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Stop di Tremonti allo shopping francese in Italia. Mossa tardiva


Negli ultimi quindici anni l’Italia ha perso per strada il tanto che aveva. Nell'”hard economy” si salvano solo le public utilities (Eni, Enel, Telecom), resistono l’impiantistica, la cantieristica e finché dura l’auto (purché sia chiaro a tutti che non è stata la Fiat a comprare Chrysler, ma l’esatto contrario): ma siamo fuori dalla siderurgia, dalla chimica, dalla farmaceutica. Nella “soft economy”, persa l’informatica, non tocchiamo più palla. Nei servizi reggono ancora dignitosamente le banche (con Unicredit in testa sull’internazionalizzazione) ma abbiamo già aperto le porte a Credit Agricole (in Cariparma) e a Bnp (in Bnl). In tutti gli altri comparti siamo già stati comprati o lo saremo presto.

Sospeso tra colbertismo e mercatismo, Giulio Tremonti minaccia di chiudere le frontiere ai conquistatori francesi, che si stanno comprando l’Italia a pezzi.

 

Giù le mani da Parmalat, Edison, Autostrade, tuona il superministro. Ha mille ragioni. Ma la sua battaglia a difesa della famosa “italianità” rischia purtroppo di essere velleitaria, inutile, tardiva.
Tremonti fa bene a invocare l'”interesse nazionale”, di fronte all’invasione delle multinazionali che, come nel crepuscolo del nostro Rinascimento, stanno trasformando il Belpaese in una terra di conquista. Fa bene a declinare la tutela dei pochi “campioni nazionali” rimasti secondo la triade inscindibile “Europa-mercato-strategicità”. Fa bene a scattare, quando in ballo non c’è più solo una “commodity” del lusso (come in fondo è Bulgari, appena rilevata dal colosso Lvmh) ma un “gioiellino” dell’alimentare (come è a tutti gli effetti Parmalat, nel mirino del gigante Lactalis) o a maggior ragione un “marchio” dell’energia (come invece è Edison, preda del titano Edf). Ma purtroppo la “moral suasion” di Tremonti con l’ambasciatore francese La Sabliere non può funzionare. È velleitaria. Perché se è vero che la Francia è una nazione “protezionista”, è altrettanto vero che l’Italia è una nazione “lassista”. Da loro c’è un Sistema-Paese che funziona da decenni. Da noi il Sistema-Paese non ha mai funzionato, per la semplice ragione che non è mai esistito. Dagli anni Settanta piangiamo sul latte versato. Da quando fallirono i raid della Pirelli in Germania, della Comit negli Stati Uniti, della Cerus in Belgio, non abbiamo fatto altro che lamentarci della “mancanza di reciprocità”. Senza capire che la forza di un gruppo industriale si misura dalla potenza del Paese che gli sta dietro. Senza capire che la “bandiera” delle nostre imprese non si salvaguarda tanto con le leggi e con l’autarchia, ma con una politica industriale che le fa crescere e le rafforza, negli standard produttivi e negli assetti proprietari. Senza capire che l’italianità del nostro capitalismo (primo, secondo, terzo o quarto che sia) non si difende “dal” mercato, ma “nel” mercato. Per questo, oggi, la mossa di Tremonti è inutile. Questo governo, molto più di quelli che lo hanno preceduto, non si è mai posto il problema di ridefinire una politica industriale moderna, selettiva ma incisiva. Ha criticato, spesso anche giustamente, il grande ciclo delle privatizzazioni dei primi Anni Novanta, che in qualche caso si è tradotto in una “liquidazione” obbligata del nostro patrimonio industriale e finanziario, con più di un “tesoro di famiglia” ceduto ai saldi di fine stagione. Ma non ha mai elaborato un vero progetto politico, per salvare il salvabile e investire sui settori strategici. Oggi possiamo anche vendicarci dell’assedio francese, adottando la stessa legge che il governo di Parigi varò il 7 dicembre 2006, quando per bloccare la marcia della Pepsi Cola sul gruppo Danone indicò ben undici settori strategici dei quali la Francia avrebbe mantenuto comunque la titolarità. Oppure bloccando l’incursione di Edf su Edison ordinando a quest’ultima la fusione con un “cavaliere bianco” italiano indicato dall’esecutivo, come fece il governo francese con Gaz de France per fermare l’Opa dell’Enel su Suez. Ma non servirebbe, perché molti buoi sono già fuggiti dalla nostra stalla. Per questo la mossa di Tremonti è tardiva. Negli ultimi quindici anni l’Italia ha perso per strada il tanto che aveva. Nell'”hard economy” si salvano solo le public utilities (Eni, Enel, Telecom), resistono l’impiantistica, la cantieristica e finché dura l’auto (purché sia chiaro a tutti che la non è stata la Fiat a comprare Chrysler, ma l’esatto contrario): ma siamo fuori dalla siderurgia, dalla chimica, dalla farmaceutica. Nella “soft economy”, persa l’informatica, non tocchiamo più palla. Nei servizi reggono ancora dignitosamente le banche (con Unicredit in testa sull’internazionalizzazione) ma abbiamo già aperto le porte a Credit Agricole (in Cariparma) e a Bnp (in Bnl). In tutti gli altri comparti siamo già stati comprati o lo saremo presto. Nel lusso è una strage: prima di Bulgari, Lvmh aveva già acquisito Fendi e Emilio Pucci, Ppr aveva rilevato Gucci e Bottega Veneta, Paris Group aveva assorbito Gianfranco Ferrè, il fondo di private equity inglese Permira aveva inglobato Valentino. Nella grande distribuzione Carrefour ha preso il controllo di Gs, nelle assicurazioni Axa e Allianz insidiano Generali e Groupama non molla sulla Premafin di Ligresti. Nell’energia, oltre a Edison, c’è l’insidia di Gdf, già in Acea con il 10%. Nel trasporto aereo, infine, Alitalia finge di volare grazie alla “coalizione dei patrioti” precettati in fretta e furia da Berlusconi, nella campagna elettorale del 2008: ma la cloche della nostra compagnia è già virtualmente in mano ad Air France. Questo è il desolante panorama che abbiamo di fronte. E per questo, per nostra sfortuna, la “faccia feroce” di Tremonti, benché comprensibile, non spaventa nessuno. Quella minacciata dal governo italiano non è la solida linea del Piave. Sarà una fragile linea Maginot. (La Repubblica – m.giannini@repubblica.it)

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