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Università: domanda e offerta non si incontrano. Naufraga il progetto dell’Alto Apprendistato

 

Chi ha bisogno dell’Università?

 

Parte la seconda fase del programma FIxO (Formazione e Innovazione per l’Occupazione), ma dall’ultimo incontro tra Università e imprese arriva un’ammissione di impotenza: “Il progetto Fixo deve, improrogabilmente, terminare al 30 giugno 2011. Non ci sono, quindi, oggettivamente i tempi tecnici necessari a strutturare il percorso sia didattico (master) che operativo (in azienda) necessario per l’Alto Apprendistato”. Va invece avanti il Project work finanziato da Italia Lavoro (per l’Aquila con 11 Borse di 7.000 euro ciascuna, riservate ai laureati e/o dottori di ricerca).

La sensazione è che ancora una volta, nonostante la sinergia tra Giunta Regionale, Atenei e imprese, l’Abruzzo non sia riuscito a concretizzare un’occasione preziosa per lo sviluppo.  Tra le cause oggettive dell’insuccesso la scarsa adesione delle imprese al programma, nonostante quella che sulla carta sembrerebbe una proposta appetibile: l’opportunità di assumere giovani laureati coi quali avviare un serio processo di innovazione tecnologica in collaborazione con le principali istituzioni regionali, finanziato da Italia Lavoro e con l’unico vincolo di un contratto di due anni.

Ma che cosa non ha funzionato? Lo abbiamo chiesto al Professor Enzo Chiricozzi, Prorettore Delegato al Placement dell’Università dell’Aquila.

 

Il progetto presentato dall’Università dell’Aquila prevedeva la partecipazione di almeno 16 aziende, ma hanno risposto veramente poche, e queste hanno evidenziato il problema dell’uso del contratto di alto apprendistato come troppo vincolante ed oneroso per le aziende. Forse sarebbe stato più opportuno, per avere una risposta più adeguata da parte delle imprese, proporre delle ATS (Associazione Temporanea di Scopo) che rappresentano sicuramente uno strumento molto più flessibile e meno vincolante soprattutto per le piccole e medie imprese.

Le imprese considerano un rischio assumere figure altamente professionali di cui non sono sicure di aver bisogno. Per un’impresa è un costo anche l’inserimento di una nuova risorsa in azienda e gli imprenditori lamentano che spesso gli studenti non sono preparati al lavoro di squadra.

 

L’università di oggi, per quanto riguarda i rapporti con il mondo del lavoro,  non è certo quella di 30-40 anni fa: c’è stato uno sviluppo anche per l’università che oggi è impegnata, oltre che per la ricerca, ad assicurare agli studenti una valida e qualificata formazione, basata soprattutto su una solida preparazione di base e sulla metodologia di approccio alla soluzione di problemi, nonché a mantenere e ricercare costantemente una sinergia con il mondo del lavoro; ciò è stato possibile in quanto il baricentro della formazione si è spostato dall’insegnamento all’apprendimento.

Ritiene che le università si siano attrezzate a questo cambiamento epocale?

Nell’anno dell’avvio della riforma, le università hanno progettato un altissimo numero di corsi di laurea triennale, circa 3.000, e poco più di 150 corsi di laurea specialistica a ciclo unico. Dai risultati di due indagini, una del Miur e l’altra di Confindustria, emergono soprattutto ombre: troppo spesso si è utilizzata la rete di relazioni che gli atenei avevano con i territori di riferimento, finendo per trasformare una innovazione fondamentale in incontri formali con le imprese, cerimonie quasi sempre vuote di contenuti. Certo, non bisogna disconoscere le difficoltà del processo: la previsione occupazionale delle imprese opera sul breve periodo (1-2 anni), le scelte formative delle università e degli studenti si sviluppano lungo un arco di tempo medio-lungo, da un minimo di tre anni a un massimo di dieci anni. Oltre a questo, si tratta, naturalmente, di avere presente che università e imprese sono soggetti con finalità diverse. Tuttavia le difficoltà non devono trasformarsi in alibi: se è vero che le università non devono seguire pedissequamente le richieste delle imprese, non sono neppure autorizzate a proporre corsi prevalentemente organizzati sulla spinta dei docenti, che hanno troppo spesso come unico obiettivo l’allargamento del proprio settore, quale esso sia, come ben sappiamo.

C’è realmente spazio in Abruzzo per una formazione sul lavoro di qualità post-laurea? E se sì, come “informarne” le imprese, come coinvolgerle con l’università sui temi della ricerca, di innovazione e sviluppo?

 

Nei settori tecnologici avanzati il nostro paese mostra evidenti debolezze nell’offerta di un adeguato numero di tecnici e ingegneri, figure sulle quali ricade in gran parte il potenziale dell’innovazione. Certamente la ridotta capacità del paese di assorbire le risorse umane altamente qualificate (collegata ad alcuni caratteri strutturali della nostra economia: specializzazione produttiva nei settori tradizionali, scarsa innovazione e ridotti investimenti in ricerca, diffusione della piccola e piccolissima impresa a gestione familiare, poche realtà medio grandi) è un dato congiunturale che va messo sul piatto della bilancia. Tuttavia è importante che le imprese e le organizzazioni che le rappresentano si interroghino sull’attuale distribuzione delle risorse umane e individuino nella valorizzazione del capitale umano l’elemento su cui basare la futura competitività. Infatti innovazione, ricerca e capitale umano saranno gli elementi sui quali si giocherà il futuro dell’economia dell’Europa.

Quale scenario dopo il terremoto per il mondo del lavoro aquilano e abruzzese? La formazione può aiutare le persone che hanno perso il lavoro a ricollocarsi efficacemente?

 

Recentemente la Conferenza dell’Ocse a Venezia sulle sfide del mercato del lavoro ha messo a uno

stesso tavolo ministri ed esperti di realtà lontanissime: dagli Stati Uniti, all’Italia, alla Finlandia; e la sfida enunciata da tutti i presenti è stata una sola: non si può più parlare di politiche per il lavoro, senza affrontare contemporaneamente le esigenze delle imprese e il sistema di educazione, istruzione e formazione, dai livelli più bassi a quelli post-universitari. Un governo che creda veramente in una modernizzazione del Paese deve partire da qui: dare ad ogni singola persona la possibilità di entrare nel mercato del lavoro con delle competenze adeguate, e poi dargli l’opportunità, ma anche il dovere, di farle crescere e aggiornarle per tutto il resto della propria vita, cioè la formazione continua. Per inventare lo scenario di domani occorre trasformare la visuale con cui si affronta la realtà di oggi.

Che futuro attende l’Università?

 

L’Università può continuare ad avere un suo ruolo se non si chiude in sé ma si inserisce in una rete comunicativa dalle molteplici rotte: dall’interscambio alle collaborazioni scientifiche, dal dialogo con le altre istituzioni, con gli enti locali, con le imprese, alla promozione della cultura, dell’accoglienza e della cooperazione. L’Università è uno spirito e uno stile prima di essere una struttura. L’Università può sfidare ogni concorrenza se, pur guardando al mondo del lavoro e aggiustando i contenuti del sapere alle esigenze sociali e alle richieste occupazionali, non rinunci a trasmettere l’impostazione generale di metodi, di vedute d’insieme, di valori (primi tra tutti la libertà e la stessa autonomia) che trascendono il trasferimento di competenze tecniche ad esperti del settore. Infine, l’Università si deve convincere che essa non è solo un bene offerto in dote a singole persone (brave, meritevoli e privilegiate che siano), ma un investimento cruciale per lo sviluppo di tutti, ovvero un valore aggiunto per l’intera società.

I vantaggi per le imprese: FIxO 2

 

Con il PROJECT WORK di 6 mesi (destinato a inoccupati o disoccupati che abbiano conseguito la laurea da non più di 18 mesi) l’azienda ha la possibilità – senza impegno all’assunzione, in maniera gratuita e in seguito alla stipula di una convenzione con l’Università – di inserire il laureato all’interno di progetti orientati a elaborare o sperimentare processi o prodotti innovativi. Tra i 5 mila e i 7 mila euro complessivi la borsa a carico di FIxO.

Attraverso la valorizzazione dei contratti di alto apprendistato l’impresa può abbattere drasticamente i costi della formazione dell’apprendista.

Formazione e Innovazione per l’Occupazione opera dal 1 gennaio 2010 al 30 giugno 2011. La strategia è finalizzata ad avvicinare il tasso di occupazione dei giovani laureati alla media dell’Unione Europea e agli obiettivi della Strategia di Lisbona.

 

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