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URGE UN PATTO PRODUTTORI-POLITICA

di DONATO LOMBARDI*

Ebbene, eccoci saliti sul treno dell’Europa -vagoni di testa o di coda lo vedremo- trainati da un Governo, di sinistra, che ha rispettato ed affrontato scadenze di portata storica -come l’ingresso nella moneta europea- ed eventi di portata mondiale -come la crisi dell’Albania- e che si è trovato a dare forma e corpo, nella seconda Repubblica, alle regole poste dalla prima e dalla stessa mai attuate e rispettate. E, certo, questo non gli ha fatto guadagnare il consenso popolare, come sempre accade quando non si fa demagogia. ma ci ha portato finalmente in Europa: Europa nella quale oggi dobbiamo riconoscerci e alla quale dobbiamo allinearci. Non ci sarà, per noi, un secondo appello.

Il dubbio, che adesso si insinua prepotente ma sul quale conviene ragionare con serenità d’animo e oggettività, è il seguente.

Sarà in grado questo stesso Governo, che pur si è dimostrato capace di giocare in difesa, di mettersi in attacco? Ossia, fuor di metafora, non rischia di perdere tout court la corsa allo sviluppo per rimanere attaccato alle posizioni ideologiche che ne hanno fatto la storia?

Intendo dire che è giunto il momento, ormai improcrastinabile, di mettere mano alle riforme della spesa pubblica e, in particolare, al sistema dello stato assistenziale, stato che, storicamente nel gioco delle parti, la sinistra ha sempre in qualche misura rappresentato e difeso.

Ed entro nel merito di quanto sopra.

Sono convinto, e certo non sono il solo, che soltanto una seria riforma delle pensioni e una revisione del mondo del lavoro possano consentire al nostro Paese una riduzione stabile del disavanzo pubblico e l’ingresso vero nella moneta europea. L’apertura mondiale dell’economia chiede strutture flessibili e non lascia alternative, etiche né economiche.

Una risposta flessibile, che già per gli Stati Uniti fu lo strumento per salvare i tanti posti di lavoro a bassa tecnologia, si impone al di là delle ideologie, degli schieramenti, della cultura di destra o di sinistra, perché non prevalga la ragione politica ma la ragione. Non sfugge ad alcuno che nel momento in cui un Paese determina il proprio costo del lavoro, automaticamente determina quali (e quanti) posti di lavoro saranno spazzati via. Per evitare che il colpo sia troppo doloroso occorrono sistemi e strutture flessibili. Non solo. Occorre un patto tra Politica e Produttori: continuare a tutelare chi è già tutelato può anche andare bene ma è necessario, contemporaneamente, tutelare chi produce. Si, perché in Italia il fisco è una gigantesca imposta sul lavoro e a pagare sono le imprese e i lavoratori. In questo modo si uccide l’economia e si spingono le aziende ad emigrare all’estero.

Negli ultimi quattro anni l’aggiustamento della finanza pubblica è stato di circa tre punti: i due terzi sono venuti dalle tasse. Tagli della spesa pubblica non se ne vedono però, parallelamente, come dicono i dati dell’osservatore internazionale Imd di Losanna, abbiamo una dotazione di infrastrutture simile a quella della Colombia, una pubblica amministrazione meno efficiente di quella venezuelana e un carico di oneri sulle imprese diretto al finanziamento dello Stato sociale pari al quadruplo di quello sostenuto dal Regno Unito, triplo di quello americano e doppio di quello tedesco.

Potrà fare tutto questo la sinistra italiana senza sentirsi depauperata della sua ideologia storica?

Sul treno dell’Europa ci siamo saltati come cow boys, cerchiamo di arrivare al capolinea: fermarci alla prima stazione significa perdere la corsa.

 

* Presidente dell’Unione Provinciali Industriali dell’Aquila

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