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Sola l’Italia a Bruxelles sul debito e non fa proposte alternative

Nella battaglia sul debito l’Italia è sostanzialmente sola (si veda «Il Sole 24Ore» del 29 gennaio). Francia e Belgio hanno accettato il parametro quantitativo dell’1/20.

 

Giovedì scorso, è vero, la Grecia si è messa al nostro fianco ma, vista la situazione critica in cui versa, non è chiaro se la sua solidarietà aiuti o no la causa. «L’Italia non ha presentato proposte alternative su questo punto. Più passa il tempo e più diventa difficile cambiare quella frazione» commenta un funzionario Ue addentro al negoziato.
Finora il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha lavorato con successo ai fianchi del criterio quantitativo, puntando soprattutto sugli altri “fattori rilevanti” di valutazione. In testa debito privato e pensioni che, nel nostro caso, assicurano la sostenibilità del debito pubblico meglio e più che in altri paesi dell’euro.
Non solo. Non è escluso che, incassata flessibilità anche con la regola secondo cui non ci saranno procedure e sanzioni per chi, nel triennio precedente l’entrata in vigore della riforma, avrà assicurato una riduzione annua sufficiente (1/20) del debito, si possa andare oltre. Finlandia e Slovacchia gridano al troppo annacquamento però ora si ipotizza di tenere in conto anche il triennio successivo: in caso di taglio insufficiente nei tre anni precedenti, Bruxelles insomma non aprirebbe la procedura se riscontrasse una riduzione sufficiente, a politiche vigenti, nei tre anni seguenti.
Non è detto che la manovra passi, comunque ci si lavora. Nessuno del resto può illudersi di germanizzare l’economia europea dall’oggi al domani. A meno di non rischiare di vedersi esplodere il giocattolo in mano per le inevitabili tensioni politiche, economiche e sociali che l’eccesso di rigore si porterebbe duvunque dietro. Forse anche Berlino comincia faticosamente a capirlo. (Sole 24 ore 13 febbraio 2011)

Patto di stabilità, Bruxelles:  se ne riparlerà a marzo
Non sarà ancora l’incontro conclusivo quello che domani e dopo riunirà a Bruxelles i ministri finanziari dell’Eurogruppo prima e dell’Ecofin poi. Per vedere la fine del negoziato sulla riforma del patto di stabilità, combinata con le nuove regole del Fondo europeo di stabilizzazione (attuale e permanente) e con il nuovo patto di “cooperazione economica rafforzata” come l’hanno battezzato Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, bisognerà passare ancora, salvo sorprese, per il vertice straordinario dei 17 capi di Governo dell’Eurogruppo l’11 marzo e poi, il 15, per un nuovo consulto tra i ministri finanziari dei 17 e dei 27.
Secondo indiscrezioni riportate dal settimanale tedesco der Spiegel, la proposta della Commissione Ue sul tavolo dei ministri lunedì prevede che il futuro Fondo permanente Ue – operativo dalla metà del 2013 – sarà dotato di 100 miliardi di fondi propri, ma avrà una capacità effettiva di movimentare fino a 500 miliardi di euro e i paesi dell’eurozona vi contribuiranno in base alle quote di partecipazione nel capitale della Bce.
Ormai sono comunque poche le tessere che mancano per completare il grande puzzle. Spesso però le ultime da collocare sono anche le più difficili. Se gli inglesi continuano a bocciare l'”europeizzazione” delle leggi nazionali di bilancio e alla fine quasi certamente otterranno una deroga, se i tedeschi sul raddrizzamento degli squilibri macroeconomici pretendono di sfumare al massimo ogni riferimento a quelli derivanti da una domanda interna troppo asfittica, per l’Italia resta aperta la grande questione del debito pubblico: del suo ritmo di riduzione annua da un lato e dall’altro del suo peso negli sforzi di aggiustamento dei conti pubblici nella cosiddetta “fase preventiva” del patto.
La bozza sul tavolo dei ministri prevede nel primo caso il taglio annuo di un ventesimo della differenza tra il tetto massimo del 60% fissato da Maastricht e il suo livello effettivo (119% per l’Italia). Nel secondo richiede ai paesi ad alto debito un impegno di risanamento annuo superiore al “normale” 0,5% del Pil.
L’altra regola nuova ma indigesta (questa volta anche alla Francia) riguarda il controllo sulla dinamica della spesa pubblica: che va benissimo in sé, dicono Roma e Parigi, a patto che non si trasformi nell’ennesima camicia di forza, fonte di altre possibili sanzioni semi-automatiche.

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