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Unione Provinciale degli Industriali dell’Aquila Relazione del Presidente

Aimé … ancora un anno è passato, un anno che vale un secolo anzi un millennio.

Nell’ultima assemblea ci eravamo lasciati con un po’ di pessimismo ed un po’ di speranza.

Esaminiamo insieme che cosa è successo

Allora il dubbio espresso era questo: chi ha avuto abilità e sagacia nel portarci in Europa sarà altrettanto bravo e audace a rilanciare la nostra economia ?

Il dubbio era lecito.

Siamo entrati in Europa per il rotto della cuffia, appena dopo abbiamo avuto la solita difficoltà, sarà stato un caso, ma abbiamo subito insegnato ai colleghi europei la via Italiana al galleggiamento: la svalutazione.

L’euro risulta infatti svalutato di circa il 30% su dollaro e Yen.

E’ vero, le monete non sono altro che la versione aritmetica del valore delle varie economie e qualcuno ricorda che esse economie europee messe insieme valevano solo i 3/4 di quella americana.

A me sembra però che in questa svalutazione ci sia un po’ di compiacimento, un adagiarsi comodo su posizioni vantaggiose.

E qui è il punto.

L’Europa non ha la forza per reagire, non ha la struttura, non ancora l’unità di intenti e di consensi, non ha la credibilità.

Venti miliardi di euro ogni mese fuggono verso gli USA paradossalmente a rafforzare l’economia e la valuta americana.

E l’Italia… sarebbe andata ancora peggio dice qualcuno: immaginate di quanto sarebbe svalutata la lira se avesse corso da sola.

Le conseguenze dell’inflazione e del conseguente aumento del costo del denaro, degli interessi che avrebbero gravato in maniera mortale sul debito pubblico e sulla nostra credibilità.

E a proposito di debito pubblico: come mai nel breve volgere di due anni esso è passato da 2 milioni di miliardi a 2,5 milioni di miliardi malgrado la riduzione del tasso di interesse di circa 10 punti?

Dove sono andati a finire duecento mila miliardi all’anno che si risparmiano di soli interessi?

Di queste cose nessuno parla, esse nascondono il vero problema dell’Italia, il bubbone di sempre.

Se non si mette mano alla cura dei nostri malanni essi diventeranno un cancro maligno.

E’ urgente affrontare il sistema previdenziale; ce lo dicono tutti.

Il nostro è il più prodigo e il più sconsiderato , specie adesso che la vita media si è allungata di un terzo. Ci stiamo mangiando il patrimonio di figli e nipoti.

E’ necessario ridurre la pressione fiscale: già pochissime aziende investono in Italia, e le aziende italiane sono sempre più restie a dare allo Stato il 60% del reddito.

E’ necessario ampliare la flessibilità sul lavoro , la sola capace di creare nuova vera occupazione.

Ma qui la domanda che già l’anno scorso ci siamo posti: può un governo andare contro l’attuale sistema previdenziale?

E’ necessario, peraltro, rinunciare alla spinta di fondo che in passato ha generato odio di classe e varare una riforma fiscale che riduca ogni anno per 10 anni un punto percentuale, come suggerì Confindustria, e per 15 anni come suggeriamo ora.

Si deve destinare il maggior introito dovuto alla lotta all’evasione alla riduzione fiscale e non a vaghe e buonistiche distribuzioni.

Si deve consentire ulteriore e vera flessibilità sul lavoro e accettare nel breve la impopolarità delle masse lavoratrici.

Su questi temi e sulla soluzione dei problemi insiti ne va dell’avvenire dell’Italia e dell’Europa unita.

Per ora rimaniamo in mezzo al guado, proprio mentre gli altri sembrano sempre più lontani; non sazi di crescere e correre più di noi.

La crescita europea prevista intorno ai 3,5 è già ridimensionata al 2,8 e quella italiana di 1/2 punto in meno.

La finanziaria che il Governo si accinge a varare lungi dall’affrontare i problemi strutturali sembra andare incontro al populismo arcaico con l’aggravante di calcoli elettoralistici.

Come se l’economia fosse un fatto solo nazionale e non competizione aspra ed ineludibile a tutto campo nel mondo intero. Competitività fondata sulla bontà della classe imprenditoriale unica preposta a creare ricchezza e occupazione.

Siamo gli ultimi in Europa in quanto a redditività e a investimenti stranieri.

Siamo ancora i primi per debito pubblico.

Come uscire da questo stallo?

Che cosa serve per far ripartire l’esercito di milioni di aziende?

Che cosa perché ritorni la fiducia, la voglia di intraprendere, il genio di tanti italiani ineguagliabili quando lo vogliono?

Ricordiamo che, in questa ripresa che tarda a venire, l’impresa è l’elemento centrale, meno vincoli burocratici e più flessibilità sono le basi della competitività.

La solidarietà è nel profondo di ognuno di noi, essa sarà vera e duratura solo se siamo ora pronti a privilegiare l’intrapresa.

Il Mezzogiorno

Di recente è venuto meno l’appoggio alla richiesta di Confindustria per la riduzione nel Mezzogiorno dell’Irpeg, premessa per far emergere il nero e per un rilancio effettivo.

Noi continuiamo a credere che, oltre alla formazione e alla sicurezza, solo una cura da cavallo, e non i pannucci caldi, possano far uscire il Mezzogiorno dal suo secolare torpore.

In una realtà di estrema competizione, solo chi è pronto e agguerrito può tenere il passo.

Siamo dispiaciuti, infatti che il divario tra il Nord e il Sud sia aumentato.

Il Sud deve tenere un controllo ferreo del territorio, in modo da garantire una sufficiente sicurezza e, per un periodo determinato, avere una detassazione importante affinché possa decollare.

Ma, saranno i legislatori capaci di cedere all’invidia verso chi produce ricchezza?

Ecco il punto.

In Irlanda, nel Galles e nel Portogallo lo hanno fatto, chi sarà capace di farlo in Italia?

L’Abruzzo

L’Abruzzo, specie quello interno, lo abbiamo sempre detto, per molti versi è simile al Mezzogiorno.

Il fatto di essere uscito da ogni agevolazione è stato prematuro e dannoso.

Noi dovremmo trovare la forza di riscattarci e, attraverso una economia autonoma riferita al territorio, affrancarci da secoli di sudditanza che, ancora oggi, in forma più blanda e più insidiosa, si ripete.

La manodopera e le risorse umane, più che servire la grande industria presente sul territorio, devono fare da base per una industria endogena, autonoma , legata al territorio e protesa verso un autentico sviluppo.

Poco, molto poco va in questo senso: noi, insieme alla Università e alla Regione dovremmo costituire leadership omogenea che lavori soprattutto verso questa direzione. Questo è un compito essenziale e una nostra responsabilità.

Invece, il privilegiare da parte delle istituzioni, “la politica degli annunci” è ancora una tentazione forte e non è difficile intravedere in alcune iniziative solo fini elettorali.

La Provincia

La nostra Provincia per questo aspetto è ancora in cammino.

Molti semi sono stati buttati; molte parole spese sul problema della formazione, quasi mai idonea e pertinente; molte le iniziative non sempre sintetizzate e concretizzate.

Certo, lo scenario è diverso rispetto a quello di dieci anni fa, ma c’è bisogno di maggiore concretezza ed il raccordo tra i vari enti è ancora lontano.

Ma tutti questi limiti possono essere considerati una “felix culpa”.

Infatti, la rivoluzione tecnologica della nuova economia rappresenta la grande opportunità storica da cogliere: non tanto ciminiere e ruote dentate, piuttosto risorse umane e intelligenza.

Questa è la nuova materia prima da trasformare: trasformare il sapere in valore economico.

La nostra Associazione

Siamo cresciuti di numero: sono cresciuti i collaboratori della sede ai quali va un sentito ringraziamento. Sono cresciuti i servizi alle aziende e, cosa che non dispiace, sono aumentate anche le risorse finanziarie.

Ma, per le cose fatte, io passerei la parola al Dottor Antonio Cappelli che, nel bene o nel male, molto più nel bene, ne è stato il principale autore.

Grazie a Voi tutti!

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