Ultime Notizie
HomeTutte le agenzieL'industrialeUN PATTO A QUATTRO: IL PUNTO DI VISTA DELLA BANCA

UN PATTO A QUATTRO: IL PUNTO DI VISTA DELLA BANCA

di RINALDO TORDERA*

 

 

La proposta del Direttore della Confindustria  dell’Aquila di un Patto tra sistema bancario, governo, imprese e sindacati per la definizione di una nuova ed efficace politica industriale invita alla riflessione gli attori principali dello sviluppo nell’obiettivo di porre in essere forme concrete di collaborazione e di organizzazione degli specifici interessi.

 

Nell’articolazione di tale proposta, tuttavia, il sistema bancario e finanziario è sostanzialmente descritto come autoreferenziale e avulso dalle dinamiche dell’economia reale, attribuendogli in particolare la responsabilità delle difficoltà di accesso al credito delle piccole e medie imprese e della unilateralità dell’Accordo di Basilea 2.

 

Credo che sia necessario ricondurre tale immagine ad una maggiore oggettività, se si vuole impostare tra banche e imprese un rapporto improntato alla cooperazione e alla reciproca trasparenza, che vada nella direzione del Patto auspicato, e faccia chiarezza sui reciproci ruoli.

 

A tal fine, occorre partire da una duplice considerazione.  La prima, è che la banca è essa stessa un’impresa, il cui rischio imprenditoriale è essenzialmente rappresentato dal rischio di credito. La seconda, non meno fondamentale, è che l’impresa rappresenta per la banca un’opportunità di mercato attraverso cui realizzare la propria missione aziendale.

 

Se si parte da queste premesse, appare evidente come i rischi non contrappongono ma anzi avvicinano banca e impresa attorno al comune interesse di gestirli dinamicamente per prevenirli, controllarli e possibilmente ridurli,  ciascuna perseguendo un obiettivo almeno di mantenimento, e meglio ancora di miglioramento, della competitività sul proprio mercato.

 

Quanto al nuovo Accordo di Basilea sul patrimonio di vigilanza delle banche, esso prevede delle nuove modalità di calcolo dei requisiti patrimoniali che ridefiniscono l’approccio delle banche alla gestione del rischio creditizio, con l’attribuzione di un rating alle singole imprese.

 

Alcuni opportuni meccanismi di ponderazione, peraltro,  hanno “ammorbidito” il peso delle esposizioni nei confronti delle PMI con fatturato inferiore a 50Meuro: lo “sconto” di patrimonio necessario per le banche rispetto ad analoghe facilitazioni concesse a imprese di maggiore dimensione è tale da rendere, in termini di requisito patrimoniale, molto meno onerose le prime rispetto alle seconde, se a parità di altre condizioni.

 

Le banche, dunque, diversamente da quanto sostiene l’opinione dominante, non si sottraggono al proprio ruolo: questa affermazione trova peraltro riscontro in una lettura non aprioristica dei dati.

 

In una recente indagine della Banca d’Italia sulle imprese industriali e dei servizi che ha preso in esame alcuni aspetti del finanziamento alle imprese, è emerso che nel 2005 la percentuale di imprese che si è trovata in presenza di una effettiva difficoltà di accesso al credito, e cioè che hanno registrato un rifiuto degli intermediari contattati pur essendo disposte a sostenere un aggravio delle condizioni praticate, è risultata appena del 2% e in ulteriore diminuzione rispetto agli anni passati (3.2% nel 2003 e 2.8% nel 2004). Tale percentuale è indipendente dal numero degli addetti, e sostanzialmente allineata tra industria e servizi.

Dal punto di vista della distribuzione geografica, è risultata del 2.8% al Sud-Isole e dell’1.8% al Centro Nord, con un dimezzamento dei divari territoriali nel periodo 2003-2005.

 

Quanto al rischio di un razionamento del credito in conseguenza dell’applicazione dell’ Accordo di Basilea 2,  il rapporto di Unioncamere su “L’affidabilità delle imprese minori” pubblicato lo scorso mese di luglio  ha messo in evidenza che il 96,1% delle Pmi italiane sono in regola con le nuove norme  e  che il 95,3% può essere considerato affidabile in vista di eventuali finanziamenti da parte del sistema bancario.

 

Solo il 4,7% delle piccole e medie imprese si colloca in una fascia di rischiosità elevata, mentre il  73,8% si colloca nelle classi di eccellenza (che racchiudono i casi di solvibilità elevata, buona e sufficiente) manifestando un rischio di insolvenza quasi nullo o assolutamente accettabile. Un ulteriore 21,5% delle imprese evidenzia invece un’esposizione al rischio relativa pur rientrando comunque fra le imprese solventi.

 

I risultati delle indagini campionarie suggeriscono quindi una visione certamente non drammatica  del problema del finanziamento alle imprese. In questo senso vanno anche i dati di sistema sugli utilizzi del credito bancario, anche quelli regionali.

 

I prestiti alle imprese (società non finanziarie e famiglie produttrici)  in Abruzzo nel 2005 sono cresciuti del 10.8% in base annua. In particolare, i  finanziamenti concessi alle imprese con meno di 20 addetti e alle famiglie produttrici sono aumentati del 7.8%.

 

La crescita del credito destinato alle imprese di minore dimensioni è stata più sostenuta per le banche piccole e minori – tipicamente le banche locali – che nel 2005 hanno registrato un aumento dei prestiti alle imprese con meno di 20 addetti del 10.2% e alle famiglie produttrici del 9.4%.

 

In una banca locale come la Carispaq, la percentuale di impieghi destinata alle microimprese e alle piccole e medie imprese rappresenta oltre il 42% delle consistenze complessive, mentre il segmento dello “small business” (ditte individuali e famiglie produttrici) supera il 16%.

 

I dati esposti mostrano dunque, in generale,  un’immagine delle banche che certamente non corrisponde a quella di un sistema chiuso e autoreferenziale.

 

In particolare, essi sembrano indicare che  gli istituti di credito caratterizzati da una forte connotazione locale  possono essere considerati attori primari della crescita economica dei territori di riferimento.

 

Tali istituti sono, infatti, capaci di instaurare quei  rapporti di relationship banking di cui si giovano principalmente le PMI e che trovano la loro origine in un patrimonio di rapporti duraturi, fiduciari, basati sulla conoscenza reciproca tra istituzione bancaria e impresa, in grado di ridurre le asimmetrie informative e consentire, spesso, l’instaurarsi di linee di credito stabili, basate su una valutazione delle strategie e  dei progetti d’investimento delle imprese

 

Conoscendo ed interpretando le peculiarità più profonde di chi opera nel contesto economico e sociale, infatti,  la banca locale  può cogliere le opportunità che da esso derivano e, di riflesso offrire il giusto supporto per la comune crescita: valutando le iniziative di investimento in base alle prospettive reddituali; fornendo servizi e supporto tecnico adeguati; sviluppando un adeguato portafoglio prodotti per il segmento corporate con particolare riguardo alle esigenze delle PMI e fornendo ad esse una consulenza evoluta.

 

Anche i sistemi di rating introdotti da Basilea2, con il loro progressivo sviluppo, assumeranno la veste di preziosa arma competitiva che consentirà alle banche di praticare condizioni di tasso, quantità, garanzie ecc., differenziate per imprese caratterizzate da un diverso grado di rischio. Eventuali fenomeni di razionamento sperimentati dalle imprese più rischiose non sono (e non potranno essere) dunque imputabili a Basilea 2 ma piuttosto ad una naturale positiva evoluzione del sistema bancario e del rapporto banche-imprese, in particolare piccole e medie.

 

I mutamenti culturali presuppongono tuttavia una comunanza di vedute ed una pari intensità delle motivazioni. Perchè le banche possano muoversi verso una politica di affidamento più moderna, volta ad analizzare la reale capacità delle imprese di generare flussi di cassa operativi spendibili ed, al contempo, possano presentarsi in veste di partners capaci di offrire prodotti e servizi di valore aggiunto rispondenti alle reali esigenze delle imprese, occorre che la relazione banca-impresa sia il più possibile orientata verso un modello di fiducia reciproca e di continuo scambio di informazioni.

 

Pertanto, anche da parte delle imprese è indispensabile compiere alcune modifiche comportamentali in due principali direzioni.

 

La prima è quella della trasparenza: così come Basilea 2 impone alle banche un maggior grado di disclosure, in termini di  informativa al mercato sul proprio grado e profilo di rischio, analogamente le imprese devono comprendere l’importanza di un maggior grado di trasparenza nei confronti della propria banca, facendo un salto di qualità nella contabilità, nei bilanci, nella corretta comunicazione del proprio standing e dell’informativa societaria in generale.

 

La seconda direzione, connessa alla prima, è di instaurare una relazione più intensa con una singola banca di fiducia (banca di riferimento), allontanandosi dalla logica del multiaffidamento “a pioggia”. Tale modifica di comportamento agevola il processo di valutazione, la conoscenza del ciclo di vita dell’azienda e garantisce una maggiore stabilità sia nel costo che nella disponibilità del credito.

 

In conclusione, dialogare con la banca, pianificare con essa il futuro sviluppo è il presupposto che ci porta a concludere che certamente  l’ottenimento di un buon rating e l’accesso al credito non è tanto il frutto di una buona negoziazione, quanto di una corretta gestione aziendale nel tempo: se l’azienda non lavora per creare costantemente valore è molto difficile che in sede di negoziazione del debito possa “scalare” il rating.  

 

L’urgenza e la vastità delle sfide che oggi investono il sistema delle relazioni fra banca e impresa devono essere colte allora non come ricerca delle soluzioni meno conflittuali ma piuttosto come  opportunità storica di modificazione del proprio modello di business.

 

* Direttore Generale Carispaq

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email

Condividi