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Università: molti problemi e qualche soluzione

di Dario Antiseri*

 

 

 

Educare al ragionamento

 

E’ noto che gli studenti americani, per accedere all’università, devono affrontare il Sat, cioè lo Scholastic aptitude test. Si tratta di un test diviso in due parti (lingua inglese e matematica), tramite il quale si stabilisce una graduatoria di merito tra i candidati, la cui ammissione all’università di Princeton o di Berkeley dipenderà in buona misura dalla posizione raggiunta in graduatoria. Ora, sotto la pressione di critiche seriamente motivate, l’agenzia che amministra il test rende disponibile un nuovo Sat che, a differenza del precedente, non punta a registrare, tramite quiz, “l’intelligenza bruta” dei giovani, ma esige da loro l’esposizione e la difesa del proprio punto di vista, delle proprie ragioni su di un dato argomento.

Intanto, in Inghilterra crescono le preoccupazioni sia di larghi strati del mondo accademico che di molti imprenditori di fronte al fatto – scrive il “Guardian” – che il “Regno Unito continua ad avere uno dei tassi di insuccesso più elevati del mondo industrializzato”. E pensare che quest’anno il 96% dei candidati ha superato l’Alevel (che equivale al nostro esame di maturità) e quasi un quarto di costoro ha ottenuto l’A-grade, cioè il massimo dei voti. Cosa analoga si è avuta quest’anno in Italia, dove sono stati promossi il 97% dei candidati ed è raddoppiato il numero dei diplomati con il massimo dei voti. Solo che, dinanzi all’evidente fatto che non è che siano diventati in massa più bravi gli studenti, ma che è l’esame che è diventato troppo facile, la Commissione incaricata dal governo inglese di elaborare proposte di riforma avanza, tra l’altro, l’idea per cui, al fine di ottenere il diploma, il candidato dovrà dimostrare capacità di sintesi e argomentative con una dissertazione obbligatoria di 10-15 pagine.

Dunque, sia negli Stati Uniti che in Inghilterra si torna a quello che era il nostro vecchio tema che – concepito, come un problema da risolvere – costituisce un’autentica pratica formativa ed è insieme un serio elemento per valutare la maturità di un giovane: la sua capacità di afferrare un problema, il suo maggiore o minore possesso di informazioni rilevanti, l’eventuale originalità nella proposta di ipotesi risolutive e, in ogni caso, la sua forza logica nel confutare ipotesi che non reggano alla luce di fatti ben vagliati. Una didattica imperniata su risposte multiple non educa generazioni di pensanti. Eppure da noi il tema di natura argomentativa non è più l’asse portante della didattica dei nostri licei. E l’esame di maturità, con commissioni formate esclusivamente da professori interni, si è trasformato in una farsa con la conseguenza che nessuna scuola boccia più se stessa. E questo mentre si fa un gran parlare di meccanismi di controllo del nostro sistema formativo.

 

 

La farsa dell’esame di maturità

 

In realtà, il primo problema dell’Università italiana è rappresentato dalla formazione che i nostri giovani ricevono nelle nostre scuole superiori. Non sono molti i ragazzi che si diplomano con il massimo dei voti, mentre quasi la metà di essi (il 47%) si diplomano con appena la sufficienza. E si dà il caso che anche giovani volenterosi e bravi non siano in grado, dopo cinque anni di scuola media superiore, di scrivere un testo argomentativo sintatticamente corretto. C’è poi il fatto che l’ultima riforma dell’esame di maturità ha reso ancor più grave la situazione. Difatti, con commissioni composte soltanto da professori interni, sarà sempre più difficile trovare una scuola che boccerà se stessa. E l’eventuale irresponsabilità dei docenti (che non dovranno più rendere conto del loro operato davanti a terzi e magari temere il giudizio di altri colleghi provenienti da altre sedi) alimenterà l’irresponsabilità dei giovani, con la conseguenza – sia ciò detto con rispetto di insegnanti e di ragazzi che questo rispetto tanto più meritano – di “gloriosi” festeggiamenti di scuole che sono riuscite, dappertutto, a “maturare” tutti i loro allievi.

 

 

Uguaglianza delle opportunità al posto di una iniqua selezione occulta

 

“Selezione” è una parola che fa paura. Guai, dunque, a parlare di selezione all’ingresso dell’Università, anche se qualcosa in questa direzione si è fatto, ed altro, purtroppo, è stato peggiorato. E a tutti coloro che ancora si oppongono ad una selezione iniziale, va messa sotto gli occhi l’altra selezione: quella in itinere, visto che quasi il 70% dei giovani che si iscrivono all’Università non arrivano alla laurea.

Ecco, dunque, una prima proposta: sostituire ad una iniqua (spesso causata da motivi economici) e pseudoegualitaria selezione occulta una giusta ed egualitaria selezione palese in grado di elevare gli standard formativi della scuola superiore, di diminuire in maniera massiccia gli abbandoni degli studi universitari da parte di migliaia e migliaia di studenti e di far risparmiare una enorme quantità di denaro da trasformare in borse di studio per giovani capaci e meritevoli provenienti da famiglie non abbienti e da riversare, per esempio, in strutture edilizie, laboratori più efficienti, biblioteche attrezzate e aggiornate. Ebbene, la mia proposta relativa ad una giusta, egualitaria e palese selezione iniziale per l’ingresso all’Università consiste in quanto segue. Se una Facoltà di fisica, per esempio a Roma o a Padova, ha strutture, personale docente, personale amministrativo, laboratori e biblioteche adeguati per poter accogliere e seguire, supponiamo, duecento matricole, allora, in tempi ragionevoli, rende noto ai licei italiani che potranno iscriversi ad essa solo duecento giovani ai quali si richiedono oltre alle conoscenze generali di filosofia, storia o letteratura – certe precise conoscenze di matematica, di fisica o di chimica. Successivamente, ci sarà un concorso per l’ammissione dei duecento che risulteranno i migliori tra i candidati. E prima del concorso selettivo, la stessa Facoltà potrà anche fare dei corsi preparatori all’esame di ingresso. In questo modo, i liceali che intendono iscriversi alla Facoltà di fisica dell’Università di Roma o di Padova (o a Giurisprudenza a Bologna, ad Economia alla Luiss o alla Bocconi e così via) si impegneranno nello studio se non altro di quelle materie necessarie per venir ammessi ai corsi di laurea che si intendono seguire. Altre prevedibili conseguenze sono il non abbassamento del livello dei corsi universitari, un significativo arresto degli abbandoni, un non scandaloso affollamento ai corsi, per esempio di Scienze della comunicazione, scelti sotto la spinta di “mode” (e dell’irresponsabilità di docenti, presidi e rettori). Una misura del genere rende prevedibili pure enormi risparmi di denaro oggi dissipato per la non-formazione del 70% di iscritti i quali abbandonano l’università dopo due o tre o anche quattro anni di corso. Denaro risparmiato che, come dicevo prima, può venir trasformato in borse di studio per capaci e meritevoli e non abbienti o utilizzati nel potenziamento di strutture e servizi.

A proposito di strutture, si dimentica spesso che i nostri Atenei sono in grado di offrire ai giovani soltanto 28.000 posti letto, mentre il sistema universitario francese ne dispone di 190.000 e quello tedesco di 220.000. E’ questa una situazione che inchioda 7 su 10 dei nostri giovani nelle Università delle loro città di origine o negli spezzoni di Corsi di laurea sorti e sparsi nelle più diverse contrade (non di rado sprovvisti anche di biblioteche)- L’alto costo di alloggi vieta alla maggior parte degli studenti di trasferirsi in Università di città (o Regioni) diverse dalla propria – e proibisce così la competizione dal basso. Da qui, una seconda proposta: in una prospettiva lungimirante, a cominciare dove il problema è più urgente, mettere mano con stanziamenti adeguati, ad un progetto di edilizia mirato alla costruzione di residenze per studenti.

 

Più ricerca di base per una migliore ricerca applicata

 

Il “3+2” poteva essere una opportunità da sfruttare per elevare la preparazione di precise e utili professioni. La sua applicazione generalizzata e “meccanica” ha proibito soluzioni “oggettive”. Si è detto che con i corsi triennali si sarebbero accorciati per i giovani i tempi di ingresso nel mondo del lavoro. Anche qui l’esito si sta rivelando contrario alle attese, giacché i “quattro” anni canonici sono diventati “cinque” – e questo, nella generalità dei casi, non tenendo conto di tutti quei giovani che non riescono o non riusciranno a terminare (pur con le misure che si stanno prendendo in seria considerazione) il triennio nei tempi stabiliti.

E’ inoltre illusorio pensare che una più rapida formazione “professionalizzante” (quella prevista per i Corsi triennali)sia in grado di spalancare, meglio di una formazione “più teorica”, le porte del mondo del lavoro. La Confapi, non molto tempo fa, ha fatto responsabilmente presente che le aziende, se non altro sotto la pressione dell’innovazione tecnologica, non hanno bisogno di gente che abbia imparato un mestiere, quanto piuttosto di persone che sappiano cambiare mestiere. Ma perché questo sia possibile occorre puntare su una solida preparazione teorica. Albert Einstein: “Se una persona è padrona dei principi fondamentali del proprio settore e ha imparato a pensare e a lavorare indipendentemente, troverà sicuramente la propria strada e inoltre sarà in grado di adattarsi al progresso e ai mutamenti più di una persona la cui istruzione consiste principalmente nell’acquisizione di una conoscenza particolareggiata”. Dunque: più ricerca di base per una migliore e più sicura ricerca applicata.

Puntare sulla ricerca applicata è certamente un’urgenza. Ma quest’urgenza diventa “mitologia” se non si ristabilisce il primato della ricerca di base. “Nulla vi è più pratico di una buona teoria” – ha scritto Hans Albert. E, prima di lui, John Dewey: “Non ci si guadagna molto a tenere il proprio pensiero legato al palo dell’uso con una catena troppo corta”. E, in ogni caso, lo svuotamento dei corsi di laurea in matematica, fisica e chimica non costituisce motivo di speranza per la crescita della ricerca applicata; quando poi è ragione di disperazione pensare che nelle nostre Università circolano quest’anno 53.000 (leggasi: cinquantatremila) iscritti a Scienze della comunicazione. Nell’anno accademico 2003-2004 gli immatricolati a Scienze matematiche sono stati 1.848 e a Scienze e tecnologie chimiche 1.869, di fronte alle 15.479 matricole di Scienze della comunicazione e alle 10.403 matricole di Scienze e tecniche psicologiche. E qui, c’è da chiedersi: quale Rettore o Preside è stato così onesto da far presente ai 53.000 giovani iscritti a Scienze della comunicazione che saranno in grandissima maggioranza condannati alla disoccupazione? Che andranno incontro alle più cocenti delusioni? Si dirà: ognuno è libero di seguire le proprie inclinazioni e fare le proprie scelte. Giusto! Anche i pescatori sono liberi di prendere il largo quando vogliono – ma l’“avviso ai naviganti” è un dovere. E non è segno di responsabilità nei confronti dei giovani e delle loro famiglie aver aperto ovunque questi corsi, magari con il miraggio di vedere aumentato il gettito da tasse o nell’attesa di moltiplicazione di cattedre.

Dunque: nel 2003-2004 l’Università ha immatricolato 15.479 giovani a Scienze della comunicazione e soltanto 609 giovani ad Odontoiatria e protesi dentaria. Ovviamente, le nostre Autorità pensano che una popolazione che invecchia ha più bisogno di comunicatori che di dentisti!

 

Discipline umanistiche: «baluardo della “memoria” critica della nostra civiltà»

 

Una attenzione smodata – come mi pare sia il caso odierno – alla ricerca applicata non dovrebbe disseccare le fonti di finanziamento delle Facoltà umanistiche, con il pretesto (spesso ripetuto) che le discipline umanistiche non sono “produttive” di ricchezza. Una prospettiva del genere sarebbe davvero la via della perdizione. Sarebbe una perdita irreparabile per la cultura del nostro Paese fare morire di inedia quelle tradizioni di studi umanistici che da noi hanno avuto e possono vantare luminari che il mondo ci invidia. Storici, archeologi, grecisti e latinisti, critici letterari, filosofi – certo non producono bulloni e freni per automobili, acciai speciali, farmaci, nuovi telefonini, aerei più sicuri e così via – e tuttavia questi studiosi tengono viva una tradizione di ricerca la più necessaria: sono i baluardi della “memoria” critica della nostra civiltà. E senza questa “memoria critica” della nostra identità (base del più fecondo confronto con “civiltà altre”) saremmo “popoli senza anima”, armati magari con clave più potenti. Tutto ciò, a prescindere dal fatto che l’ermeneutica dei testi non è una pratica meno scientifica di quella delle discipline naturalistiche, che il rigore dei filologi non è inferiore a quello, per esempio, dei fisici, che la versione di latino e di greco è stata ed è, il più delle volte, l’unico lavoro scientifico nei nostri licei (dove, purtroppo, l’insegnamento per esercizi ha prevalso e prevale sull’insegnamento per problemi).

 

La vexata quaestio del reclutamento dei docenti universitari

 

Questa è la situazione di fatto della docenza universitaria in Italia: 36.633 sono i docenti di ruolo (18.131 ordinari e 18.502 associati) ; 21.000 sono i ricercatori. Di questi 21.000 ricercatori, più di mille sono ultra sessantenni; 7.600 ultracinquantenni; 6.500 sono tra i quaranta e i cinquanta anni; solo 200 sono sotto i trent’anni. Nel giro di 16 anni, vale a dire entro il 2020 andranno in pensione, raggiunti i 70 anni, circa 23.000 docenti di ruolo – e, precisamente, 13.977 ordinari e 9.977 associati. Di conseguenza, il problema di trovare un buon sistema per il reclutamento dei docenti è davvero “il” problema della nostra Università.

La Commissione cultura della Camera ha licenziato un testo relativo allo stato giuridico dei docenti universitari, in cui il ruolo dei ricercatori viene posto ad esaurimento e, dove, simultaneamente, vengono fissate le nuove modalità dei concorsi per professori ordinari ed associati. Per ciascuna fascia (di ordinari ed associati) e per i diversi settori scientifico-disciplinari, “il numero massimo dei soggetti che possono conseguire l’idoneità scientifica è pari al fabbisogno indicato dalle università, incrementato di una quota non superiore al 20 per cento”. Le commissioni giudicatrici vengono elette a livello nazionale e si prevede “la partecipazione, in queste commissioni, di docenti designati da atenei dell’Unione Europea”. La durata dell’idoneità scientifica è “non superiore ai cinque anni”. Le Università, con procedure disciplinate da propri regolamenti, coprono i posti di prima e seconda fascia con un primo incarico di durata non superiore a tre anni, rinnovabile eventualmente per altri tre anni. “Entro tale periodo le Università, sulla base di una valutazione di merito secondo modalità e criteri definiti dall’Università stessa, possono nominare in ruolo il medesimo docente, ovvero docenti titolari di incarico presso altro ateneo”.

Qui, di seguito, alcuni rapidi rilievi che sottopongo all’attenzione dei lettori e, in particolare, dei colleghi universitari.

La carriera universitaria è una delle più lunghe e difficili. Viene da chiedersi quanti sono o saranno in grado di sopportare anni e anni di insicurezza? Che poi un ricercatore sia maggiormente stimolato a produrre qualora lo si lasci vivere in stato di precarietà è semplicemente una sciocchezza. Alcuni dei colleghi, oggi schierati a difesa di questa idea, io li conosco molto bene e trovo vergognoso che ciò che non doveva valere per loro debba, invece, valere per gli altri.

E’ palpabile, all’interno delle nostre Università, una diffusa ostilità nei confronti dei ricercatori, quasi fossero un branco di fannulloni, con un posto di ruolo che li appagherebbe privandoli di ogni stimolo per la ricerca e la docenza. Simile ostilità è, nella generalità dei casi, completamente immotivata. Tutti siamo a conoscenza di ricercatori che sono fior di uomini di scienza, con ottimi curricula, e bravissimi docenti.

Nessuno degli attuali ricercatori intraprese la carriera universitaria con la mira di restare ricercatore a vita. Se molti ricercatori hanno segnato il passo è perché non vennero per loro chiesti concorsi; se alcuni di loro non hanno prodotto un granché, la causa non ultima di ciò va anche ricercata nel fatto che da anni sono impegnati in grossi “carichi didattici”, supplendo non di rado i “loro” ordinari indaffarati magari in lucrosi studi privati. E gli ordinari che all’unanimità affidano insegnamenti anche di discipline fondamentali a ricercatori, si guardano poi bene di chiedere concorsi per loro. Sembra proprio che godano nell’esercitarsi a “tenerli al guinzaglio”.

La proposta del nuovo regolamento dei concorsi tenderebbe – come è stato ripetuto anche in questi giorni – ad eliminare lo “scandalo” del localismo. Ora, in primo luogo, non si capisce perché se un ricercatore ha dato per anni buona prova di sé all’interno di una Facoltà, sia nel campo della ricerca che in ambito didattico, una Facoltà non dovrebbe essere ben felice nel vedere un giovane progredire nella carriera e nel desiderare di non farselo sfuggire. I candidati “locali”, in breve, sarebbero degli asini quasi ex definitione; mentre gli “esterni” no. Come se gli “esterni” non fossero “locali” di altri “loci”.

Senza tirare in ballo la mentalità scientifica, è questione di semplice buon senso porre attenzione alle conseguenze. E la conseguenza non difficilmente prevedibile della nuova proposta sarà, contrariamente ai fini attesi, il più rigido localismo. Difatti, nel caso che un associato si senta pronto per l’ordinariato, è chiaro che chiederà alla Facoltà di bandire il posto, solo se avrà una qual certa sicurezza sulla disponibilità dei colleghi a chiamarlo e se si sarà accertato che la comunità scientifica di riferimento è ben disponibile nei suoi confronti – altrimenti seguiterà ad essere associato. Dunque: o il più rigido localismo o blocco dei concorsi.

Una commissione “nazionale” sarebbe in grado di assicurare obiettività e imparzialità. Mi chiedo: da chi mai sono composte siffatte commissioni nazionali? Parziali e non obiettivi nelle commissioni attuali, i nostri docenti subirebbero una improvvisa metanoia appena immessi in una commissione nazionale. Una nuova Pentecoste porterà la salvezza alla nostra Università: non più consultazioni previe, non più patti “scellerati”, non più maggioranze (variabili dalla sera alla mattina) interessate ai propri candidati e così via.

La proposta di includere nelle commissioni docenti designati da atenei europei (ma: perché solo europei?) non è una cattiva proposta. Ma solo a patto che docenti italiani vengano chiamati nelle commissioni degli altri Paesi europei. O siamo diventati, agli occhi dei nostri politici, terra di trogloditi da colonizzare?

I concorsi attuali per professori di ruolo universitari si chiudono con due idonei per ogni posto messo a concorso. Se si presentano venti candidati, e se su questi venti ce ne sono, per esempio, 10 che meritano l’idoneità, la commissione è costretta a promuoverne solo due e, per non incorrere in possibili ricorsi, i commissari si arrampicano sugli specchi per formulare giudizi in qualche modo limitativi nei confronti degli altri otto meritevoli. Ed è così che commissari coscienziosi escono dal concorso con l’animo a pezzi e sensi di colpa. E i candidati meritevoli e non idoneati con il disgusto di una ingiustizia subita e di un’umiliazione non meritata.

Una via ragionevole e praticabile per risolvere il problema del reclutamento dei docenti universitari esiste, e da tempo – e consiste nella proposta della lista aperta. Le commissioni dichiarano idonei tutti quelli che ne sono degni. E questo è il compito della comunità scientifica. Dopodiché, le singole Facoltà, a seconda delle loro esigenze, chiameranno i docenti scegliendoli all’interno delle liste degli idonei. Si tratta di una proposta in grado di rispettare il lavoro dei ricercatori, di non mettere in imbarazzo morale le commissioni, e di offrire alle Facoltà la possibilità di ampie scelte. Questa è la proposta che, nella situazione attuale, risulta la più liberale.

Si obietta: la proposta della lista aperta genererebbe troppi idonei, i quali poi farebbero pressione per ottenere un posto di ruolo all’Università. Replica: a) se il Paese è così fortunato da aver prodotto parecchi ricercatori di livello, perché la comunità scientifica non lo dovrebbe ufficialmente riconoscere?; b) in una lista aperta ricercatori di talento almeno non sarebbero bocciati; c) per gli idonei che non venissero chiamati dalle Facoltà o che non optassero per specifiche professioni (magistrati, avvocati, tributaristi, architetti, ingegneri, dirigenti di azienda, psicologi, ecc.) si potrebbero immaginare vie preferenziali – in base alle loro competenze – per l’ingresso nella pubblica amministrazione o nello scuola secondaria superiore. E solo Dio sa quanto ce ne sarebbe bisogno.

Ulteriore e più recente obiezione: ci sono degli illustri docenti e insigni ricercatori i quali sono contrari alla lista aperta. Ma, a parte che questo è un locus ab auctoritate facilmente rovesciabile, verrebbe qui da ripetere che “grandi uomini possono commettere grandi errori”. E, a mio avviso, il loro (sicuramente non intenzionale) grande errore è un errore di irresponsabilità nei confronti delle generazioni future.

 

 

«La riforma farà esplodere la fuga dei cervelli»

 

Val la pena insistere ancora sull’idea dei supposti benefici della “docenza precaria”. Dico subito che l’entusiasmo suscitato in alcuni dall’idea che un precariato magari prolungato sia di stimolo alla ricerca scientifica mi pare proprio fuor di luogo. Precari sono co.co.co., precari per alcuni anni come associati e precari anche dopo l’idoneità da docente di prima fascia – chi mai abbraccerà una simile carriera? Il bravo clinico, il brillante architetto, come anche l’economista e il giurista di valore, e così via si guarderanno bene dall’intraprendere la carriera accademica o dal restare all’Università; e sciameranno verso un “privato” più sicuro, professionalmente più soddisfacente ed economicamente più redditizio, quando non decideranno di trasferirsi all’estero. “La riforma farà esplodere la fuga dei cervelli” è stato questo il giustificato allarme dell’Associazione dei dottorandi e dei dottori di ricerca italiani. Avremo, quindi, sì una internazionalizzazione delle Università, ma di quelle straniere che si affretteranno a catturare le nostre più brillanti intelligenze. Una previsione, questa, espressa anche dalla Conferenza dei Rettori, stando alla quale la regolamentazione prevista per i contratti a termine non sarà in grado di “controllare la tendenza in atto che vede l’allontanamento dalla ricerca dei giovani più dotati”. Il “precariato” – vale a dire i contratti a termine – è una risorsa laddove, come negli Stati Uniti, vi sono molte opportunità per passare da una Università ad un’altra; da noi, dove queste opportunità sono scarse, scarsissime, il precariato è facile che si trasformi in non pochi casi da una parte in servilismo e dall’altra in arma di ricatto.

 

Ulteriori questioni ineliminabili

 

1) Il controllo della “produttività” di una Università non può ridursi al controllo dei “parametri fisici” (aule, attrezzature, laboratori, biblioteche, mense – tutte cose, queste, già note ad ogni preside e ad ogni bidello). Altrettanto insufficiente è la conta del numero dei laureati in tempo giusto. Un criterio del genere costituirebbe, piuttosto, un possente stimolo ad una selezione al ribasso: la peggiore Facoltà potrebbe decidere di “regalare” lauree, affrettarsi cioè a laureare tutti e magari con voti alti, così da “meritare” quel bollino blu che le permetterebbe di ricevere fondi più cospicui. La valutazione ha più parametri, indubbiamente. Ma quel che veramente conta è vedere, dopo tre o quattro anni, quanti laureati usciti da questa o quella Facoltà o da questo o quel Corso di laurea hanno trovato un posto di lavoro conforme alla loro specifica preparazione.

2) Che “nella scelta di un nuovo docente dovrebbe valere anche la sua capacità di portare finanziamenti privati” è un criterio che vale solo per certi corsi di laurea. Non può diventare un criterio generale. E, in ogni caso, i docenti universitari – tutti i docenti universitari – devono portare nelle Facoltà e nei Centri in cui operano il loro prestigio di ricercatori e la loro capacità e passione didattica: sapere e non soldi. Prima di tutto e sempre, e magari soltanto: sapere.

3) L’eccellenza per decreto (politico) è un’altra nefasta realtà. L’eccellenza di un Centro o di un Gruppo di ricerca è il risultato di impegno, di passione, di storie competitive, tappezzate anche di fallimenti oltre che di successi. E’ la competizione e non la politica a costituire un procedimento di scoperta del nuovo e del meglio. La politica dovrebbe avere solo il compito di stabilire le migliori condizioni per la competizione. La valutazione dei progetti, dei processi di realizzazione e dei risultati non è suo compito.

4) Il sistema dei crediti doveva rendere più agevole per gli studenti il trasferimento da una Università ad un’altra, soprattutto in ambito europeo. Purtroppo, lo ha complicato, anche per il trasferimento degli studenti all’interno delle stesse università italiane, giacché i crediti assegnati ad una disciplina in un Corso di laurea di una Facoltà non sono uguali ai crediti assegnati alla stessa disciplina in un’altra Facoltà. In realtà, i crediti, se da una parte non possono quantificare i tempi di apprendimento da parte di ogni singolo studente, dall’altra non riescono, il più delle volte, a riflettere i contenuti di conoscenza che essi dovrebbero indicare. Il convalidamento o meno di un esame sostenuto altrove dovrebbe avvenire in base a due criteri: il programma effettivamente svolto (con indicazione di testi, esercitazioni, seminari, ecc.) e il voto d’esame. Programma svolto e risultato dell’esame, e poi i crediti da assegnare e gli eventuali nuovi argomenti da sviluppare o tematiche da approfondire in vista di convalidamento nei casi di trasferimento.

5) Il docente universitario riversa il suo impegno nella ricerca, nelle lezioni, nel ricevimento dei giovani, nella guida alle tesi di laurea, ai lavori di dottorato. Quella docente – se fatta seriamente – non è una professione alla quale si possa riservare la domenica della vita. Di conseguenza, non è indice di responsabilità la ventilata proposta di una equiparazione tra docenti a tempo pieno e docenti a tempo determinato.

6) C’è un andazzo poco encomiabile nelle nostre Università, dove con sempre maggiore frequenza vengono affidati corsi di insegnamento ad “esperti” i quali abbiano avuto successo nelle diverse professioni (giornalisti, manager, politici e così via). Ora nessuno nega che vari esperti possono arricchire il bagaglio conoscitivo dei giovani. Ma questo andrebbe fatto con “testimonianze” e non trasformando sul campo in docente universitario un professionista di altro ambito – quasi che la professione di docente fosse sostituibile da qualsiasi altra.

7) Si è pensato di ridurre la smisurata – e talvolta  – scriteriata proliferazione dei Corsi di laurea con la proposta dei requisiti minimi (9 docenti di ruolo per i corsi triennali e 6 docenti di ruolo per i bienni specialistici). Sennonché, anche qui alle intenzioni non hanno fatto seguito gli esiti attesi. I Corsi non sono stati aboliti, le risorse sono state prosciugate e chiamate non di rado “raffazzonate” e affrettate degli idonei non sempre le più adeguate alle esigenze dei Corsi.

 

(fine parte prima, segue)

Dario Antiseri

Professore Ordinario di Metodologia delle scienze sociali presso la Facoltà di Scienze Politiche della Luiss.

Al grande pubblico noto per il manuale di filosofia delle scuole medie superiori.

 

 

 
 
 
Dario Antiseri

Professore Ordinario di Metodologia delle scienze sociali presso la Facoltà di Scienze Politiche della Luiss.

 

 

Dario Antiseri

Professore Ordinario di Metodologia delle scienze sociali presso la Facoltà di Scienze Politiche della Luiss.

È stato Preside della Facoltà di Scienze politiche della Luiss dal 1994 al 1998.

Dopo la laurea in Italia, ha studiato (1963-67) Filosofia della scienza, Logica matematica e Filosofia del linguaggio rispettivamente presso le Università di Vienna, Münster i. W. e Oxford.

Libero docente nel 1968 in Filosofia teoretica, ha insegnato materie filosofiche presso le Università di Roma “La Sapienza” e Siena.

Ordinario di Filosofia del linguaggio presso l’Università di Padova (1975-86), ha qui insegnato anche Filosofia della scienza presso la Scuola di specializzazione in Filosofia della scienza, di cui è stato Direttore nel biennio 1980-82.

Nel 1986 è stato chiamato dalla Facoltà di Scienze politiche della Luiss a ricoprire la cattedra di Metodologia delle scienze sociali. Sempre presso la Luiss è Direttore del Centro di metodologia delle scienze sociali.

È membro dell’Istituto accademico di Roma e membro dell’Accademia italo-tedesca di Merano.

Pubblicazioni recenti

Monografie

– L’agonia dei partiti politici, Rubbettino, Messina, 1999.

– Credere dopo la filosofia del secolo XX, Armando, Roma, 1999 (trad. tedesca, Monaco, 2001).

– Destra e sinistra: due parole ormai inutili (in coll. con L. Infantino), Rubbettino, Soveria Mannelli, Messina, 1999.

 

 

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