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Cento anni di storia di un caseificio: tradizione, voglia di crescere e di conquistare nuovi mercati Imprenditori si diventa per passione, ma pure con l’esperienza.

Reginella D’Abruzzo srl

Titolare: Paolo D’Amico

Indirizzo: via Aroto, 1

67039, Sulmona (Aq)

numero dipendenti: 40

tel: 0864/33419

fax: 0864/56579

sito web: http:/www.reginelladabruzzo.it

e-mail: info@reginelladabruzzo.it

 

 

 

 

Da un’azienda familiare nata all’inizio del secolo scorso, scaturisce una storia di produzione casearia intrisa di legami con la terra e con la famiglia, di sentimento per un mestiere che, cento anni fa, era tutt’uno con la vita famigliare stessa, un prolungamento dell’esistenza quotidiana, fatta di “tribolazioni” e sacrifici per la gestione del bestiame e la produzione di formaggi, da vendere ad un mercato fatto di poche anime. Da un’azienda familiare, dunque, in cui si respirava il profumo del latte e del caglio fresco tutte le mattine, ad un’impresa industriale proiettata al futuro.

Secondo l’erede di quarta generazione dell’azienda di Filippo D’Amico, Paolo, è l’integrazione tra tradizione ed innovazione la chiave del successo in un mercato sempre più globalizzato.

L’azienda casearia è stata fondata da Filippo a Sulmona nel 1963, e nel 1974 ha vinto il premio “Mercurio d’Oro”; nel 1996 la gestione passa al figlio Paolo.

 

Come è maturata in lei la decisione di prendere in mano le redini dell’azienda paterna: è stata una scelta di cuore o di testa?

«Una scelta di cuore, dettata dal legame con la nostra regione, l’Abruzzo, e dalla passione per un mestiere al quale sia i miei fratelli che io siamo stati educati con naturalezza, una vocazione che i nostri genitori ci hanno trasmesso senza apprensioni. Più che un mestiere, il “lavorare il formaggio” è stata una vera e propria cultura, uno stile di vita: i valori della famiglia si riflettevano nell’azienda, e questa era parte integrante della vita quotidiana. In casa ho sempre sentito parlare di latte, ed assistevo ai dibattiti, a tavola, tra mio padre e mio nonno sulla lavorazione del formaggio e le varie difficoltà, gli stessi dibattiti che poi si sarebbero instaurati tra mio padre, i miei fratelli e me e che, spero, si possano instaurare tra me e mio figlio».

 

Non ha mai sognato, quindi, un futuro diverso?

«No, ho sempre pensato ad una vita qui dentro e affianco a mio padre. Racconta mia madre, che fin da bambino mostravo questa propensione fino al punto di piangere quando, al mattino, lo vedevo uscire per  recarsi a lavoro. Tutte le mie energie, nell’educazione come nella formazione, sono state indirizzate a questo obiettivo, ed il pathos con cui vivevo le vicende dell’azienda si è trasformato in identificazione con essa, in entusiasmo per un lavoro che non sostituirei con nessun altro settore. Mi dà un’immensa soddisfazione l’idea di produrre qualcosa di piacevole, buono e salutare per la gente, come sono i nostri formaggi, qualcosa di utile, insomma, nella vita stessa delle persone, che riesca il più possibile a mantenere il giusto rapporto tra una produzione sempre più di massa e l’alta qualità».

 

Come ha trovato l’azienda quando è subentrato a suo padre, a che trasformazioni è andata incontro in questi anni? C’è stata una contrapposizione tra la due gestioni?

«Non c’è stata una contrapposizione, ma solo un confronto necessario: era un’impresa familiare di dieci dipendenti, basata su una produzione artigianale, manuale, senza tecnologie di supporto, in cui predominava la figura di una volta del casaro. L’azienda incominciava allora a muovere i primi passi nel mercato nazionale, ma restava ancora legata ad uno scambio locale, sottoposta ai limiti logistici di un mercato poco diramato. Ricordiamo che fino all’’84-’85 non esisteva l’obbligo di possedere un furgone frigorifero per i produttori alimentari, non c’era ancora una sensibilità verso la sicurezza e la conservazione degli alimenti. Cinquant’anni fa, quando è nata l’azienda “Reginella D’Abruzzo”, non c’era la necessità di mantenere i prodotti alimentari sul bancone per venti giorni, ma vi restavano per appena ventiquattr’ore, e diverso era pure il pubblico dei consumatori: un mercato nazionale all’epoca non era nemmeno pensabile, si produceva per il locale, e tanto bastava a sopravvivere e guadagnare. All’epoca delle seconda generazione, poi, i prodotti erano rivolti prevalentemente al Centro-Sud, oggi il mercato è diventato regionale e nazionale e ci stiamo

 

 già muovendo per entrare in quello europeo. Insomma, da impresa familiare, l’azienda aveva bisogno di trasformarsi in impresa industriale; oggi gode di una notevole crescita dimensionale, della triplicazione del volume di lavoro, della crescita di quattro o cinque volte del volume d’affari, e sono quaranta le persone impiegate, tra dipendenti diretti e indotto. Abbiamo raggiunto il giusto compromesso tra il mantenimento della procedura di lavorazione di un tempo, che si avvale ancora oggi del latte locale, e l’innovazione, il ricorso alle tecnologie più moderne, l’adeguamento alle normative CEE. L’unico compromesso accettato è stato l’unione fra la lavorazione artigianale, cara a mio padre, e la produzione industriale, in grado di rispondere ad un target di massa. Il rinnovamento aziendale è passato attraverso la valorizzazione delle varie figure, dal casaro al responsabile del processo produttivo, fino ai responsabili del settore commerciale, per colmare tutte le lacune. Una revisione della struttura organizzativa, necessaria per affrontare un mercato vasto e complesso».

 

Cosa state facendo per preparavi all’internazionalizzazione?

«Entro la primavera del 2007 otterremo le Certificazioni ISO  e BRC, uno Standard, quest’ultimo, nato in Inghilterra e finalizzato ad ottenere un approccio al mercato europeo, che io definisco “domestico”. Costituisce la garanzia per il cliente straniero di acquistare un prodotto di qualità, sicuro, la cui catena produttiva è controllata in ogni singola fase. E’ un “passaporto”, insomma, per entrare nel mercato europeo e trovare clienti che apprezzino i nostri prodotti. In realtà dieci anni fa abbiamo già avuto un’esperienza commerciale con un cliente tedesco, durata due anni. Forse non c’era, allora, ancora la preparazione giusta per affrontare il mercato europeo, ma oggi ci sentiamo decisi e anche un po’ più temerari».

 

Qual è stato il suo percorso in azienda: ha scelto la via della gavetta, della formazione “on the job”, o piuttosto la via degli studi?

«La mia è stata la tipica gavetta, almeno fino al diploma, poi sono entrato in azienda seguendone tutte le fasi del processo produttivo: per tre anni sono stato nella produzione, come casaro, in seguito nel settore commerciale ed attualmente, a 39 anni, sono Direttore Commerciale ed Amministrativo dell’azienda».

 

Come hanno vissuto i dipendenti questo passaggio dalla gestione paterna a quella, diciamo, filiale, abituati ad un approccio diverso?

«Il momento del “passaggio” è avvenuto con l’affiancamento di mio padre, abbiamo camminato insieme per un certo periodo e per una corretta ed indolore introduzione al ruolo che mi attendeva, anche perché fino agli anni ’80-’90 vi erano impiegate quattro, cinque persone (poi salite a dieci), che lavoravano fianco a fianco con mio padre: l’ambiente ed i rapporti erano tipici di una grande famiglia, e dovevano essere salvaguardati».

 

Vede ancora come “familiare” il futuro della sua azienda? E come interpreta la concorrenza del mercato internazionale, un pericolo o un’opportunità?

«Immagino e preparo la mia azienda ad un futuro sempre familiare. Per quanto riguarda il mercato internazionale, i cambiamenti hanno determinato una alterazione delle prospettive negli imprenditori. Cinquant’anni fa il futuro era visto come florido e promettente, popolato da imprese manifatturiere, ora è ricco di incognite e l’orizzonte è decisamente diverso. C’è la grande distribuzione, che con la sua politica commerciale legata al prezzo rende più difficile cavalcare l’onda del mercato nazionale e globale, ma questa per noi è una sfida, uno stimolo al miglioramento, alla ricerca di nuove soluzioni e nuove argomentazioni, più convenienti e convincenti di quelle della grande distribuzione. E’ cambiata anche la tipologia di distribuzione dei prodotti e la logistica rispetto al passato, ma in questo la grande distribuzione ci dà una mano: se tanti anni fa era impossibile commerciare anche solo con il Nord d’Italia, dove si arrivava con la ferrovia e su ordinazione, adesso, tramite le piattaforme uniche di cui dispongono le maggiori insegne nazionali, è possibile raggiungere ogni angolo del Paese, e della distribuzione non dobbiamo più preoccuparci noi. Questo è un indiscusso vantaggio per i produttori, usciti definitivamente dalla rete della piccola bottega, del negozietto costretto ad ordinare il prodotto da vendere all’occorrenza ad una piazza limitata. Ma se il mercato globale è un vantaggio, è, spesso, anche un vincolo, laddove implica adeguamento alle normative comunitarie, da recepire a livello nazionale».

 

La sua azienda riuscirà a vincere la sfida dell’incalzante diffusione di discount?

«La diffusione dei discount è un fenomeno importante, che cresce più del supermercato nella catena di distribuzione, ma sulla base di un’esclusiva attenzione al prezzo. Vinceremo la battaglia perché la nostra mission è ben più ampia e attenta al territorio, ai valori della genuinità dei prodotti e dell’ambiente, della bellezza e della salute dell’Abruzzo, “cuore verde d’Europa”»

 

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