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SilverCar

Come si diventa secondo costruttore in Italia e quarto in Europa può essere una storia avvincente, come quella di un romanzo. Tra botte di ingegno, colpi di fortuna, fiducia nel prossimo e in se stessi, può capitare di inventarsi qualcosa di eccezionale e ritrovarsi ad esserne il padre senza quasi crederci.

La bisarca, Questo ha intuito Luigi Silvestri, figlio di Vittorio che ha creduto in suo figlio che, oggi, oltre ad aver contribuito a portare l’azienda paterna a livelli internazionali, è il suo più caro quanto fedele ammiratore.

La bisarca è l’attrezzatura sulla quale vengono assicurate e trasportate le autovetture da una parte all’altra del globo, e con essa la SilverCar ha realizzato prototipi unici al mondo, non senza conseguire un primato: la massima caricabilità per la smart auto.

L’azienda è un gioiello tutto abruzzese – nata a Capistrello e in forza ad Avezzano, dove ha impiantato un centro di ricerca con sviluppo e staf tecnico all’interno – fa vera innovazione e produce tecnologia.

Ho fatto qualche domanda a Luigi, non so a quale mi abbia risposto perché si è messo a raccontare, e ne aveva ben donde: di storie aveva pieno il cuore. Intervistarlo non è stato difficile, mi ha solo letto il suo romanzo.

 

 

Come era l’azienda quando ci è entrato lei e che cosa fece praticamente?

Quando sono entrato nell’azienda di mio padre – che era nata alla fine degli anni ‘50 – ho trovato una struttura piuttosto artigianale, 25,30 dipendenti, né piccola né grande, e con una mentalità un po’ “radicata” – cosa che notai con rispetto ma non senza conoscerne i limiti.

Feci un paio di anni di vita d’azienda nella produzione, e conobbi ogni dettaglio dell’organizzazione interna. Vidi, così, che facevamo anche riparazioni, modifiche e aggiustamenti ad attrezzature per il trasporto che il cliente portava da noi per evitare di arrivare fino al Nord Italia o in Francia, unici posti dove si era in grado di provvedere a questi ’”arrangiamenti”. Fu allora che mi venne l’idea di costruire per intero dei pezzi che potessero soddisfare le esigenze di quanti venivano da noi per semplici modifiche e riparazioni. Insomma, calcolando che le aziende di trasporto venivano da lontano solo per accontentarsi di aggiustamenti, e non già per avere un prodotto risolutivo dei loro problemi – infatti i nostri interventi rappresentavano per loro la scelta più economica e pratica – capii che il pezzo che mi era venuto in mente di realizzare poteva avere un serio mercato. Così nacque l’idea della bisarca (quella specie di pista che viene montata sui camion per trasportare le autovetture). Ne parlai con mio padre, che ha sempre guardato alla qualità e alla innovazione con molta lungimiranza e che, devo dargliene atto, mi ha sempre dato una fiducia totale, e decidemmo di metterla in produzione. Cominciammo con una bisarca (nata da disegni, i miei, a metà tra lo scopiazzamento, l’intuizione e… molto lavoro, sembravo un giapponesino!) in grado di trasportare due o tre vetture destinate ad essere scaricate in città. Subito dopo, ma senza scommetterci veramente, proposi ad un operatore nostro cliente di metterci in società: lui avrebbe fornito il cabinato e noi la bisarca. Era il 1984. Da allora ho smesso di dormire.

Cominciai con l’andare in giro per l’Italia nelle imprese, tra i camionisti, gli operai… per capire. Appena la bisarca fu pronta arrivarono subito gli ordini: ricordo che un giorno trovai 15 imprenditori tutti insieme, qui in azienda, per fare ciascuno il proprio ordine.

Partecipai alla prima fiera (quella di Sora!), dove conobbi i miei concorrenti e ricevetti molte proposte di collaborazione per la produzione della mia nuova bisarca. Tornai a casa con due cose: la certezza di essere sulla strada giusta e qualche ordine.

Nell’’87 volli fare l’autotreno (motrice più rimarchio), si trattava quindi di passare a qualcosa di molto più grande e complesso. Dunque torno in fiera, altri confronti, altre conferme. Produciamo l’autotreno con un costo inferiore del 40% rispetto alla concorrenza italiana ed europea.

Arriva l’’88 e mio padre decide di fare il salto: diventare una spa – investire di più per essere più grandi. Ci trasferimmo da Capistrello ad Avezzano, per trovare dei locali più spaziosi. Grande riunione di famiglia: padri figli e nipoti, e si cambiò registro. Era l’’89.

Ripartii per le fiere. E in una accadde un fatto. Un giorno come tanti vidi un rimorchio bellissimo: lo copiai. Di lì a breve mi si presentò il capo dell’azienda che produceva il rimorchio che avevo copiato. Parlammo e nacque un accordo: gli avremmo fornito le bisarche da destinare al loro mercato estero. Fu così che entrammo nel mercato internazionale.

 

Dunque un colpo di fortuna. Continua è avvincente.

Si, anche se la fortuna ce la andammo a cercare.

Dopo quell’accordo feci un viaggio in Austria, conobbi il mercato, la mentalità, le procedure e nel ’90 arrivò la prima joint venture (prima di allora non sapevo neanche cosa significasse la parola) e ci trovammo ad essere unici neofiti dell’internazionalizzazione nel nostro settore. Più tardi l’azienda tedesca con la quale avevamo stipulato l’accordo andò in frantumi, e a noi restarono l’esperienza ed i contatti con i fornitori, per cui non fu difficile continuare da soli. Tra i nostri manager e i loro si era creato un circolo di scambio di informazioni, formazione e conoscenze che aveva reso entrambi capaci di conoscere i rispettivi Paesi. E noi, che eravamo cresciuti fino a diventare concorrenti della nostra stessa partner – anche perché essa intanto si era ridotta di dimensioni e di capacità – potevamo accedere direttamente al mercato tedesco senza più mediazioni. Era il ’94 ed avevamo circa 80-90 dipendenti.

Seguirono altri progetti per piazzare nuovi prodotti, nuove joint ventur e così via.

Oggi siamo presenti in tutta Europa e il nostro fatturato estero è di circa 1.5 miliardi annui, la metà del fatturato totale: non è tanto, si tratta di una decina di bisarche, per fare un conto facile!

 

E’ cambiato il modo di fare il commercio estero rispetto ai primi anni?

Cambiamenti ce ne sono in continuazione, anche perché devi essere sempre vigile e pronto a modificarti. Adesso siamo meglio strutturati, abbiamo una conduzione un po’ meno familiare (ricordo che quando andavo in Austria portavo con me mia cugina che parlava un po’ di tedesco e ci arrangiavamo con lei, un po’ di inglese, e di francese… poi nell’azienda tedesca nostra partner c’era un tipo figlio di un professore che insegnava l’italiano… insomma, all’arrembaggio). Adesso stiamo lavorando sulla Romania e sulla Lituania: qui produciamo e assembliamo, lì montiamo, abbattendo così il costo del lavoro di assemblamento e quello di distribuzione, che si fa in loco senza affrontare le spese di trasporto.

 

Come si fa a fare tecnologia?

Devi avere sempre l’orecchio teso al mercato, devi essere attento a recepirne subito ogni nuova esigenza. Purtroppo, però, in Italia non siamo pronti e bisogna fare tutto da soli: noi ci siamo fatti scuola da soli sulle procedure, sui termini, sui trattati internazionali… è stato, ed è, difficile.

Anche il rapporto con le banche, che è fondamentale, è complicatissimo perché nessuno sa cosa significa stare sul mercato estero. Se vado in banca per un leasing, mi chiedono che cosa possiedo, se ho la casa, la terra, il capannone… altrove non è così, guardano il tuo business plan ed entrano in affari con te: rischiano con te e ne raccolgono gli utili. E’ evidente, che in questo caso la banca non ti lascia a piedi se ad un certo punto sei in un momento di difficoltà, perché ha un interesse diretto alla riuscita del tuo e del suo affare. Certo non è lo stesso se a chiedere il credito alla banca estera è un italiano: abbiamo la fama di essere avvezzi a falsificare i bilanci… per cui quando arriva un italiano stanno tutti sul chi va là. Insomma, credo che le banche non sappiano cosa sia l’internazionalizzazione, e che per questo il loro il futuro sarà l’assorbimento nelle majors internazionali.

 

Quanto è importante l’innovazione?

E’ obbligatoria se scegli di stare sul mercato estero. E poi è ineluttabile, perché se non la fai da solo, devi comunque stare dietro a quelli per i quali produci: per esempio, la Punto ha 700 varianti, noi dobbiamo stargli dietro.

Poi va tenuto conto che l’innovazione la fanno gli uomini, per cui l’investimento più importante va fatto sulle risorse umane: la quantità di innovazione che si ottiene è proporzionale a quanto si investe sulle persone. Noi in azienda abbiamo un’età media di 30-35 anni e alla nostra formazione dobbiamo provvedere da soli. Perché SIAMO soli.

 

Il rapporto con il territorio?

Non siamo riusciti a creare un vero indotto sul territorio perché non ci sono i presupposti. Non vorrei dire una frase abusata, però è vero che manca la cultura di impresa e che per questo la gente del posto non ci sta dietro. Ci seguono, invece, e lì abbiamo fatto indotto, le aziende di Cuneo, di Brescia… noi siamo lontani anni luce dall’estero. Io viaggio in tutto il mondo, e torno sempre qua, nella mia terra, perché la amo. Ma mi risuonano sempre nella mente le parole che in Cinema Paradiso il vecchio ormai cieco dice al ragazzo: “la Sicilia è bella, ma vattenne”.

 

Il mercato europeo è un’opportunità o un limite al commercio estero per le aziende italiane?

Il mercato europeo è opportunista ed il nostro statalismo e la nostra burocrazia ci penalizzano in modo irreparabile.

 

Come lo vede – e/o lo vuole immaginare – il suo futuro da imprenditore?

Vorrei poter far crescere questo territorio, vorrei che si facesse insieme almeno un pezzo di strada. Vorrei pure che il tutto avvenisse mettendo al centro l’uomo, il valore umano e le sue altissime capacità: l’operaio matricola dovrebbe scomparire. Non fa bene a nessuno, meno di tutti all’azienda.

Se posso aggiungo un ultimo “vorrei”, è per i rapporti chiari, trasparenti, e senza chiacchiere: noi italiani, in particolare nel Sud, ne facciamo veramente troppe.

Grazie per averci dedicato la vostra attenzione.

 

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