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Sud Europa, la grande fuga delle multinazionali

Le grandi aziende estere fuggono dal Sud Europa. La periferia dell’unione monetaria soffre la perdita degli investimenti esteri diretti, un dato negativo che aggrava la recessione e rende più difficile raggiungere l’equilibrio nei conti pubblici. L’addio delle multinazionali dall’Europa mediterranea sta colpendo in modo particolare anche l’Italia, che perde importanti investimenti in ricerca e sviluppo che le nostre piccole e medie imprese non sono in grado di effettuare per mancanza di capitali.
SUD EUROPA IN CRISI – Dal 2002 fino agli scorsi mesi c’era stata una forte crescita degli investimenti diretti esteri nell’area euro, in particolar modo nella zona meridionale della Ue. L’introduzione della moneta unica aveva favorito la crescita economica, grazie ai bassi di tassi di interesse che hanno caratterizzato il recente passato. Ora però, rimarca un’analisi del Wall Street Journal, tutto è cambiato. “Per colpa del basso tasso di natalità, la parziale discesa dei prezzi e la forte concorrenza la multinazionale americana Kimberly Clark ha chiuso il suo business europeo nel settore dei pannolini per bambini”. Un altro gigante a stelle e strisce, Alcoa, attiva nella produzione dell’alluminio, sta abbandonando il Sud Europa, senza alcuna intenzione di ritornarci. Una scelta che non riguarda solo le imprese americane. Anche la multinazionale della vendita al dettaglio PRR, un gruppo francese che nel nostro paese gestisce i punti vendita di Conforama, sta pianificando un piano di dismissioni dei suoi investimenti nella periferia dell’unione monetaria.
DRAMMA NEL DRAMMA – Questo esodo di grandi imprese, sottolinea l’articolo del Wall Street Journal, sottrae capitali di cui l’Europa del Sud ha disperato bisogno, per stimolare la crescita e così superare la recessione e la crisi del debito che la sta travolgendo. Un circolo vizioso che rischia di essere letale. “I consumi in calo dei cittadini e i pacchetti del rigore introdotti dai governi sono la radice del problema. L’azienda tedesca Putzmeister GmbH rappresenta un caso sintomatico di questo fenomeno. L’impresa, attiva nella produzione di pompe per il cemento, ha investito molto nel Sud Europa negli ultimi dieci anni. La stagnazione economica in Italia e lo scoppio della bolla immobiliare in Spagna hanno costretto Putzmeister a ritirarsi da questo mercato. Negli ultimi tre anni è stato chiuso uno stabilimento in Italia, e fortemente ridotto il personale iberico”. Il ritorno è escluso, rimarca il quotidiano finanziario.
LE SOFFERENZE ITALIANE – Il presidente di Putzmeister rimarca al Wall Street Journal che “per investire noi abbiamo bisogno di tre cose: una popolazione in crescita, un aumento del reddito e bilanci in equilibrio. In ampie parti dell’Europa manca tutto questo”. Il ritiro degli investimenti esteri potrà portare danni nel lungo periodo. Marco Mutinelli, professore dell’università di Brescia, rimarca come in Italia le multinazionali estere occupano solo il 10% dei lavoratori complessivi del nostro sistema economico, ma rappresentato un terzo delle spese in Ricerca & Sviluppo. “Nel nostro paese le piccole imprese a conduzione familiare non possono permettersi questo tipo di investimento”. Per questo motivo le chiusure di centri di ricerca come quello di Sanofi sito nell’area di Milano sono particolarmente problematici. “Le imprese straniere spendono moltissimo nello sviluppo, e quelle locali difficilmente potranno chiudere questo buco. Se non lo faranno, il tasso di crescita di questi paesi diminuirà inevitabilmente”, rimarca Marie Diron, professore di Economia ad Oxford.
ITALIA NON AIUTA – Il Wall Street Journal rimarca come nel nostro paese gli investitori non siano aiutati dal quadro normativo, molto penalizzante dal punto di vista degli obblighi burocratici. La francese Decathlon, che voleva realizzare una nuova sede centrale in Italia con la creazione di 250 nuovi posti di lavoro, ha atteso otto anni le necessarie approvazioni. Quando queste non sono arrivate, ha preferito cercare un’alternativa. Il caso Alcoa è un altro simbolo di questa fuga delle aziende estere dal nostro paese, visto che non solo un’azienda americana se ne va, ma nessun impresa estera appare interessata a rilevare un sito produttivo in un’area economica così depressa. ” La produttività e la competitività dell’Italia rappresentato un grande problema, senza alcun dubbio”, spiega Giampietro Castano, dirigente del ministero per lo Sviluppo economico. “La crisi ha chiarito ancora di più questa situazione”.
FUGA VERSO I PAESI EMERGENTI – Dall’inizio del 2012 sono sempre stati più numerosi i segnali della forte contrazione degli investimenti esteri diretti nel Sud Europa. Nella prima metà dell’anno in corso sono usciti dall’Italia un miliardo e 200 milioni di euro di più rispetto ai flussi di capitali in entrata. Un dato illustrato dall’agenzia Onu Unctad, che ha mostrato come dal 2007, quando è scoppiata la crisi dei subprime, gli investimenti esteri diretti siano calati del 38% in Italia, Portogallo, Grecia e Spagna. Gli investitori preferiscono rivolgersi ai mercati in crescita dei paesi emergenti. Da gennaio a giungo per la prima volta metà degli investimenti esteri diretti si sono diretti verso queste nazioni. In un recente studio molti direttori finanziari delle multinazionali hanno rimarcato di ritenere più pericolosi gli investimenti in Grecia rispetto alla Siria, un paese devastato dalla guerra civile. L’Egitto è considerato un mercato più sicuro della Spagna. ” C’è una fuga verso la sicurezza”, rimarca Lawrence Evans che ha condotto questa indagine per la società di consulenza BDO International. “In Europa però non ci sono più molti porti sicuri”.
Da Giornalettsmo.it

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