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Torino, biennale pmi Confindustria: intervento di Luca Paolazzi, centro studi nazionale di Confindustria

L’Europa è in crisi.
Una crisi politica, economica e sociale.
Una crisi istituzionale.
Rimane ampio il consenso popolare verso l’Unione europea.
Nel giugno 2012 l’appartenenza del proprio paese all’UE era giudicata positiva dal 50% dei rispondenti (+3 punti sul maggio 2011) e negativa dal 16% (-2).

Come entra l’Italia in questa dura partita?
Quali politiche, in Europa e in Italia, servono per uscire dalla crisi?

L’Italia è sprofondata nella peggiore recessione, non solo economica, dall’Unità.

Tra il 2007e il 2013 il PIL italiano scende dell’8,3%, tornando ai livelli del 2000. Il PIL per abitante fa peggio: -10,1%,
vicino ai valori del 1997.
La produzione è caduta del 25% e in alcuni settori di oltre il 40%.
Negli ultimi cinque anni oltre 70mila imprese manifatturiere
hanno cessato l’attività.
Le unità di lavoro sono calate di 1,4 milioni.
Il numero di persone occupate è diminuito soprattutto tra le fasce di età più basse: -1,7 milioni tra i 15-44enni. I disoccupati
sono raddoppiati a oltre tre milioni. La propensione al risparmio delle famiglie è scesa ai minimi storici.
Se questo brutto quadro non cambia rapidamente, rischiamo di infilare
i tre decenni più nefasti dell’economia italiana.

Cominciano già a manifestarsi gravi conseguenze sulla società
e sulla democrazia.
Uno stallo politico come l’attuale si ebbe solo nel 1919. Quando lo standard di vita ristagna, o addirittura arretra, la società si incattivisce e si riducono tolleranza, equità e solidarietà.
Le stesse basi della democrazia rischiano di essere minate.

Torniamo all’Europa.
La crisi attuale è più incalzante di quelle passate anche perché
è mutato radicalmente il contesto globale.
Il resto del mondo segue con preoccupazione le vicende europee e italiane. Tutti temono i danni causati dall’instabilità
che viene dall’Europa.
Ma il resto del mondo non aspetta.
Corre verso la grande convergenza.
Si stanno realizzando sotto i nostri occhi cambiamenti senza precedenti nella storia dell’umanità.
Centinaia di milioni di persone avanzano verso gli standard di vita occidentali.
Così velocemente che tra pochi decenni sarà più difficile distinguere
tra economie avanzate ed economie emergenti.

La stessa popolazione mondiale cambierà nel ritmo di crescita
e nella composizione geografica e ci saranno enormi flussi migratori.

L’UEe l’Italia sono attrezzate per rispondere a queste sfide?
Quali politiche occorre adottare?

Per rispondere il Centro Studi Confindustria ha effettuato
un confronto rispetto a Stati Uniti, Giappone, Sud Corea, Cina, India, Brasile e Turchia.
Guardiamo alcuni indicatori soprattutto quelli della gara della conoscenza.
Perché è sul sapere che si giocherà la competizione e la capacità
di generare produttività.

Nella produttività UE e Italia sono rimaste indietro rispetto agli USA, Ma hanno dimostrato finora una notevole capacità di difendere
il primato manifatturiero. Il manifatturiero è il motore
della crescita, perché genera sapere e innovazione. Questo è ormai riconosciuto soprattutto in USA, dove è in corso il rimpatrio
e la promozione di attività prima delocalizzate e di condizioni favorevoli ad avviare nuove produzioni industriali. È una vera svolta pro-industria.

Queste condizioni sono poco soddisfatte in Italia.
Che ha perso terreno nel CLUP e continua a rimanere molto indietro nel costo del fare impresa. Ma l’Italia è anche indietro nel coinvolgere le persone, soprattutto i giovani, come mostrano i bassi tassi di occupazione e l’alto livello dei NEET.
Sono ritardi che causano iniquità(persone privatedi prospettive) e inefficienza(capitale umano sprecato).
Operare in Italia è poi penalizzante per l’elevato prezzo dell’energia: l’elettricità costa oltre il 40% in più della media UE
e il doppio che in Francia e Svezia.

Nella gara della conoscenza, fattore determinante per il benessere di una società, gli USA la fanno da padroni assoluti nei premi Nobel scientifici,classificati in base alla nazionalità delle istituzioni
in cui lavorano i vincitori.

Mentre nelle pubblicazioni scientifiche l’UE è in vantaggio, segno
di capacità di generare sapere innovativo. Nell’arricchimento del capitale umano attraverso l’istruzionespiccano la supremazia asiatica
e l’enorme arretratezza dell’Italia, aggravata dai punteggi nei test PISA e dalle posizioni di bassa classifica delle sue università.

Come uscire dal pericoloso avvitamento europeo, che ormai coinvolge anche economie come Francia e Paesi Bassi?
Quali scelte deve compiere l’Italia?

Per l’Europa la via di uscita passa attraverso riforme strutturali
e istituzionali.
Servono più integrazione e riaffermazione del manifatturiero come motore del progresso economico e civile.

Le soluzioni sono: il rilancio della produttività, attraverso una maggiore capacità di adattamento ai mutamenti tecnologici e demografici; l’ulteriore integrazione che contrasta le spinte disgregatrici oggi molto potenti.

La lezione che viene dalla crisi è che in Europa hanno retto bene
quei sistemi che meglio sfruttano le caratteristiche dell’economia
sociale e di mercato.

Distribuzione dei redditi meno diseguale, maggiore attenzione all’ambiente, migliore organizzazione dell’istruzione,
più flessibilità del lavoro con protezione sociale dei lavoratori.
Allo stesso tempo enormi vantaggi possono venire dal completamento
del mercato unico europeo nei servizi e nelle grandi reti.

Servono poi più investimenti pubblici e privati. Per i primi, creando
spazio nelle stringenti regole di bilancio europee.
Per i secondi, migliorando il contesto in cui operano le imprese e alleviando la tassazione a loro carico.

Tutto questo richiede di sbloccare la governance europea, ormai molto accentrata ma poco efficace e con bassa legittimazione. La via maestra dell’unità, con il federalismo parlamentare, è oggi impervia. Meglio allora un’Europa differenziata: l’Europa della moneta unica che marcia verso l’unione politica e l’Europa del mercato unico.

Senza unità e senza industria l’UE è destinata a essere irrilevante sullo scacchiere mondiale e a condannarsi a un progressivo impoverimento.

Ciò vale anche per l’Italia: senza una nuova politica economica che rilanci la crescita e il manifatturiero, il Paese sarà sempre più marginalizzato e destinato a regredire nel benessere.

Occorre far leva sull’unico vero grande vantaggio competitivo del Paese: la sua alta vocazione industriale.

L’alternativa è il declino Che in pochi anni annullerebbe
i sacrifici fatti dal dopoguerra per alzare il benessere
degli italiani ai livelli americani ed europei.

Il progetto Confindustria per l’Italia dimostra che le forze del declino possono essere sconfitte.
Basta fare scelte decise e i risultati arriveranno rapidamente.
Guarire dalla malattia della lenta crescita è un gioco in cui tutti vincono.

Ma richiede la piena e convinta collaborazione di ogni componente politica e sociale.
Solo così la crisi porterà quei profondi cambiamenti indispensabili ad aprire una nuova stagione di progresso, anziché di impoverimento.
Dipende solo dagli italiani.

L’Europa è la terra della ribellione, della critica e dell’attività riformatrice.
Thomas Mann (1924)

Noi dobbiamo essere pronti a cambiamenti continui.
Siamo un popolo che non può permettersi di fermarsi, di accontentarsi di facili successi. Dobbiamo sempre inventare cose nuove che piacciono.
Carlo Cipolla, 1995

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