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Abruzzo, trivellazioni in mare: le lunghe mani della Medoil Gas

Il ministero dell’ambiente ha confermato la sua linea sul contestatissimo progetto petrolifero Ombrina mare. Il tardivo parere della Regione non ha, in altre parole, bloccato l’iter: il 3 aprile scorso, la Commissione VIA nazionale ha emesso un nuovo parere positivo. Sul sito del ministero, si legge che “con l’entrata in vigore dell’art.35 della Legge n.134/2012 è stata riavviata in data 22/11/2012 la procedura di VIA ed è stato successivamente espresso parere positivo con prescrizioni n.1154 del 25/01/2013 dalla Commissione Tecnica di Verifica dell’Impatto Ambientale. A seguito del parere inviato dalla regione Abruzzo in data 04/03/2013, la Commissione ha svolto un supplemento istruttorio conclusosi con il parere n.1192 del 03/04/2013 che conferma il precedente parere espresso in data 25/01/2013 e precisa il quadro prescrittivo in merito alle autorizzazioni alle emissioni in atmosfera.”

Insomma, siamo alla redazione del Decreto ministeriale che darà seguito alla decisione della Commissione VIA. Un brutto risveglio per le migliaia di cittadini che, lo scorso 13 aprile, avevano invaso il centro di Pescara per dire no al progetto. “Viene minato alla base il procedimento di Valutazione di Impatto Ambientale che dovrebbe vedere al centro delle decisioni la partecipazione dei cittadini”, scrive il Wwf. “E’ veramente grave non ascoltare la voce di una comunità che si vede piovere addosso un progetto che non vuole, allarmante non solo per l’ambiente abruzzese ma per la sua economia”

Le lunghe mani della Medoilgas Italia, però, si allungano sull’Abruzzo dal mare alla montagna. Oltre a Ombrina, c’è un altro mega progetto per cercare idrocarburi in 54 comuni tra l’Abruzzo e Molise. Le province interessante sono quelle di Chieti, in particolare il Vastese e la Val di Sandro, e Campobasso.

Il 27 marzo scorso, la società che fa capo alla londinese “Mediterranean Oil & Gas” ha presentato allaRegione Abruzzo richiesta di Valutazione di Assoggettabilità a V.I.A. su due progetti di ricerca di idrocarburi in terraferma, denominati San Buono e Agnone. Il rischio è che la società ipotechi seriamente il modello di sviluppo di queste zone per l’immediato futuro: stiamo parlando di un’area complessiva di 151mila ettari, l’estensione del Parco del Gran Sasso per capirci. La provincia di Chieti è interessata per 60.000 ettari, coinvolti 39 comuni.

Qui trovate il materiale relativo all’istanza Agnone
Qui, invece, il materiale relativo all’istanza San Buono

Il Permesso di Ricerca è, per sua natura, l’autorizzazione ad effettuare ricerca di idrocarburi per un periodo minimo di 6 anni con diritto a due proroghe triennali. La ricerca, effettuata per fasi successive, prevede interventi diretti sul territorio solo in fase avanzata e a valle di studi già realizzati in passato e valutazioni geologiche da bibliografia: qualora, a seguito di questi studi, dovessero emergere delle aree di interesse dove concentrare l’attenzione, solo allora si potrebbe passare ad una fase successiva esecutiva con l’acquisizione di nuove linee sismiche.

Quanto sopra per evidenziare che il rilascio di un permesso di ricerca su un’area geografica vasta non comporta necessariamente azioni dirette su tutta la superficie richiesta. E’ vero. In Basilicata, però, la Mog ha fatto dei gran danni: la società ha operato a Serra San Bernardo, Masseria La Rocca, Montalbano, Scanzano, Monte Verdese, Torrente La Vella, Masseria la Vella e San Teodoro. Nel Dicembre del 2007, il Corpo Forestale dello Stato di Potenza ha rilevato “movimenti terra illegittimi alla luce delle normative paesaggistiche” intorno al pozzo petrolifero di Montegrosso, a Serra San Bernardo, appena fuori Potenza. Furono sequestrati, allora, 4.000 dei 50.000 metri quadrati dell’area.

Il pozzo si trova nella Foresta demaniale regionale Grancia Caterina, dove vigono speciali normative paesaggistiche e vincoli idrogeologici per la presenza in zona di una quarantina di sorgenti idriche. Il parco è considerato tra i più importanti parchi rurali del sud Italia, ed è stato costruito con soldi pubblici.

Già dal 2007 secondo le indagini della magistratura, la MOG trivellava in quella zona senza avere mai presentato procedure autorizzative o richieste di pareri ambientali dei Ministeri e degli Enti competenti. Ai cittadini che facevano domande, negavano che cattivi odori, fumi e frane provenissero dal pozzo. Anzi, negavano pure che il pozzo fosse in funzione. Avrebbero trivellato il parco, insomma, senza chiedere autorizzazioni.

Nonostante il primo sequestro parziale, la Medoilgas è stata recidiva e ha continuato a sventrare la terra senza regole e senza rispetto, così il 14 Febbraio 2009, il Corpo Forestale dello Stato ha chiuso l’intera area estrattiva. Tra le ipotesi formulate dai pm c’è il fatto che oltre a estrarre petrolio senza autorizzazioni, tutti questi sconquassamenti del terreno servivano per l’occultamento di rifiuti di natura industriale. Ecco perché è importante difendere il nostro territorio.

Il Wwf ha invitato cittadini, comitati, movimenti ed enti locali ad informarsi e a presentare osservazioni entro l’11 maggio. E a mobilitarsi, in maniera permanente, per bloccare le trivelle che vorrebbero stuprare l’Abruzzo.

Da www.news-town.it

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