresa di Pescara. In parole povere, un’attività dell’area peligna dovrebbe avere un  giro d’affari pari a quello di una consorella della costa e, a fronte di una dichiarazione di inferiore entità, fa scattare l’allarme dell’Ufficio delle Entrate, quindi l’immediato controllo fiscale di tipo deduttivo. Per chiarire meglio, si sappia che gli indici degli studi di settore sono numeretti, decisi a tavolino, che servono a stabilire il reddito presunto delle attività ricadenti in ogni determinata zona, con la finalità precipua di tenere sotto controllo l’evasione fiscale. 

Il problema, però, non riposa tanto negli indici, quanto nella logica che ha guidato il legislatore al momento della designazione delle aree geografiche come appartenenti ad certo cluster piuttosto che ad un altro: e così nelle zone interne si trovano comuni chiaramente ricadenti in aree svantaggiate, ma ai quali sono state applicate previsioni di reddito uguali e coincidenti con quelle della fascia costiera (e senza sgarrare di un centesimo…), decisamente ben più floride.

Nella prassi, gli indici degli studi di settore si sono rivelati uno strumento di catastalizzazione del reddito, una sorta di bancomat per fare cassa, anziché un sistema equo e selettivo per rilevare i ricavi: una trovata “all’ingrosso e non al dettaglio” che, all’applicazione, non ha funzionato. Paradossali quanto prevedibili gli effetti: nessun  nuovo contribuente emerso, raddoppiato invece il numero delle aziende non più in grado di essere congrue nelle proprie dichiarazioni.  E chi era evasore, evasore è rimasto

 

La questione è stata sollevata a livello locale da Confindustria L’Aquila – unitamente alle altre categorie produttive e in  più di un’occasione, nonché in forma ufficiale – presso la sede deputata, cioè l’Osservatorio provinciale Studi di settore dell’Aquila dell’Agenzia delle Entrate dell’Abruzzo. Ma poiché l’Osservatorio, costituito come in ogni altra provincia nel 1999, non si è mai attivato, anzi, per l’esattezza non è mai entrato in funzione, ogni forma di richiesta di adeguamento è caduta nel vuoto. Chiaramente a detrimento delle aziende “toccate” dalla mano paterna dell’amministrazione pubblica.

Fa ben sperare il fatto che, dallo scorso ottobre, l’agenzia delle Entrate abbia preso atto della situazione e si sia attivata per costituire un unico Osservatorio regionale competente per tutto l’Abruzzo: lo snellimento burocratico dovrebbe indurre a nuove aspettative, visto che smuovere un ufficio anziché quattro potrebbe risultare più agevole.

Al convegno organizzato a bella posta a Sulmona lo scorso 5 novembre dal Comitato delle Professioni Contabili (Consulenti del Lavoro: Giovanni Masciosci e Marilena Margani; Commercialisti: Daniela Di Cioccio, Aurelio Rotolo e Angelo Palombizio; Ragionieri: Mario Giammarco e Franco Colaiacovo), hanno aderito tutte le Associazioni delle categorie produttive (Confindustria, Confesercenti, Confcommercio Ascom-fidi e Servizi, Ance Costruttori, Associazione Albergatori, Associazione regionale Artigiana, C.N.A.) in maniera compatta, ed esperti del settore, tra docenti e tecnici, hanno fatto il punto in ordine alle strategie e alle metodologie attraverso le quali agire all’interno del nuovo Osservatorio.

Alla prima riunione del nuovo organismo saremo puntuali nel riferire buone o cattive nuove.

 

 

Gli studi di settore secondo la legge

La disciplina degli studi di settore è stata introdotta nel 1997 per superare vecchi sistemi – basati sulla mera regolarità e veridicità delle scritture contabili, come nel caso del ricavometro –  e consente di determinare in maniera presunta i ricavi o i compensi che con massima probabilità possono essere attribuiti al contribuente. Il quantum dei ricavi è,  quindi, stabilito in maniera commisurata alle aree territoriali di appartenenza delle aziende, aree individuate in base ad una stessa capacità produttiva (cluster). Il nuovo strumento, secondo le intenzioni del legislatore, avrebbe dovuto facilitare un maggiore controllo fiscale.

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