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Tarsu e Ici alte sono il problema di un altro problema

di Antonio Cappelli

Direttore Confindustria L’Aquila

 

Avere una pressione fiscale superiore a quella di Milano potrebbe pure andare bene, qualora fossero state create le prospettive per il futuro e, cioè, qualora il cittadino sapesse che i suoi soldi sono stati investiti in un progetto. Ma L’Aquila su cosa li ha investiti?

Avrebbe un senso pagare l’Ici, o la nettezza urbana, ai livelli delle città liguri, per esempio, ove però si avesse un pari livello di turismo. Ma non è così.

Avrebbe un senso se si fossero perseguite politiche di sviluppo economico e sociale, di organizzazione dello spazio economico e di predisposizione di condizioni ambientali favorevoli all’iniziativa imprenditoriale, sì da rendere concorrenziale il territorio. Ma anche qui, il rapporto tra costi e benefici è solo negativo.

Sono stati attesi strumenti di pianificazione territoriale, di finanza innovativa e di finanziamenti nazionali ed europei, la valorizzazione dell’identità culturale del territorio, l’attivazione di sinergie tra pubblico e privato di stimolo alla nascita di piccole e medie imprese. E, invece, ad oggi non so se ci sia rimasto spazio financo per la speranza.

La risorsa strategica dell’Aquila, insieme all’Hi Tec – Confindustria lo ha scritto e ufficialmente presentato in tutte le sedi opportune, e ormai tutti lo sanno –  è l’utilizzo dei beni culturali ed ambientali, ma ciononostante nessuna riflessione è stata elaborata su come renderli fattori economicamente rilevanti, e in grado di produrre valore economico.

Per non parlare dei servizi alle imprese, per i quali si registra una costante frenata, quasi si trattasse di cosa marginale e secondaria rispetto al territorio e al suo sviluppo.

Eppure, i maggiori o minori costi sostenuti per l’accesso ai servizi pubblici sono ormai ufficialmente ritenuti un parametro di valutazione dei fattori di sviluppo di un territorio, in quanto sono essi stessi ad influenzare direttamente l’efficienza delle aziende esistenti, nonché ad attrarre nuovi investimenti.

L’elevata pressione fiscale non ha prodotto neanche azioni formative rivolte ad amministratori e dirigenti, affinché maturassero la cultura della programmazione e del progetto come motore per attrarre investimenti, o altre forme di finanziamento. Né azioni che favorissero la nascita di piccole e medie imprese agganciate al contesto territoriale, o indirizzassero l’offerta formativa verso la creazione di nuove professionalità, capaci di pensare e supportare i processi di sviluppo locale.

L’Amministrazione Comunale è l’anello di congiunzione tra la comunità e le Istituzioni, e la sua capacità di coinvolgimento è in grado di rendere più o meno appetibile un territorio, condizionando l’interesse di potenziali investitori.

Una strategia condivisa che attivi un circolo virtuoso in grado di attrarre investimenti, creando valore per la comunità, poteva passare per una proposta di progettazione e/o coordinamento del Comune. Ma anche in questo caso, duole constatare che proprio così non è stato. Rebus sic stantibus Milano è lontanissima…

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