Ultime Notizie
HomeTutte le agenzieL'industriale“Trasparenza e collaborazione: con Basilea 2 si apre una nuova opportunità per gestire le sfide del futuro”

“Trasparenza e collaborazione: con Basilea 2 si apre una nuova opportunità per gestire le sfide del futuro”

Da anni i piccoli imprenditori si lamentano della scarsa possibilità di accedere al credito. Basilea 2 non sembra migliorare la situazione, tutt’altro. E anche lei dà atto del fatto che la situazione si sia complicata. Tuttavia lascia ampio margine a considerazioni attraverso le quali riesce a dimostrare l’esistenza di positività.

In sintesi, lei sostiene da tempo che Basilea 2 può significare un cambiamento positivo laddove si verifichi una piccola rivoluzione all’interno della relazione con il cliente e, cioè: la creazione di un nuovo rapporto banca-impresa che si fondi su una reciproca fiducia derivante da uno scambio di informazioni continuo e trasparente e, quindi, su una profonda conoscenza.

Mi chiedo: tutte queste parole, che non  esplicitano alcuna regola certa, non stanno ad indicare un ulteriore aggravio del lavoro “burocratico” dell’imprenditore e, quindi, il temuto peggioramento delle condizioni di accesso al credito, confinato non nel campo del diritto ma in quello della concessione calata come tale dall’alto e perciò insindacabile?

Non credo che una politica di concessione del credito basata su un rapporto banca-impresa di profonda conoscenza reciproca possa rappresentare un aggravio burocratico per un imprenditore che vuole ottenere finanziamenti. Basilea 2, prevedendo lo strumento del rating, rende molto più trasparente, affidabile, rigorosa e tempestiva la valutazione della capacità di credito rispetto al passato e ciò va visto come un’opportunità per accelerare una “rivoluzione culturale” tanto per le banche quanto per le imprese; infatti, da una parte spinge ad una più attenta gestione dei rischi, dall’altra induce a fare un salto di qualità nella contabilità, nei bilanci, nella corretta comunicazione del proprio standing e verso una crescente trasparenza dell’informativa societaria in generale.

In questo modo, ottenere un buon rating non è certamente il frutto di una buona negoziazione, quanto di una corretta gestione aziendale nel tempo: se l’azienda non lavora per creare costantemente valore è molto difficile che in sede di negoziazione del debito possa “scalare” il rating.

La finanza sembra sotto tutela politica e nelle mani di una élite che non ha alcun interesse all’allargamento del mercato finanziario perché teme la concorrenza.

Restringere l’accesso al credito significa impedire ad altri competitori di nascere e consente, quindi, di conservare il monopolio. Diversamente, si dovrebbero creare restrizioni sui mercati troppo difficili e laboriose: bisognerebbe tenere sotto controllo tutti i prodotti surrogati dei propri, controllarne ogni innovazione che andrebbe identificata, classificata e poi proibita… insomma ci vorrebbe un apparato burocratico apposito che assorbirebbe buona parte dei profitti e che, alla fine,  potrebbe competere esso stesso con le élite medesime per l’acquisizione del potere.

Nell’era della globalizzazione, fenomeni quali divieti d’ingresso per gli outsiders e controlli indiretti sulle strategie dei competitori possono caratterizzare le attività delle grandi multinazionali le quali, operando in un contesto internazionale e in una condizione di oligopolio, possono far ricorso anche a tali “manovre” per mantenere una posizione di leadership nel mercato. Si tratta, tuttavia, di un “modo di fare economia” che non interessa la realtà del nostro territorio locale. A mio parere, i divieti di entrata e le restrizioni hanno vita corta. Per detenere un ruolo di leadership nel mercato bisogna essere propositivi, pensare alla propria innovazione piuttosto che reprimere quella del concorrente, anticipare il cambiamento e non soffocarlo.

Lei parla di “buon rating” sostenendo che per averlo l’azienda deve provvedere ad una corretta gestione aziendale. Il che significa, mi pare, affermare la selezione “per merito”. Le sembra possibile nel nostro Paese? Qualcuno sostiene che fino ad oggi la selezione per merito sia stata solo un trabocchetto nel quale far inciampare i meritevoli non protetti.

Se tendiamo allo sviluppo economico, se crediamo nel sistema del rating, allora la selezione per merito è l’unica strategia attuabile che possa portare a dei risultati convincenti. Affinché nel nostro paese ciò diventi possibile, è necessario che a crederci siano per prime le aziende stesse, in quanto il sistema del rating comporterà per loro la ridefinizione complessiva della funzione di finanza aziendale, spostando l’attenzione dalla semplice ottimizzazione dei costi di approvvigionamento dei capitali alla pianificazione dei fabbisogni finanziari nel medio-lungo periodo, all’autovalutazione e all’analisi strategica. Inoltre, le imprese dovranno comprendere su che cosa sono basati i parametri di giudizio delle banche e dovranno sapersi adeguare al cambiamento condividendo dati ed idee con partners qualificati in grado di supportarli nello sviluppo.

Le banche, dall’altro canto, grazie al rating,  cioè alla consapevolezza del livello di rischio relativo al singolo rapporto, potranno assistere l’impresa – cliente con maggiore consapevolezza del rischio di credito, applicando un prezzo correlato al rischio stesso. Ciò consentirà di applicare una premialità, oggi meno praticabile a causa di un sistema che privilegia l’applicazione di livelli di prezzi “medi”, dipendenti largamente dalle attuali modalità di valutazione del rischio.

In un ambiente istituzionale debole, nel quale la corruzione è la forma normale di negoziazione, la burocrazia statale è inefficiente e l’applicazione contrattuale carente, le grandi aziende cercano di combattere la concorrenza – anziché aderire ad essa – con cartelli difensivi e crediti basati sulle conoscenze. Non è difficile capire che Basilea 2 sia vista come una voluta e ragionata chiusura del mercato finanziario, con conseguente mirato mantenimento dell’attuale establishment.

Non credo sia vero che la corruzione rappresenti la forma normale di negoziazione e Basilea 2, con l’introduzione di nuove norme che tendono ad una maggiore trasparenza, rafforza ancora di più le mie convinzioni. Inoltre, ricollegandomi anche alle argomentazioni precedenti, torno a ribadire che il problema della conservazione dell’establishment è fortunatamente desueto nella realtà economica locale e riguarda, semmai, le strategie di alcune multinazionali.

Un’osservazione a parte  merita, invece,  la problematica legata alla burocrazia.

Semplificare è la parola chiave, al fine di diminuire il numero delle leggi, i costi, le tasse e le complicazioni amministrative. La semplificazione del rapporto tra imprese e P.A. è una grande priorità del sistema Paese e ancora di più per il Sud, che deve attrarre investimenti proprio mentre esce dai regimi agevolativi legati all’inclusione in aree Obiettivo comunitarie e deve confrontarsi con la nuova Europa dei 25.

Fatta una media, nel mondo, un imprenditore qualunque per avviare un’attività generica deve ottenere dieci permessi, impiegando 63 giorni di tempo, con un costo pari ad un terzo del reddito medio pro capite. Questi dati aumentano quanto più si è in un contesto nel quale il mercato finanziario è ristretto (in Bolivia abbiamo: 20 permessi ed un costo di 2,6 volte il reddito medio pro capite!). Dunque, c’è una correlazione strettissima tra élite dominanti e sottosviluppo finanziario, nonché un obiettivo comune: la conservazione dell’establishment.

Come posizionerebbe L’Aquila?

La burocrazia ha spesso scoraggiato l’iniziativa privata e ha rappresentato un ostacolo fastidioso per i piccoli-medi imprenditori.

Tuttavia, secondo gli ultimi rapporti dell’OCSE, l’Italia negli ultimi anni ha quasi dimezzato sia il costo per la nascita delle imprese, sia i tempi, passati a 6 settimane. In questo contesto ritengo che la collocazione di L’Aquila sia in linea con le statistiche del Paese e che il miglioramento delle procedure sia stato agevolato dall’introduzione dell’autocertificazione  e dello “sportello unico” (presente anche a  L’ Aquila dal 1999). Tutto ciò non è però sufficiente in quanto occorrono anche le condizioni infrastrutturali che siano di aiuto alle aziende, per trasmettere all’esterno l’idea di un territorio competitivo capace di attrarre nuovi investimenti.

L’Aquila. Sento da qualche imprenditore navigato che il vero giro d’affari, in questa città, è l’usura (e il riciclaggio del denaro sporco: ma questo è un altro argomento). Quanto le risulta e, secondo lei, perché “i cravattari” avrebbero vita così facile in questa città?

L’usura è una piaga sociale e come tale non deve lasciarci indifferenti. All’interno del fenomeno, tuttavia, occorre operare dei “distinguo”: a mio modo di vedere esiste infatti, all’interno della categoria degli “usurati”, una tipologia di soggetti di cui si cerca di favorire il recupero economico e sociale composta da piccoli imprenditori che attraversano fasi critiche temporanee e risolvibili, derivanti da congiunture sfavorevoli o da problemi personali che si riflettono inevitabilmente nella gestione aziendale e, che considero ben diversa da quella che, operando costantemente ai margini della società, può alimentare la spirale viziosa della criminalità organizzata. Su questa seconda tipologia, non avendo dati o strumenti a disposizione per tentare un’analisi compiuta, non posso pronunciarmi. Sulla prima, invece, la Carispaq, mediante l’applicazione degli strumenti legislativi a disposizione, in particolare grazie ai fondi della L.108/96, fa la sua parte e, in convenzione con le Cooperative di Garanzia, ove ravvisi i necessari presupposti, finanzia i soggetti “usurati” al fine di creare i presupposti per un felice riavvio delle attività economiche.

Da ultimo, ma merita un discorso a parte che riprenderemo nei prossimi numeri de L’Industriale, cosa pensa dei mutui e delle emissioni obbligazionarie degli enti territoriali e, in particolare, di quelli della Regione Abruzzo? Ci sarà un “caso Parmalat” – per usare una sorta di metafora di facile consumo – all’ennesima potenza: quando il bubbone esploderà, cosa accadrà?

Enti locali e Regioni, al fine di reperire risorse finanziarie da destinare a spese d’investimento, oltre all’utilizzo di strumenti tradizionali di finanziamento quali i mutui, ricorrono anche a emissioni obbligazionarie sul mercato finanziario internazionale con lo scopo sia di sostenere oneri di ammortamento contenuti sia di accedere a forme alternative di finanziamento. La possibilità di indebitamento è fortemente monitorata con riferimento all’esigenza di “solvibilità del sistema”, finalizzata ad un giusto equilibrio tra sviluppo economico e onere di ammortamento del debito. Pertanto, se queste premesse verranno rispettate, non ci sarà un nuovo caso Parmalat, anche perché gli enti locali e le Regioni in particolare accedono al credito solo dopo controlli analitici, tra i quali quelli della Banca d’Italia e del Ministero del Tesoro.

In base a che si concede l’indebitamento agli enti territoriali e quale è la tutela riservata al cittadino?

Premetto che si tratta di un’attività che non viene svolta direttamente dal nostro Istituto bancario. Volendo comunque definire il quadro in cui avvengono i collocamenti di titoli di debito emessi dagli Enti Territoriali, basterà ricordare che essi vengono curati da Banche ed operatori specializzati assistiti da agenzie di assegnazione rating altrettanto specializzate sul settore della P.A. e presuppongono spesso il “montaggio” di operazioni di respiro internazionale. In tale contesto, appare piuttosto evidente che la risposta dei mercati è largamente condizionata dalla credibilità delle organizzazioni collocanti e dai vincoli che ne governano l’operato.

 

Print Friendly, PDF & Email

Condividi