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Il Blog di Alessandro Rizzo – UNA RIFORMA PER LA PERIFERIA

International Workshop Ferrara, 6 Marzo 2007 http://www.edilbase.com/argomento_news.php?id=1541
Ad un anno dal lancio della Campagna Europea dedicata alla Rinascita della Periferia nata sull’onda delle rivolte nelle periferie francesi di Evry, Aulny -sous-Bois, Ivry, la Corneuve nell’inverno del 2005, politici, amministratori pubblici e privati, imprenditori, tecnici e cittadini si incontrano nuovamente nel secondo Workshop dedicato alle più recenti tecniche di recupero urbano delle periferie europee e statunitensi.
La crescita accelerata di Ipermercati e Mega-centri commerciali al di fuori delle aree urbane, fenomeno che si è diffuso dagli Stati Uniti al resto del mondo, sta causando danni notevoli al sistema economico, ambientale e sociale della maggior parte delle città, impoverendo i centri storici e allargando a macchia d’olio l’estensione delle periferie sub-urbane.
Il livello di crisi del sistema del traffico e i valori d’inquinamento ambientale in aumento con cui le nostre amministrazioni si devono confrontare, sono le manifestazioni più evidenti di una profonda patologia che determina, come ultimo risultato, il crescente senso d’insicurezza nelle strade sempre più desertificate a causa della sparizione del commercio diffuso.
L’esperienza americana e il fallimento dei “Petrol-Slums” – i sobborghi periferici che dipendono per la loro sopravvivenza dal petrolio – ci dimostrano come siamo entrati in una nuova fase di sviluppo, in cui molti grandi centri commerciali periferici, complessi di stecconi, grattacieli e villettopoli vengono demoliti e trasformati in quartieri urbani integrati.
Galina Tahchieva, direttore dello studio Duany & Plater-Zyberk (DPZ), esporrà numerosi esempi di interventi strategici di Sub-urban Retrofit (trtasformazione di aree periferiche orientate all’uso dell’automobile in comunità basate sul principio del quartiere tradizionale). DPZ è autore di più di 250 progetti di nuove città e villaggi negli Stati Uniti, Canada, Germania, Spagna, Belgio, Turchia, Messico, Brasile, Argentina, Filippine, Cina. Co-fondatore del Congress for the New Urbanism (CNU), lo studio è consulente urbanistico della senatrice Hillary Rodham Clinton, vincitore di
numerosissimi concorsi e premi internazionali tra cui 2 National AIA Awards e 2 Governor’s Urban Design Awards for Excellence, nonché attualmente coordinatore di oltre 100 architetti e urbanisti nel progetto di ricostruzione delle coste del Golfo del Messico dopo l’uragano Katrina su incarico del Governatore.
Charles Bohl, direttore del Knight Program in Community Building presso l’ University of Miami e membro della Task Forces del CNU, mostrerà il percorso progettuale che porta alla realizzazione delle operazioni di Mall-Retrofit (Ri-urbanizzazione della aree periferiche dei Centri Commerciali) attraverso un approccio interdisciplinare, indispensabile per la risoluzione dei molteplici problemi di natura tecnica, economica, ambientale, sociale e burocratica che le amministrazioni si trovano a dover affrontare per il recupero di queste aree sub-urbane. Mizner Park in Florida, Mashpee Commons nel Maryland, The Crossing, Eastgate nel Tennessee, Redmonton in California, sono
solo alcuni degli esempi che verranno esaminati.
Sviluppatosi negli ultimi 15 anni, il New Urbanism presenta una piattaforma operativa per una riforma radicale delle periferie sub-urbane. Riconoscendo il fallimento del sistema sub-urbano caratterizzato dalla triade villettopoli-centro commerciale-autostrade, la principale fonte d’inquinamento e di spreco di risorse, il New Urbanism propone il recupero delle aree degradate periferiche e lo sviluppo di un sistema metropolitano basato su una federazione organica di città, quartieri, distretti, borghi e villaggi in equilibrio con l’ambiente naturale.
Oltre ad avere al suo attivo il recupero di centinaia di quartieri sub-urbani e la fondazione di nuovi insediamenti, il New Urbanism è oggi diventato il riferimento normativo per la progettazione e il finanziamento d’interventi di edilizia economico-popolare negli Stati Uniti attraverso il programma Hope.
I principi del New Urbanism sono già condivisi e applicati nella realizzazione di numerosi interventi di ri-vitalizzazione delle periferie europee, attraverso la costruzione di nuovi centri urbani, nuovi quartieri, nuove città: a Plessis-Robinson in Francia, come spiegherà Maurice Culot, Presidente della Fondation pour l’Architecture di Bruxelles e Direttore del Dipartimento Archives Histoire all’Institut Français d’Architecture, nonché attuale consulente del ministro per le Aree Urbane Jean Louis Borloo, sono stati costruiti un nuovo centro urbano con piazze e servizi di qualità accanto ad edifici economico
popolari; Brandevoort nei Paesi Bassi è una nuova città sorta nel rispetto della tradizione fiamminga fedele ai principi della Carta del New Urbanism; in Germania sono state recentemente demolite alcune brutali torri e sostituite da edifici tradizionali;
in Spagna come nel Regno Unito o in Belgio come nella Penisola Balcanica nuovi villaggi vengono realizzati in linea con quanto indicato dal New Urbanism. L’architettura del New Urbanism rispetta le tradizioni e le tipologie locali, offrendo alla comunità un’alternativa sostenibile per la vita quotidiana. I numerosi esempi realizzati che verranno esposti e i milioni di metri cubi costruiti, sono la dimostrazione che questa scelta è una realtà concreta anche nel mondo della Governance e dello
Sviluppo Territoriale europeo.
Il Workshop Internazionale ha lo scopo di fornire a politici, amministratori pubblici e privati, imprenditori, tecnici e cittadini una serie di casi di studio relativi a interventi di successo in città europee e statunitensi basati sul nuovo modello di sviluppo di comunità compatte ed efficienti: il quartiere urbano integrato.
Si affronteranno numerosi casi di studio a differenti scale:
– il completamento urbano di aree periferiche e la loro trasformazione in quartieri integrati
– l’ampliamento di una città media
– la realizzazione di nuovi centri urbani in comuni periferici all’interno di un’area metropolitana
– la fondazione di una nuova città

Ing. ALESSANDRO BUCCI, PhD
University of Ferrara
ENDIF – Engineering Department in Ferrara
CIVICARCH – Laboratory of Architectural Design and Building Technology
Office 28, ground floor
Via Saragat 1 – 44100 Ferrara

Phone 0532-1912089
Mobile 349-1278580
Fax 0532-974870

e-mail CIVICARCH: civicarch@unife.it
personal e-mail: alessandro.bucci@unife.it
http://www.avoe.org/civicarch.html
www.avoe.org/civicarch.html

Il commercio sulla Costa del Golfo in Mississippi dopo Katrina

Data di pubblicazione: 05.09.2006

 

Autore: Gibbs, Robert

 

 

Uno studio (ufficiale) di area New Urbanism per ricostruzione e miglioramento del sistema distributivo-turistico della costa. Dicembre 2005 (f.b.)

 

Premessa
Il breve studio sul ripristino e integrazione della rete commerciale sulla Costa del Golfo del Mississippi che segue, è rilevante per almeno due motivi.
Il primo è che sottolinea pur brevemente alcuni aspetti sociali e ambientali del commercio che di solito vengono relegati (e non solo per colpa degli osservatori) alle polemiche localistiche sui rapporti squilibrati di concorrenza fra grande distribuzione e negozianti tradizionali, fra localizzazione suburbana specializzata monofunzionale e integrazione ai tessuti urbani e agli altri vari usi dello spazio. Qui, inserendo in modo articolato i vari aspetti e forme commerciali nel ripristino di funzionalità di un territorio sconvolto da un evento calamitoso, con particolare riguardo alla tutela dell’equilibrio localizzativo (fra i due assi stradali della litoranea e dell’autostrada all’interno; fra le varie specificità dei poli urbani) e socioeconomico, si sottolinea come anche alla scala vasta regionale e in un contesto di libero mercato sia possibile ipotizzare una programmazione spaziale, pur rinviando doverosamente per le scelte specifiche ai piani urbanistici.
Il secondo riguarda modalità, linguaggi, contenuti e culture del New Urbanism, ormai entrati apparentemente dalla porta principale nelle istituzioni, almeno per quanto riguarda lo stato del Mississippi nella ricostruzione post-Katrina. È facile infatti riconoscere nei paragrafi che seguono tutta una serie di “manierismi” caratteristici di questo approccio professionale: dal sottofondo neo-tradizionale che pervade l’intero documento (in parte giustificato dall’economia turistica dell’area), sino alle prescrizioni specifiche per la progettazione urbana e architettonica, dove in alcuni casi si sfiora decisamente il ridicolo, con brevi ma evidenti passaggi presi a prestito dalle “ricette” dello studio DPZ di Miami, che per inciso compare anche come link, senza alcun commento, sulla homepage del governatorato del Mississippi per la ricostruzione.
Con tutte queste premesse e precisazioni, comunque, lo studio preliminare sul ripristino e miglioramento della rete commerciale della Costa del Golfo è un esempio interessante, nel metodo e nel merito. (Fabrizio Bottini )

 

 

Con il termine città giardino si indica una città ideale a misura d’uomo. Il nome “città giardino” deriva dall’inglese “garden city”, che stava ad indicare dei quartieri immersi completamente nel verde.

 

 

Esiste una mancanza di candore, alla quale i riformatori sociali sono particolarmente propensi, e spesso essi insinuano che chiunque non accetta la loro panacea deve essere necessariamente un reazionario.

 

Le new towns, dette anche “città giardino” (in realtà “figlie” della città giardino), sono sorte in Inghilterra a partire dal 1947 per controllare la crescita preoccupante di Londra. Le new towns inglesi sono ben collegate con la capitale tramite servizi ferroviari ed autostradali provviste di tutti i servizi, dai cinema alle università. Vi vivono attualmente circa un milione di persone. Le new town seguono generalmente lo stesso schema urbanistico: al centro si trova un’area amministrativa-commerciale, circondata interamente da quartieri residenziali, separati da parchi e piccole aree agricole caratterizzati da colorate villette a schiera con il tradizionale giardino (da cui il nome; in verità Ebenezer Howard, inventore della “città giardino“, intendeva, usando tale termine, qualcosa di più sostanziale e complessivo). Le new towns hanno conosciuto un successo internazionale e il loro modello è stato esportato in tutto il mondo.

 

 

Ebenezer Howard

 

Il concetto di città-giardino fu usato per la prima volta a New York, nel 1869 per indicare un sobborgo caratterizzato da case con giardino e venne teorizzato con precisione da Sir Ebenezer Howard, che lo applicò concretamente con la costruzione di Letchworth (1903) e Welwyn (1919). A partire dagli anni Quaranta venne applicato nella costruzione delle new town inglesi, fra cui possiamo annoverare la città di Harlow. Il successo di quest’ultime ha diffuso nel mondo il progetto delle new town. Tra le più famose i “goroda-sputniki” di Mosca, finanziate dall’ex Unione Sovietica, il “forstader” in Svezia, in Danimarca e in Giappone. Oltre alle singole Città di Radburn negli Stati Uniti, Hilversum in Olanda, Hellerau e Francoforte sul Meno in Germania, ecc.

 

 

Oggi, i pareri degli urbanisti e degli architetti sono discordanti riguardo il modello delle new town. Gli ideatori e i suoi sostenitori hanno sempre sostenuto che le “new town” garantiscono ai suoi abitanti un ambiente ideale perché uniscono le comodità cittadine (presenti nella new town e comunque sempre vicina e ben collegata alla metropoli) all’amenità e alla pulizia della campagna, in quanto buona parte del territorio della new town è tenuto a parchi e giardini. Ma per molti architetti le new town rappresentano una sorta di ghetti moderni con edifici di scarso valore architettonico e soluzioni urbanistiche banali.

 

Il New Urbanism (Nuovo Urbanesimo) è un movimento urbanistico che promuove i quartieri pedonabili che contengono mix di destinazioni urbanistiche. Sviluppatosi negli Stati Uniti a partire dal 1980 continua a riformare molti aspetti dello sviluppo del settore immobiliare e della progettazione urbana.

Il New Urbanism può includere una progettazione neo-tradizionale, il transit-oriented development (TDO) e il New pedestrianism. Il New Urbanism è una re-invenzione della vecchia urbanistica, vista comunemente legata con l’avvento dell’era delle automobili, tramite l’adozione di schemi incentrati sulla viabilità pedonale.

Il NLa prima città costruita dal New Urbanism è stata Seaside, Florida dallo studio Duany Plater-Zyberk & Company nel 1983. Il movimento si è allargato grazie alla convergenza della scuola di Miami, legata alla locale università di architettura, con quella della West Coast e con la nascita del Congress for the New Urbanism (CNU) fondato nel 1993.

Soprattutto negli Stati Uniti il movimento ha avuto modo di creare numerose città di nuova fondazione e progetti per aree degradate: Miami, Portland, Boston, Los Angeles, Milwaukee, Phoenix, Toronto e Charleston.

Comparazione di modelli urbani tra diverse teorie ubanistiche.

In Europa è rappresentato dal Rinascimento Urbano Europeo sviluppatosi a partire dal 1992 per iniziativa di Maurice Culot, Léon Krier e Gabriele Tagliaventi.

ew Urbanism è fortemente legato all’ambientalismo, alla sostenibilità e alla bioarchitettura.

 

 

 

Città diffusa o dispersione urbana

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

(Reindirizzamento da Sprawl)

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Sprawl urbano, città diffusa o dispersione urbana sono termini che stanno ad indicare una rapida e disordinata crescita di un’area metropolitana, anche in città di dimensioni medie. Questo fenomeno nella maggioranza dei casi va affermandosi nelle zone periferiche, data la connotazione di aree di recente espansione e sottoposte a continui mutamenti. Il segno caratteristico della dispersione urbana è la bassa densità abitativa in città di medie e grandi dimensioni (oltre i 100.000 abitanti); gli effetti includono la riduzione degli spazi verdi, il maggiore utilizzo delle autovetture a causa della maggiore distanza dai mezzi di trasporto pubblico locale e lo scoraggiamento del traffico non motorizzato o pedonale nel tragitto casa-lavoro a causa della maggiore distanza dal posto di lavoro e per la mancanza di infrastrutture come piste ciclabili, marciapiedi o attraversamenti pedonali adeguatamente connessi.

Lo dispersione urbana è caratterizzata da molti utilizzi del terreno che si presentano contemporaneamente. Le aree commerciali, residenziali ed industriali sono separate le une dalle altre. Grandi porzioni di terreno sono destinate allo stesso tipo di utilizzo. Le aree sono separate tra loro da strade, zone verdi, o altri tipi di barriere. Come risultato, i posti dove le persone vivono, lavorano, acquistano e si divertono sono necessariamente separate tra loro.

La dispersione urbana consuma molta più terra rispetto al normale sviluppo urbano se le nuove aree son create con una bassa densità abitativa. Gli edifici hanno solitamente meno piani e sono separati dagli altri attraverso siepi, giardini, strade o parcheggi. Gli edifici sono lontani tra loro e a causa dell’alto utilizzo di automobili molto spazio è riservato ai parcheggi. Il risultato dello sviluppo a bassa densità in molte comunità è che lo sviluppo e l'”urbanizzazione” del terreno prosegue ad un tasso superiore rispetto all’incremento della popolazione. In alcuni posti la popolazione che cresce dell’uno o due per cento può causare un incremento dell’uso del terreno fino al trenta per cento.

Le aree di dispersione urbana sono anche caratterizzate dal fatto di essere estremamente dipendenti dalle automobili per il trasporto. Molte attività, come shopping, spostamento sul luogo di lavoro, concerti, ecc. richiedono l’uso di macchine come risultato sia dell’isolamento dalla città che da quello da zone industriali e commerciali. Camminare o utilizzare altri tipi di trasporto non è efficiente.

Lo sviluppo in queste aree tende ad essere su scala maggiore rispetto alle zone abitate più concentrate. Questo fatto implica case più grandi, strade più larghe e negozi più grandi con relativi immensi parcheggi.

A causa del fatto che lo sviluppo procede ad un ritmo accelerato, gli edifici adiacenti tendono ad essere simili gli uni agli altri. Costruiti a partire dagli stessi principi architetturali, le città nate da dispersione urbana sono avare di diversità, a volte dando la sensazione di disegno uniforme.

Separazione del terreno usato per vari propositi [modifica]

Un fatto che i detrattori considerano caratteristico della dispersione urbana è la separazione fisica dello spazio usato per varie attività: residenziale, shopping center, uffici, istituzioni civiche, e strade. (Duany Plater-Zyberk & Company 5)

Smarrimento e mancanza di identificazione, il centro è l’identificazion e della gente in alcuni valori, non è un posto fisico e basta.

 

 

Aldo Rossi ha sviluppato una concezione della città in maniera totalmente nuova rispetto all’idea di Le Corbusier, idea che aveva dominato tutto il primo 1900, infatti Rossi la vedeva come la somma di tutte le epoche, di tutti gli stili architettonici fino ad allora presenti. Fatta questa precisazione possiamo accorgerci di come al contrario dei suoi predecessori, Rossi aveva un problema, infatti non potendo “rompere” totalmente con il passato come facevano gli architetti dell’international style, si trovava a dover rendere la sua costruzione “organica” all’interno della città. Detto il punto di partenza e il problema principale, possiamo facilmente dedurre quale è stata la sua soluzione: gli Archetipi. Questi sono delle forme ricorrenti nella storia dell’architettura, forme che cosi vanno a costituire un vero e proprio richiamo alla cittadina esistente, rendendo il proprio risultato nello stesso tempo innovativo e tradizionale. Naturalmente non è possibile fare un elenco preciso di tutti gli archetipi utilizzati da Rossi nel corso della sua carriera, ma la loro bellezza sta nell’essere facilmente riconoscibili da tutti, sia dall’esperto che dal ragazzino.

Cerca archetipi di aldo rossi

 

“Capiamo le correlazioni fra trasporti, pianificazione regionale, quartieri, politiche energetiche … abbiamo tra noi gente che può mettere in collegamento i singoli aspetti”.

 

Ci saranno gruppi di lavoro sui trasporti, le infrastrutture, il verde, questioni sociali e ambientali, e altri aspetti della ricostruzione.

I partecipanti alterneranno giornate di incontri centralizzati ad altre di visita ai centri colpiti, dove si incontreranno gli abitanti e si osserverà la situazione. Duany ha posto l’accento sul fatto che oltre a coinvolgere le amministrazioni locali, si dovrà far partecipare alla charrette anche “ogni tipo di interesse”, dai poveri ai proprietari di casino.

 

 

il fallimento del sistema sub-urbano caratterizzato dalla triade villettopoli-centro commerciale-autostrade, la principale fonte d’inquinamento e di spreco di risorse, il New Urbanism propone il recupero delle aree degradate periferiche e lo sviluppo di un sistema metropolitano basato su una federazione organica di città, quartieri, distretti, borghi e villaggi in equilibrio con l’ambiente naturale.

 

Direi che il ruolo del cittadino è fondamentale. Dobbiamo inoltre pensare che l’istituzione non è una cosa diversa dal cittadino. Mi rendo conto che in questo momento in Italia – e non solo in Italia – pensare alle istituzioni semplicemente come all’insieme dei cittadini, all’espressione della volontà collettiva, è abbastanza difficile. Ma dobbiamo sforzarci e considerare che ognuno di noi è parte di una società, e che quindi per realizzare quelle condizioni di godimento, di uso della città come sede della nostra vita, dobbiamo forzare, come cittadini, l’istituzione e farne una nostra espressione.

 

Un’ isola per 25 mila abitanti: studi e plastici saranno esposti al Castello Sforzesco. «Non è un’ utopia: manca solo la volontà politica»

Una sfera con case, strade e scuole «Ecco il progetto della Città ideale»

L’ architetto Mozzoni: quartieri, servizi efficienti e ospedali sotto casa. La «palla» d’ acciaio, alta 240 metri e tagliata in dodici livelli, avrebbe un costo di un miliardo e mezzo di euro «Dove sistemare la struttura? Esistono molte aree vuote»

Se vi descrivessero una città di 25 mila abitanti con scuole comode, negozi sotto casa, servizi efficienti, orti e giardini, teatri, cinema e campi sportivi, traffico zero e per finire (bum) un’ amministrazione che funzioni, potreste dire al limite che è un sogno, ma non una follia: perché in fondo ciò sarebbe, né più né meno, quel che una «normale» città dovrebbe essere. Bene: adesso immaginate solo di farla, tale e quale. Semplicemente, però, a forma di sfera: perché è la più stabile, antisismica e naturale che esista, la «forma del cosmo e del ventre materno», per dire. Una palla alta 240 metri e tagliata in dodici livelli, come altrettanti paesini-quartiere collegati fra loro da percorsi circolari a spirale, senza un solo gradino: perché qualsiasi luogo sia raggiungibile a piedi, o comunque senz’ auto. Finite il lavoro con connessioni veloci a Internet ovunque, fate funzionare il tutto a energia solare, affidatene il governo a un «parlamento di funzionari stipendiati le cui proposte di leggi saranno votate via Internet da tutti i cittadini»: e a questo punto non avrete fatto altro che realizzare l’ ormai famosa – la sua prima intuizione risale agli anni ‘ 60 – «Città ideale» dell’ architetto Guglielmo Mozzoni, i cui progetti e plastici saranno esposti dal 6 al 13 marzo nella Sala del Tesoro al Castello Sforzesco. «Città ideale che, attenzione – non si stanca di ripetere Mozzoni, ancora oggi che di anni ne ha 90 – non vuol dire affatto utopica: la mia è una proposta concreta, tecnicamente possibile, e se qualcosa c’ è di irrazionale nel progetto è solo il fatto che nessuno lo abbia ancora realizzato». E dire che ci sarebbe persino un preventivo, calcolato nei dettagli dall’ ingegner Giorgio Borré: un miliardo e mezzo d’ euro tutto compreso, come dire meno della metà della Freedom Tower di New York. Farla a Milano? Possibile? «Ovvio che sì – ripete da anni Mozzoni – e saprei anche dove: c’ è più di un’ area vuota, in periferia ma all’ interno del Comune, che sarebbe adattissima ad accoglierla. Basterebbe volerlo». Perché il problema, manco a dirlo, è «soltanto politico». Come ha riassunto ieri il politologo Giorgio Galli intervenuto con Vittorio Sgarbi alla presentazione della mostra: «Non è questa città ideale a essere impossibile, è la nostra politica a essere vecchia. Incapace di guardare oltre quello che già c’ è, anche se non funziona. Politica vecchia, aggiungo, come le difficoltà della nostra idea di democrazia oggi». L’ alternativa di Mozzoni, anche questa elaborata da anni, sarebbe appunto la «tempocrazia telematica diretta»: «Se non altro più onesta – dice – dell’ oligarchia esistente oggi in un Parlamento dove un migliaio di avventurieri incompetenti decidono le nostre vite: tanto vale che a decidere siamo noi, schiacciando un tasto su Internet». Pirotecnico secondo le attese, l’ ex sottosegretario Sgarbi pur difendendo la «categoria degli avventurieri» ha a sua volta preso a schiaffi «i perversi connubi tra politici miopi e (certi) architetti che troppo spesso, anziché dare realizzare progetti geniali come quelli di Mozzoni, partoriscono cose orrende come l’ attuale piazza Cadorna o i futuri grattacieli fallico-elicoidali di Milano». «L’ unica cosa certa – riprende Mozzoni – è che oggi è un nonsenso costruire in centro, bisognerebbe farlo solo in periferia: e invece a Milano si continua a costruire addirittura “sopra” il centro, un tetto sull’ altro. Pazzesco. Così come lo è stata l’ idea che il “committente” Comune, e quindi Albertini, ha imposto agli architetti del progetto Scala-Arcimboldi: con impianti ultramoderni infilati dentro un teatro settecentesco, e un teatro modernissimo che per usare gli stessi impianti deve portarceli apposta. E sarebbe la mia città, quella irrazionale?». L’ assessore alla cultura Stefano Zecchi non entra nel merito delle accuse, e preferisce invece difendere la «filosofia» dell’ architetto Mozzoni. «L’ architetto “deve” essere un filosofo e la città ideale – dice – è quella che si pensa». E Sgarbi conclude: «Quella di Mozzoni è fattibile, bella, economica, razionale, senza controindicazioni. Per questo, purtroppo, non si farà mai». Paolo Foschini LA STORIA Guglielmo Mozzoni ha iniziato a elaborare il suo progetto della Città ideale sin dagli anni ‘ 60 Una struttura sferica alta 240 metri, suddivisa in dodici livelli ciascuno dei quali è un piccolo quartiere La prima idea di Mozzoni era nata come una specie di mondo ideale per bambini, il «Mattamondo», che lui stesso aveva illustrato La Città ideale vive con Internet e ogni modernità, ma al tempo stesso con al suo interno orti, giardini e persino fattorie HANNO DETTO GIORGIO GALLI Politologo Quella che Mozzoni chiama città ideale non è un’ utopia: è bella, fattibile e costa meno di tante brutture che pure sono realizzate. Forse è la nostra politica a essere vecchia VITTORIO SGARBI Critico Il problema non è questo progetto, che essendo ottimo non si farà mai, ma il connubio perverso tra politici e altri architetti che darà a Milano grattacieli fallico-elicoidali

MOZZONI

Città ad architettura antisismica eliotermica strutturata su 12 livelli tutti ad abitazioni, orti e giardini gestita politicamente a “tempocrazia telematica diretta” da leggi promulgate solo dopo l’approvazione della maggioranza dei cittadini

Il mondo nel quale viviamo è sferico e sferico è anche il ventre della madre. La sfera è il sistema statico che meglio resiste in ogni sua parte agli sforzi esterni e, offrendo grandi spazi all’abitabilità senza ingombri strutturali interni, offre grandi vantaggi anche dal punto di vista economico

La città del futuro nella sfera di Mozzoni

Esiste, in un tempo lontano, in un luogo lontano, una città a forma di sfera in cui ogni abitante coltiva il proprio orto, vive in armonia con la natura senza esserne un parassita, comunica per via telematica e, per trovare tutto ciò di cui ha bisogno, può fare a meno dell’automobile. Una città che, piano per piano, ha tutto quanto serve ad una giornata di lavoro o di svago e riduce al minimo l’uso della macchina, una delle maggiori “piaghe” del nostro tempo. Una città dove la politica è posta a monte del voto, i cittadini votano le norme anzichè gli individui e l’unica vera democrazia possibile è quella diretta. Sembra una favola, invece è la Citta Ideale di Guglielmo Mozzoni, “l’architetto gentiluomo”, famoso in tutto il mondo per il suo affascinante progetto allestito nell’esposizione permanente di Villa Mozzoni a Varese e per una serie di iniziative dalla profonda valenza civile, culturale e comunicativa. La sua è la polis perfetta, in cui la forma sferica richiama Platone e la sua idea di compiutezza. Di fatto, è un ideale non solo di città ma anche , conseguentemente, di uomo. Colui che abita la Città Ideale è l’individuo che ha ritrovato sé stesso, la sua totalità, colui che riesce a vivere in sintonia con la natura, senza rinunciare al progresso.

da un articolo della Prealpina del 15 dicembre 2004 di Federica Baj

Per rimanere ancora un po’ sulla terra

E’ sempre più probabile che noi terrestri, se vogliamo sopravvivere, dovremo abituarci ad abitare in isole sospese nel cielo o galleggianti sul mare.

E’ terribile ma anche affascinante, specialmente per un architetto, dover ammettere che i progetti già esistenti a questo proposito siano da considerarsi non fantascientifici o utopici, ma realmente realizzabili. Mozzando le ali al fascino dell’impossibile e dell’inusuale, ho voluto tentare una volta ancora di stare sulla terra e progettare su basi assolutamente realistiche e concrete la mia Città Ideale (www.cittaideale.it) che deriva dal progetto di una “Città per istruirsi divertendosi” (1965), immaginato in nuvole spaziali suggerite dal mondo dell’Olimpo pagano. Movente del progetto è stata l’intenzione di diffondere la cultura, di conoscere le cose e, attraverso gli incontri, di comprendere gli altri.

La fantasia spaziale si concretizza nella sfera del “Mattamondo” (1965, cfr. disegni estratti dal progetto), ideata su un terreno a Sesto Ulteriano e poi su un altro, alla periferia di Milano.

Entrambe le iniziative svaniscono, un po’ per contrastanti normative urbanistiche, ma soprattutto per mancanza di un “qualche cosa” che potesse garantire una filosofia di vita persasi nel tempo, sopraffatta da una moltitudine sempre in aumento, dove l’individuo veniva soffocato.

Senza ancora questo “qualche cosa” la “Città Ideale” fu ripensata e scritta solo come fiaba.

Intanto che la fiaba continuava, a poco a poco quel “qualche cosa” che mancava subito saltò fuori. Saltò fuori ormai in pieno con la Telematica, con Internet e quindi con la possibilità che “ciascuno potesse dire la sua”, senza muoversi da casa.

Fu così che già il primo libretto della “Città Ideale”, iniziato come fiaba, nelle ultime pagine poteva già descrivere una realtà: realtà sempre più evidente nel secondo libro “Basta un dito” e nel terzo “Finalmente soli” che si conclude con l’evento del 3 giugno 1999 a Varese, dove in una videoconferenza in diretta, il Sindaco invece di “ordinare” “proponeva” e il cittadino senza muoversi da casa poteva partecipare, ricevere e dire.

È così che con l’ausilio determinante di Internet il progetto della “Città per istruirsi divertendosi” fu sviluppato fino a identificarsi in una vera “Città Ideale” sferica di 25.000 abitanti.

In questo progetto una struttura in acciaio e legno lamellare rotante e antisismica, energie alternative e dotazione Internet personale, offrono un’intera giornata di lavoro e svago a minima spesa, massima sicurezza e senza inquinamenti.

Il progetto di massima, presente in Internet (www.cittaideale.it) e nel mio studio in C.so Venezia 20 a Milano, sarà reso esecutivo dopo la scelta delle tecnologie maturate dai grandi centri tecnologici e dalle grandi imprese installatrici.

Anticipo, intanto, a grandi linee come mi è stato possibile risolvere il problema di una città dove 25.000 abitanti possono incontrarsi oltre che virtualmente anche personalmente, cioè fisicamente, percorrendo al massimo soltanto 240 metri.

Questa possibilità elimina la necessità di ricorrere ad autotrasporti perlopiù inquinanti: infatti, solo per chi non si sente di fare nemmeno 240 metri a piedi, funzioneranno scale mobili, tapis roulants e ascensori elettrici.

Questa soluzione ritengo che sia molto meno utopica di qualsiasi altra formulata da “grandi” urbanisti per risolvere il traffico a Milano o a Nuova York.

A questo proposito e per spiegarmi meglio mi permetto queste considerazioni:

1) se Milano è giustificabile nel suo caos attuale perché il suo impianto risale a 3000 anni fa, Nuova York, impiantata nei giorni nostri, è giustificabile solo perché non si sa vedere più lontano del proprio naso; difatti, come si fa ancora oggi a insistere di concentrare gli abitanti in “verticale”, lontanissimi dalla terra, quando gli abitanti stessi per raggiungere le loro abitazioni hanno bisogno di adoperare autotrasporti in “orizzontale”?

Oggi si calcola al minimo 1 auto ogni 2 abitanti: in un grattacielo insistente su 400 mq di terreno, abitano in media 3.000 abitanti; calcolando approssimativamente appunto 1 auto ogni 2 abitanti risulta che per servire un grattacielo che occupa 400 mq ci vuole un parcheggio di 30.000 mq. Mi sembra che non abbia senso, a meno di accontentarsi di lasciare l’auto a 10 km dall’abitazione, trasbordandosi per altrettanti chilometri su mezzi pubblici, aspettando che arrivino.

2) se è giustificabile che per vivere in società occorra stabilire normative di vita, occorre che queste normative siano stabilite dall’apporto del parere di tutti gli interessati e non solo dei loro rappresentanti: difatti, questi “senza vincolo di mandato” (cfr. la Costituzione Italiana – art. 54) possono tranquillamente tradire i loro mandatari.

Con l’ausilio della Telematica i 25.000 abitanti della mia città potranno comodamente da casa loro, ognuno consultandosi a vicenda, determinare normative e soluzioni di problemi che un “centro” potrà elaborare fedelmente senza ricorrere alla soggettività interessata di un’Autorità occasionale.

Impostata in questo modo l’urbanistica della mia città, gli abitanti potranno godere di una giornata tranquilla con il giardino e l’orto fuori dalla propria porta di casa, senza mai aver bisogno di andare in uffici comunitari e facendo al massimo 240 metri per fare la spesa, per andare in piscina, per andare in chiesa, al cinema, al teatro o, in caso di bisogno, all’ospedale.

Tutte queste cose, compresi asilo, ricoveri, “casa dell’amore”(1), centri scolastici, centri di incontri e “agorà”(2) per amministrare collettivamente la giustizia, si troveranno tutti nell’edificio a sfera, previsto galleggiante antisismico e rotante antiorario per l’insolazione omogenea, ottimale anche per il recupero di energia alternativa.

Potrà anche essere completamente racchiusa e areata artificialmente in caso di inquinamento dell’atmosfera.

Oltre al giardino, all’orto, alle piante che ogni abitante troverà al suo piano d’abitazione, a piano terra, su una superficie di 12 ettari, ci sarà (facendo le corna) il cimitero, per me auspicato in un grande forno crematorio.

Ci sarà anche una piccola azienda agricola dove i giovani potranno capire che il latte è prodotto dalle mucche e non dalla Centrale, le ciliegie dall’albero e non dall’industria e dove constateranno che il cavallo ha la coda, non come timone ma per liberarsi dalle mosche.

Gli accessi al territorio della città sono previsti su quattro fronti (Nord-Est, Sud-Ovest) e confluiranno in un parcheggio perimetrale calcolato per una quantità di automobili, pari alla metà di quella necessaria oggi, in quanto l’automobile non sarà più indispensabile per la vita di tutti i giorni, ma si avvicinerà ad essere come quella di una volta, fine a se stessa, soprattutto svago per andare a spasso dove si vuole.

Il collegamento tra il parcheggio e l’abitazione, oltre che a piedi, sarà per via tapis roulants. Dalla sfera e dal suo territorio è esclusa la zona industriale prevista secondo la possibilità offerta dall’ambiente a disposizione a debita distanza e collegata alla città da autotrasporti elettrici pubblici.

Per continuare a chiarire la filosofia della mia Città Ideale aggiungo che questa città è possibile anche perché non esisteranno più le categorie, in quanto per me gli uomini e le donne possono essere intelligenti o cretini, educati o ineducati, a prescindere dalle loro classi sociali. Tutti saranno professionisti pari grado, pari grado saranno quelli che costruiscono le case e quelli che puliscono i gabinetti e ben vengano questi ultimi così gli altri avranno più tempo per approfondire la loro conoscenza.

Faccio presente, inoltre, che il numero di 25.000 abitanti non è casuale, ma è determinato dalla percentuale di utenti necessari perché un ospedale, modernamente attrezzato, possa autogestirsi.

A tutte queste sintetiche chiarificazioni ne aggiungo un’altra per chi, eterno orripilato dai cambiamenti, voglia insistere a definire la mia città un’ “utopia”, asserendo che è un assurdo pensare di abbandonare le città attuali.

Aggiungo cioè che, secondo la massima “errare humanum est, perseverare diabolicum”, ritengo meglio abbandonare le nostre vecchie città piuttosto che autodistruggersi, continuando a viverle illudendosi di poterle rendere attuali e confortevoli; abbandonarle non vorrà dire distruggerle; si abbandonerebbero naturalmente poco alla volta, cioè non insistendo più a ristrutturarle, ma costruendone altre ex-novo, secondo le necessità di oggi e, per esempio, come propone la mia Città Ideale.

Le nuove città un giorno arriveranno conseguentemente a sostituire quelle oggi esistenti, delle quali le parti costruite irresponsabilmente finiranno per essere abbandonate e quindi fatalmente demolite, restituendo alle case storiche il loro ambiente originario necessario per vivere con piacere. Esse costituiranno dei rioni abitati e rappresenteranno una meta di svago, curiosità e cultura, ancora più interessanti, appunto perché vivi, di Pompei e del Palatino.

La tavola “raffronto planimetrico tra l’attuale città di Milano e una corrispondente Città Ideale G.M. 2000” (parte di questa relazione) può chiarire un po’ questo argomento riferendosi, immaginariamente, alla città di Milano.

L’attuale urbanistica di Milano si identifica con una media di 30.000 mc/ha, cioè di 10.000 mq costruiti di abitazione, equivalenti a 20 mq per abitante e a 500 abitanti all’ettaro.

Qualsiasi sia la determinazione dell’altezza degli edifici in tale urbanistica, il risultato è di caos logistico e di altissimo inquinamento.

Tale concetto urbanistico, impostato sul criterio della città in verticale, è strano che sia ancora oggi in auge dato i risultati negativi specialmente per quanto riguarda la logistica.

Quando si è immaginata la città in verticale non si è tenuto abbastanza in conto che, per raggiungere le abitazioni, ci si doveva servire di una logistica in orizzontale, esclusivamente a piano terra. Le statistiche di oggi, che valutano una automobile ogni due persone, giustificano il caos prodotto da questa quantità di automezzi, dai loro percorsi e parcheggi.

L’unica scusante per un’architettura del genere può averla il Giappone, dove un’enorme sovrappopolazione su un piccolissimo territorio può arrivare a soluzioni disperate. Si calcolano difatti 8.500 abitanti /Kmq – vedi Aeropolis, una struttura di 2000 m.

di altezza, con 500 piani, realizzabile secondo i progettisti giapponesi in non più di una trentina di anni, o X Seed 4000, dove il numero si riferisce naturalmente ai metri che questo colosso in acciaio, cemento e vetro sarebbe in grado di raggiungere.

Ma non tutto il mondo è Giappone. In Europa, per esempio, la questione dell’abitabilità può essere risolta esclusivamente modificando lentamente nel tempo le nostre città, sistemandone le abitazioni in modo coerente con la vita attuale, resa dalla tecnologia completamente diversa da quella che un tempo aveva determinato un’urbanistica oggi assolutamente superata e che, se si vuole continuare a vivere, deve essere cambiata.

Ritornando, per avere un esempio concreto, alla città di Milano, dove abbiamo visto che in un ettaro di terreno vivono 500 cittadini nel caos, con una soluzione del tipo della Città Ideale G.M.2000, sullo stesso territorio di un ettaro, possono vivere 5000 abitanti in aria pulita e con tutti i conforti che deve offrire una città sia nel campo della cultura, del divertimento, del lavoro e della sanità.

Difatti, moltiplicando in altezza non solo il ristretto spazio dell’abitazione vera e propria, cioè soggiorno, cucina e letto, ma anche giardino, orto, teatro e lavoro individuale, escludendo invece gli spazi necessari al traffico automobilistico, privato e pubblico, nella Città Ideale proposta, 25.000 abitanti potranno vivere incontrandosi personalmente, percorrendo al massimo 240 metri e virtualmente con tutto il mondo.

Il risultato di una tale trasformazione può essere evidenziato dalla tavola sopra accennata e riportata in questa relazione.

In questa tavola è appunto evidenziato come 8 nuclei di 8 Città Ideali autosufficienti possono sostituirsi alla città attuale.

Tutto quanto sopra vorrebbe chiarire che la Città Ideale G.M.2000 proposta, non è più utopia ma soltanto una realistica soluzione ai problemi della vita moderna.

L’evoluzione della tecnologia, con tutte le possibilità che offre, porta a cancellare il concetto di utopia, in quanto tutto diventa possibile. Sta nell’intelligenza e nell’onestà dei progettisti di proporre soluzioni realistiche e non immaginarie.

(1) Per chiarire meglio la filosofia della mia “casa dell’amore” si potrà leggere il mio libro “Basta un dito” della trilogia “La Città Ideale” (pagg. 57-

61), dove l’individuo non perde la sua identità e dignità.

(2) Per “agorà”, dove si possa “amministrare collettivamente la giustizia”, intendo un luogo dove tutti possono accedere e chi è in grado di identificarsi telematicamente possa esprimere il suo giudizio che verrà recepito da un centro dati per lo spoglio e la determinazione del parere di maggioranza. Questa partecipazione diretta del cittadino sarà possibile appunto perché nella mia città, come oggi tutti sono serviti di acqua, energia elettrica, gas e fognatura, saranno forniti anche di tutte le attrezzature telematiche necessarie anche per incontrarsi e confrontarsi con chiunque.

Citta’ Ideale G.M. 2005

Evoluzione della Città Ideale G.M. 2000 con l’innovazione che permette di sostituire tutte le scale con rampe al 6% di pendenza

La città senza pilotis, senza scale e senza automobili

Al progetto della Città Ideale G.M. 2000 si aggiunge la grande alternativa che permette, oltre che a poter vivere una giornata senza dover adoperare l’automobile, la grande novità di eliminare le scale oltrepassando tutte le fastidiose vigenti norme di sicurezza che, nonostante il loro intralcio architettonico ed economico, non servono per l’esodo dei disabili.

A tale risultato si è potuto arrivare con un’impostazione progettuale consentita da un nuovo tipo di struttura a centine circolari, che massimizza la resa dell’arco rovescio.

Per quanto riguarda l’approvvigionamento dell’acqua, esso sarà possibile anche nel momento rotante della sfera, in quanto adeguate pompe potranno pescare in continuo da un serbatoio circolare.

Per quanto riguarda l’energia elettrica, essa sarà fornita con impianto sotterraneo fino al centro delle fondazioni, da dove per contatto potrà essere distribuita.

Per quanto riguarda l’energia elettrica prodotta dall’impianto fotovoltaico, è prevista ad oggi in pannelli al silicio distribuiti lungo tutti i parapetti; data la continua evoluzione della tecnologia in materia, in un domani potrà essere risolta ancora più convenientemente.

Per quanto riguarda lo smaltimento delle acque luride, sarà effettuato anch’esso con un sistema di fognatura circolare di raccolta.

 

 

 

 

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