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Abruzzo: Imu, Iva, Tares per 780 euro a famiglia

1° giugno rata Imu, 1° luglio aumento Iva, dicembre pagamento della Tares: è la via crucis di imprese, cittadini, pensionati, disoccupati: non si salva nessuno, chiunque ha soltanto una briciola deve depositare una pagnotta. Una volta si parlava di gabelle.

Venendo ai numeri, le stime parlano di un aumento medio che si aggira su oltre 780 euro.

Ci vorrebbero 2 miliardi di euro di copertura per gli ultimi 6 mesi 2013 e 4 miliardi di euro per il 2014: il libro dei sogni.

Sull’Imu si può sperare in un’apertura del Governo Letta che potrebbe varare la riforma dopo il pagamento della tassa sulla prima casa, nelle aspettative destinata a salvaguardare in primis i redditi medi, bassi e bassissimi come quelli delle pensioni sociali.

Sulla Tares, invece, bisogna battersi per l’eliminazione di quell’aumento di 30 centesimi a metro quadro delle abitazioni, che si aggiungerebbe a quanto già viene alla Tia-Tarsu.

E’ evidente la stretta che si ripercuoterà sui consumi che, a loro volta, decreteranno la disfatta di esercizi commerciali, imprese e operatori in genere di tutto il sistema economico. Gli effetti immediati saranno sui commercianti, chiaramente i piccoli, perché sulla grande distribuzione vigono meccanismi di salvaguardia dettati dalle regole attuali del mercato: sappiamo tutti che gli hard discount hanno incrementato gli affari per via dei prezzi bassi, chiaramente connessi ad una proporzionale qualità, con una ricaduta “fertile” sul territorio pari quasi allo zero: la merce viene dall’estero o, alla meglio, sicuramente non dall’Abruzzo. Fatto salvo qualche posto di lavoro da commesso o simili, le multinazionali della grande distribuzione succhiano il territorio, consumando forza lavoro anziché seminare qualità e crescita professionale, o indotto imprenditoriale. Un disastro. Ridurre il lavoro ad una prestazione da coll center o da commesso equivale a condannare i giovani ad un futuro… senza futuro. La crescita professionale ed intellettuale è tutto: e non sembrano esserci neanche i presupposti. Tra associazioni di categoria e associazioni datoriali il gioco è sempre lo stesso: levate di scudi a protezione dei posti di lavoro (ormai di pessima qualità), piani industriali zero, manifestazioni di piazza per far finta di mostrare i denti, accaparramento di fondi o agevolazioni e sgravi… niente per crescita e sviluppo.

L’impossibilità attuale di produrre reddito è ancor peggiore della pressione fiscale, stante la quale, forse è più economico e meno rischioso non lavorare piuttosto che adoperarsi tra mille peripezie e ostacoli utili per una “partita di giro” per la quale i soldi entrano nelle nostre tasche e poi riescono… lasciandoci le spese da pagare.

Ci chiediamo perché i rumeni stanno a guardare a braccia conserte e con un’aria indolente gli altri che lavorano: ora possiamo cominciare a capire il perché.

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