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Brasile, Cuba e Angola: le nuove mete dell’emigrazione per sfuggire alla crisi

Il tariffario è decisamente conveniente. Con 3 mila reais (circa 1.200 euro) si fa tutto: burocrazie, contatti e permessi. Ma bisogna scegliere in fretta, perché i prezzi stanno salendo: tutti vogliono sposare una donna o un uomo brasiliano.
L’amore non c’entra niente: non è il cuore, ma il permesso di soggiorno (e di lavoro) a contare.
L’ultimo segno della crisi economica che travolge il Vecchio Continente e gli antichi equilibri geopolitici sono i matrimoni fasulli tra gli europei e i cittadini carioca.
FINITI I TRASFERIMENTI DAL BRASILE.I fiori d’arancio sono l’ultimo passaggio del viaggio al contrario attraverso l’oceano dei nuovi migranti. Fino al 2000, erano i sudamericani ad attraversare il mare per cercare lavoro e benessere in Europa. Ma negli ultimi tempi la rotta si è invertita.
E siccome nel Brasile (cresciuto del 4,5% nel 2012) di Dilma Rousseff esistono problemi burocratici e montagne di scartoffie e permessi da ottenere per potere lavorare, sempre più persone decidono di comprarsi il diritto a restare nel Paese attraverso il matrimonio. Proprio come facevano in Italia o in Spagna negli anni scorsi tanti latinoamericani o africani.

C’è anche chi si rifugia a Cuba, Paese che ha recentemente concesso ai suoi cittadini la possibilità di lasciare l’isola.
Se il matrimonio d’interesse è l’extrema ratio, sono comunque centinaia di migliaia i nuovi migranti europei.
In cima alla lista dei nuovi migranti ci sono spagnoli e portoghesi, favoriti dal fatto di avere avuto colonie che continuano a parlare la lingua dell’ex metropoli e spinti dal vertice della recessione che colpisce durissimo da un triennio.
Secondo i dati forniti dal Registro degli spagnoli residenti all’estero, dal 2009 al 2012 sono stati 350 mila gli emigranti, ma nei soli primi sei mesi del 2012 ben 115 mila persone hanno abbandonato la penisola iberica per trovare lavoro all’estero. Di questi ben 22 mila sono andati a cercare fortuna in Argentina.

In molti casi si tratta di persone che erano arrivate in Spagna nei decenni scorsi da Buenos Aires, avevano ottenuto la cittadinanza spagnola, e ora davanti alla crisi tornano alle origini, magari per rifugiarsi nelle case dei parenti che sono rimasti in patria. Ma tra questi, 22 mila sono ragazzi con un titolo di studio che cercano di farsi una vita nuova soprattutto nel settore delle costruzioni.

Il dato più sorprendente però è quello che vede Cuba al secondo posto tra i Paesi latinoamericani come meta agognata dagli emigranti spagnoli, con 13 mila persone che hanno abbandonato la penisola iberica per stabilirsi nell’isola di Fidel.
Juan C. viene dalla Galizia e ora abita all’Avana. Ha ritrovato qui alcuni lontani parenti, perché l’immigrazione spagnola ai tempi della colonia a Cuba era soprattutto di questa regione povera, al punto che i cubani chiamano tutti gli spagnoli «gallegos», galiziani appunto.
Uno dei palazzi più belli, antichi e prestigiosi del centro dell’Avana è proprio il Centro gallego, con un teatro nel quale ha cantato a suo tempo anche Caruso.

Juan ora si dedica al turismo. Organizza, in accordo con le agenzie locali, i viaggi degli spagnoli nell’isola e dunque spesso deve lasciare la sua casa e la sua compagna mulatta per accompagnare i turisti alla spiaggia bianca di Varadero o a Santa Clara a visitare la tomba di Che Guevara.
Come Juan tanti altri spagnoli hanno scelto l’isola dei Caraibi per rifarsi una vita.
Paradossi della storia: proprio quando il governo di Raul Castro ha permesso ai cubani di avere un regolare passaporto e quindi di poter uscire dall’isola liberamente, il vuoto lasciato dai cubani che potrebbero lasciare il Paese rischia di essere riempito nientemeno che dagli spagnoli a loro volta in fuga.

In viaggio verso l’Angola che cresce in modo impressionante
I portoghesi, per scappare dalla recessione, si rifugiano in Angola.
Per i giovani portoghesi in cerca di fortuna, sempre in questa logica del capovolgimento del mondo cui eravamo abituati, è invece di moda l’Angola.
Fino al 1975 era colonia di Lisbona, dalla quale dopo l’indipendenza e le guerre conseguenti erano fuggiti 300 mila portoghesi che erano rientrati nella madrepatria.
In questi anni di crisi, 130 mila hanno fatto il viaggio al contrario, attratti dalle prospettive di questo Paese che, grazie al petrolio, ha ritmi di crescita impressionanti.
La lingua comune, un passato di colonialismo e di guerra, ma anche di legami culturali e in qualche caso personali, fanno sì che i portoghesi trovino in Africa un luogo accogliente per sfuggire alla disoccupazione e alla miseria del loro Paese.
D’altro canto l’Angola per dare una base solida alla sua crescita ha bisogno di professionisti e di tecnici che i giovani portoghesi possono garantire. Un nuovo incontro tra questi popoli, certificato da un dato economico anche questo paradossale: nel 2012 i soldi spediti degli emigranti portoghesi in Angola a favore dalla madrepatria sono stati 115 milioni di euro.
da www.lettera43.com

 

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