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Dopo la Mongolia e molto più indietro di Lithuania e del Sud Africa: l’Italia ultima dei Paesi industrializzati Fare Impresa nell’Abruzzo del 2008

di Sergio Galbiati

Presidente Confindustria L’Aquila

 

Lo studio Doing Business della World Bank, che considera le difficolta’ e le agevolazioni di fare impresa in 155 Paesi, parla chiaro: l’Italia si trova al 53^ posto in classifica in termini di capacita’ di fare business, subito dopo la Mongolia e molto più indietro della Lithuania e del Sud Africa.
Che cosa ci manca per sviluppare le capacità di fare business e di attrarre investimenti esteri? E’ su questo punto che vorrei concentrare la mia riflessione. Da un lato esistono elementi oggettivi con i quali fare i conti, ovvero: elevati costi di avvio delle imprese (uno start-up in Italia costa 11 volte di più di quanto non costi in Francia), bassa flessibilità del nostro sistema lavorativo sia in ingresso che in uscita, pressione fiscale molto più pesante rispetto alla media dei paesi OCSE e lentezza burocratica che ormai sembra far parte del DNA del nostro Paese.

Tuttavia vorrei approfittare di questo spazio per concentrarmi su altri aspetti. Ritengo infatti che nel nostro Paese esistano elementi intangibili, culturali che rendono tale sfida ancora più difficile e per questo affascinante. In altre occasioni mi è capitato di riflettere sulla sindrome italiana dello “scegliere di non scegliere”. Ovvero l’incapacità, tipica italiana, di saper prendere le decisioni in anticipo, di saper programmare per tempo, come se il fatto di non scegliere fermasse anche il mondo intorno. Al contrario i fatti accadono, il mondo non si ferma, col risultato di essere sempre impreparati a fronteggiare emergenze e crisi che invece potrebbero essere evitate. E così, un giorno ti svegli e ti accorgi che tra tutti gli Stati appartenenti all’OCSE peggio di te c’è solamente la Grecia. Il dibattito allora si concentra sul come fare per risollevarsi, sul come “rinascere”, sul come intervenire senza che nessuno si chieda cosa abbiamo fatto per evitare che ciò avvenisse, dove ha sbagliato il piano, quali sono state le decisioni (o non decisioni) errate. In altre parole ci si concentra sempre su come risolvere il problema e mai su come evitare che si manifesti. Senza considerare che, la manifestazione del problema è il più delle volte la punta visibile di un iceberg ben più profondo.
E allora su quale leva dobbiamo contare per fare impresa? Cosa ci serve per stimolare la crescita dell’Abruzzo e delle sue imprese? La risposta a mio avviso è una sola: “capire quale è il senso, quale è il progetto, il perché e dietro quali valori le persone e le loro aspirazioni si uniscono in organizzazioni ed operano in un territorio. Territorio, appunto, inteso come ecosistema in cui le persone realizzano il senso della propria vita.
 
Il senso di fare impresa in Abruzzo necessita della creazione di significati, ovvero di trasformare dei significanti (più volte dichiarati) in significati. Qualunque cosa, qualunque significante, compreso lo spirito imprenditoriale, “esiste” solamente perché qualcuno gli attribuisce un significato, un senso appunto. A mio avviso il senso  di fare impresa in Abruzzo deve essere la naturale, non razionale, spinta delle persone a sentirsi organizzazione “territoriale” con un denominatore di valori non negoziabili, che trascende i motivi di divisione.  E’ questo il senso profondo, da condividere necessariamente con gli attori in gioco. Il significato è solo un sasso in bocca al significante diceva Lacan, per fare in modo che non sia così è necessario unire i campi di esperienza degli attori istituzionali ed imprenditoriali e generare la comprensione e la condivisione del senso oltre che la creazione di valore. Solo a questo punto si può essere intransigenti verso chi questo senso lo tradisce. L’Abruzzo, le sue persone, le sue istituzioni e le sue imprese hanno recepito il senso di sentirsi organizzazione “territoriale”, ispirate da valori non negoziabili? E’ questo ciò di cui la Regione ha bisogno per crescere.  Senza il senso, non c’e’ infrastruttura, aiuti di stato e paradiso fiscale che tenga.
 
L’Abruzzo oggi non ha assorbito questi concetti: e’ responsabilità dei leaders favorirli.
Personalmente sono poco fiducioso nei confronti del futuro, perche’ vedo le avanguardie sempre piu’ popolate da persone senza senso. Serve una guida che abbia il senso del senso e lo sappia testimoniare; un team di leaders guardando il quale ogni uomo o donna di buona volonta’ possa sinceramente dire a se stesso: magari non mi piace tutto cio’ che dicono e vogliono fare, ma queste persone saranno con noi nel successo e nell’insuccesso e non usciranno piu’ ricchi da questa impresa, se non di umanita’ e di orgoglio. 

Sulla scia di queste riflessioni Micron Italia ha costituito la Fondazione Mirror per l’Impresa della Conoscenza con lo scopo di sostenere la crescita del territorio, attraverso la creazione di un piano strategico “sensato” e la realizzazione di interventi e progetti nei settori formazione, neo-impresa, sviluppo sostenibile, energia, agroindustria e sistema culturale.  Da tre anni la Fondazione Mirror è a fianco delle imprese e delle istituzioni abruzzesi che hanno raccolto la sfida di lavorare per progettare la crescita del territorio, insieme al territorio. Un piano strategico che necessita sempre più della condivisione e dell’impegno di tutti gli attori in gioco, di una “scelta” fatta per tempo.  Se non lo facciamo noi è molto probabile che non sarà fatto.
In questo sforzo Mirror si propone come contenitore di aspirazioni, interessi e visioni magari gia’ caratterizzanti di associazioni, imprese individuali e istituzioni, che sentono pero’ forte la necessita’ di un luogo di sintesi di idee. Per Confindustria L’Aquila, ad esempio, Mirror si reppresenta una risorsa, un supporto di rete, un ambiente “laico” e trasversale agli ambiti di attivita’ ed interesse, nel quale si possa riflettere davvero sul “senso” della nostra comunita’, la ragione profonda sulla quale puo’ fondarsi lo sviluppo che, inutile ripeterlo, e’ fatto dalla qualita’ dalle donne e dagli uomini, non dalle imprese, ne’ dalle istituzioni, che ne sono solo l’effetto e non la causa.

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