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Il futuro dell’Abruzzo non si costruisce con il tifo da stadio

L’Abruzzo deve sviluppare Resilienza. Nel nuovo mondo le comunità si governano soprattutto con una grande integrazione istituzioni/imprese/associazioni.

Credo fermamente che il futuro sarà dell’economia “green”, cioè di quella crescita industriale che saprà rispettare il proprio territorio – e così valorizzarlo. Non credo affatto nella teoria della “decrescita felice” e ai fautori di certo ambientalismo integralista che rischiano di riportarci indietro di secoli. Sono un fervente, appassionato sostenitore della salvaguardia dell’ambiente e della diversità biologica e culturale, sono un imprenditore che sui valori del rispetto del territorio ha costruito nei decenni la propria impresa, ma so che una regione per crescere ha bisogno di industria, di posti di lavoro, di ricchezza.

In questo cambio epocale, forse il più dirompente della storia moderna, c’è indubbiamente un ruolo che deve svolgere l’Europa, un ruolo che deve fare il governo centrale ma c’è anche un ruolo che deve svolgere il Territorio.  Ad esempio sul tema dell’attrattività dell’industria stiamo facendo passi indietro.

Sono preoccupato della piega che hanno preso quasi tutte le discussioni intorno al bene comune in Italia. Siamo ridotti  al tifo da stadio su ogni questione, da quelle poco più che simboliche (l’Imu o il prossimo Presidente della Repubblica) a quelle vitali per il nostro futuro: l’energia, le infrastrutture, il mercato del lavoro, la politica industriale. Non esistono tavoli intorno ai quali si discuta seriamente dei pro e dei contro delle strategie che adottiamo, ma soltanto eterni, ripetitivi talkshow mediatici in cui ciascuno va a difendere una posizione precostituita, sostenuto da idoneo parterre di tifosi.

Vedo in giro tanti Soloni, troppa gente che pontifica, senza nutrire alcun dubbio, sull’unico futuro dell’Abruzzo: cultura, turismo e agroalimentare. Bene, sono d’accordo, ma l’industria? Pensiamo davvero di poter deindustrializzare senza rinunciare al benessere che abbiamo faticosamente conquistato dal dopoguerra? E magari sono gli stessi che danno forza a  qualche dirigente   a bloccare, con motivazioni  risibili quali le difficoltà di trasporto ( quando i terroristi trasportano financo l’uranio),  il trasferimento della Statua del Guerriero di Capestrano al Louvre Museum. Quanti, tra questi profeti del futuro agroalimentare dell’Abruzzo hanno visto dal vero qualche vitigno? Quanti sanno distinguere una pecora da una capra o conoscono qualche agricoltore in carne e ossa? Sanno che significa lavorare la terra? Sanno che i raccolti, ed i redditi, sono per 365 giorni all’anno legati alle condizioni meteo? Che una stagione infelice o un capriccio meteorologico possono inficiare il raccolto annuale e non basta l’intero calendario da sciorinare per le imprecazioni? O pensano che in agricoltura o in zootecnia il successo si costruisce con il marketing o il packaging giusto? Quanti di costoro ignorano o, peggio, fanno finta di ignorare cosa significa tornare a lavorare la terra come unica fonte di reddito? Per accreditarsi richiamano nomi prestigiosi dell’agroalimentare abruzzese: Valentini, Masciarelli, De Cecco, i nostri chef pluristellati… Come se quei successi fossero alla portata di tutti. A prescindere dai sacrifici, dagli investimenti,  spesso anche ingenti, dalla ricerca, dalla capacità di managing… Io vengo da quel mondo, peraltro certificato “biologico” da almeno 3 lustri, con 1100 pecore ancora al seguito e 140 ettari coltivati. Vi dico, semplicemente, che non è così. Nel migliore dei casi, sono degli illusi. E in questo momento drammatico, per l’Abruzzo è cruciale distinguere i sogni dalle illusioni. Abbiamo bisogno di sogni per rialzarci, ma la trappola delle illusioni ci può essere fatale. 

Sciascia ci ha insegnato a diffidare dei “professionisti dell’antimafia”, io temo altrettanto i “professionisti” della difesa dell’ambiente. Sui temi dell’ecologia è facile costruire carriere di successo, con qualche abilità e la giusta dose di spregiudicatezza ci si può accreditare dovunque. Non è raro – è capitato probabilmente a tutti noi – vedere consiglieri, amministratori e sindaci che votano delibere all’unanimità contro i progetti industriali, sfilano nei cortei gridando gli slogan ambientalisti più triti, lanciano proclami sulla stampa e poi in privato recitano tutta un’altra parte, si affannano a spiegare che non possono perdere consensi, che le lobbies ambientaliste li braccano… Così siamo ridotti. Con una classe politica, in parte ipocrita, incapace di costruire consenso intorno a un progetto di sviluppo, di offrire una visione del mondo, impegnata a inseguire gli umori di una popolazione di cittadini a loro volta allo sbando, privi di informazioni reali, costretti ad appoggiarsi a un’opinione precostituita e integralista in mancanza di alternative credibili. La credibilità. C’è poco da fare, è innegabile che il tifo da stadio, da entrambe le fazioni,  impedisce un serio confronto informato con la popolazione almeno tanto quanto la scarsa credibilità degli interlocutori. I cittadini non si fidano più di chi compie scelte in vece loro. Sanno che i loro rappresentanti dovrebbero garantire scelte per il bene comune ma temono che non lo faranno. Ora non è importante se questa convinzione sia giusta, sbagliata o vera solo in alcuni casi. Quello che conta è che se non troviamo il modo di aggirarla, siamo in un vicolo cieco. Perché quello che sta accadendo, che accade ogni giorno, è che i “professionisti dell’ambientalismo integralista” stanno bloccando l’Abruzzo.  

Ma anche Confindustria deve essere disposta a perdere qualcosa se vuole far crescere la sua Comunità, e oltre al Premio Green nato per far crescere la sensibilità delle impresse verso il green e per far dialogare l’impresa, con la ricerca, con l’università, con il mondo ambientalista, deve metabolizzare una salutare autocritica, la discarica di Bussi ( che è solo la punta di un iceberg ) non è stata realizzata da un marziano;  non può ignorare  20/30 mila persone che scendono in piazza con oltre 150 associazioni e  non deve contrapporre ai 26 comitati del No a prescindere che ci sono in Abruzzo altrettanti comitati del Sì a prescindere. 

 

Insomma in abruzzo dobbiamo imparare a sviluppare RESILIENZA, la capacità di una Comunità di reagire a catastrofi, a “cambi epocali”. E con una contrapposizione ideologica, che dura  ormai da diversi lustri,   tra il  mondo ambientalista e l’impresa difficilmente sviluppiamo quelli quegli anticorpi preziosi per creare ricchezza. 

E’ tempo di “contaminazione” tra l’impresa e gli ambientalisti; è tempo ormai che imprenditori e ambientalisti scendano dagli spalti, siamo fermi e smettano di giocare a fare i tifosi sulla curva Sud e curva Nord. Dobbiamo scendere sul terreno di gioco che è quello del confronto, senza ideologia e con pari dignità, e coniugare  con un accordo Storico, sviluppo, industria e Territorio. Con un atteggiamento laico. Autenticamente laico. Rinunciando anche a qualcosa. Ad esempio mi chiedo: gli imprenditori sono disposti, in cambio di un accordo storico, a rinunciare a trivellare il proprio mare nelle acque prossime alle proprie coste? Gli ambientalisti sono disposti ad azzerare tutti i comitati del No e a valutare progetto per progetto?

La storia dell’Abruzzo ci insegna che è possibile coniugare difesa dell’ambiente e industria, i successi dell’agroalimentare testimoniano che si può fare senza dimenticare, però,  i numerosi scempi che l’ambiente ha subito, le parti del nostro straordinario territorio letteralmente depredate da qualche sciacallo.

Basta con gli slogan facili, i sospetti e le barricate. Valutiamo sul territorio, tutti insieme, progetto per progetto, senza pregiudizi ma con competenza e serietà. Prevediamo ed istituzionalizziamo sul Territorio  una fase di ascolto e dialogo per migliorare ogni progetto e far sì che risponda ai legittimi timori della cittadinanza. Facciamoci noi stessi portavoce delle istanze ambientaliste, non lasciamo che ci schiaccino nell’angolo degli avversari, dei nemici dell’ambiente. Siamo, insomma, maledettamente obbligati a trovare un nuovo modello. Privo di ideologie. Siamo nel NUOVO MONDO. Gli imprenditori vogliono essere parte della soluzione, non possono essere etichettati come il problema. Nella Nuova Confindustria Abruzzese le Imprese per  il loro business  devono valorizzare il Territorio. Che si può fare in diversi modi: non depredarlo, promuoverlo con iniziative di co-marketing, favorire un sano ed illuminante mecenatismo, mettere a disposizione della comunita’ il proprio network, contaminarlo con le Best practice, insomma essere autenticamente social responsability. E nel nuovo mondo le comunità si governano soprattutto con una grande integrazione istituzioni/imprese/associazioni. Rimanere sugli spalti significa semplicemente compromettere definitivamente il futuro della regione. 

Sottoscriviamo un protocollo tra le associazioni datoriali, sindacali e del mondo ambientalista  che vada anche oltre la legge, che offra garanzie superiori a quelle richieste dalla normativa vigente. È chiaro a tutti che i limiti di legge in vigore rappresentano  un compromesso. Se in Abruzzo vogliamo vivere e crescere anche di turismo dove deliziamo il cliente, di cultura e agroalimentare di altissima qualità, dobbiamo essere pronti ad innalzarli quei limiti, dobbiamo far maturare in tutti gli imprenditori, nessuno escluso, una maggiore sensibilità alla difesa dell’ambiente. Confindustria è pronta a non sposare, a prescindere, qualsiasi progetto industriale. In tema di industria impattante dobbiamo tutti fare passi in avanti. Iniziando anche ad apprezzare il lavoro del mondo ambientalista. Senza il quale, per esempio, mai sarebbe venuto alla luce tutto lo scempio della discarica di Bussi – compreso l’inquinamento delle falde acquifere, che grida vendetta. Confindustria è matura per far capire all’imprenditore che sui progetti impattanti, che vuole localizzare in Abruzzo, deve essere disposto a guadagnare di meno. E garantire con fideiussioni, premialità, riconoscimenti e penalizzazioni  il rispetto del territorio. L’imprenditore sarà il primo a ricavarne un beneficio, dopo gli sforzi iniziali, perché potrà vendere un prodotto green realizzato  in una regione autenticamente green dove il green è certificato dal Territorio e dal consenso dei cittadini intorno alla sua impresa. E’ una sfida importante, dobbiamo dare inizio ad un nuovo corso. Tenendo bene a mente che probabilmente non abbiamo altre strade. L’alternativa è restare, entrambe le fazioni, sugli spalti mentre, pur rispettando le regole, i progetti non partono e, se partono, lo fanno con tali ritardi e sprechi di energie da vanificare gli sforzi di fare impresa e minando seriamente quella coesione territoriale che nel XXI secolo d.C. è merce indispensabile a qualsiasi tipo di economia.

Fabio Spinosa Pingue

Presidente Confindustria L’Aquila

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