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Teramo non ci sta al taglio della Provincia

«L’Abruzzo non è divisibile per due». E’ diBerardo Rabbuffo, consigliere regionale di Fli, la battuta più felice che riassume la posizione di politici e amministratori teramani sul riassetto delle province deliberato dal governo. Nell’assemblea alla sala polifunzionale di via Comi, che ha visto riuniti sindaci, consiglieri, assessori, parlamentari e rappresentanti delle forze sociali, la linea condivisa è stata quella proposta dal primo cittadino teramano Maurizio Brucchi. Al posto delle accoppiate L’Aquila-Teramo e Chieti-Pescara, nella seduta del consiglio delle autonomie locali che martedì all’Aquila riunirà i delegati delle istituzioni abruzzesi sarà illustrata una soluzione alternativa che prevede la creazione di tre province, salvando il capoluogo teramano, e della città metropolitana pescarese.

Chi non c’era. Lo scontro preannunciato sulle diverse soluzioni per salvaguardare non tanto l’ente Provincia quanto una serie di servizi e uffici, non c’è stato anche per via delle assenze. Il sindaco di GiulianovaFrancesco Mastromauro, sostenitore dell’ipotesi di un accordo con Pescara, non si è presentato all’incontro, sostituito dal suo vice Gabriele Filipponi. E’ rimasta vuota anche la sedia del governatore Gianni Chiodiche però ha fatto sapere di essere pronto a sostenere in tutte le sedi le proposte emerse dall’assemblea.

Penne teramana. Così l’unica soluzione in campo è rimasta quella di Brucchi, che mira a tenere in vita la Provincia di Teramo, in aggiunta a L’Aquila e Chieti, tramite l’annessione di Penne e dei comuni vestini. Quest’ipotesi ha ricevuto il sostegno di Ernino D’Agostino, capogruppo del Pd in Provincia, e di un’ampia schiera di rappresentanti del centrodestra, a cominciare dal senatore del Pdl Paolo Tancredi. Qualche dubbio sul ritorno nel Teramano dell’area vestina è stato sollevato dal consigliere regionale Lanfranco Venturoni, secondo cui la battaglia in Parlamento va fatta per affossare del tutto il provvedimento del governo.

Via tutti. A perorare più il mantenimento dell’autonomia teramana che l’annessione di Penne è stato Renzo Di Sabatino, consigliere provinciale del Pd, che ha sollecitato l’approvazione nei consigli comunali di mozioni finalizzate a sostenere questa tesi e a sollecitare la Regione a impugnare il decreto di riordino eccependone l’incostituzionalità. Si è spinto anche oltre l’assessore regionale Mauro Di Dalmazio che ha invocato «un’iniziativa dal basso che realizzi quanto non ha avuto il coraggio di fare il governo», promuovendo la cancellazione di tutte le province.

Fuori dal coro. L’impulso alla loro abrogazione totale ha raccolto consensi quasi unanimi tra gli amministratori. Ha fatto eccezione il presidente della Provincia Valter Catarra, per il quale l’eliminazione di questi enti non produrrebbe una vera riduzione della spesa pubblica. Secondo lui, comunque, il provvedimento varato dal governo è «un pasticciaccio che sacrifica solo Teramo». L’unico a difendere il decreto di riassetto è statoPaolo Albi (Fli), per il quale le ipotesi alternative sono «una battaglia persa» che contraddice i programmi elettorali di tutti i partiti in cui si preconizzava l’eliminazione delle province. A detta dell’assessore regionaleGiandonato Morra il governo, però, non ha messo in campo una riforma compiuta ma solo tagli.

Il nodo Pescara. Sia Tancredi che il deputato del Pd Tommaso Ginoble hanno evidenziato difficoltà di carattere normativo nella designazione di Pescara come città metropolitana. Secondo Enrico Mazzarelli, consigliere provinciale e capo della segreteria di Chiodi, in parlamento è possibile modificare la norma e ottenere questo risultato. «Dobbiamo scardinare la serratura del forziere», ha concluso Brucchi, «non possiamo proporre nulla a Pescara.

Gennaro Della Monica da Il Centro

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