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Sessant’anni di storia hanno segnato una svolta epocale La provincia dell’Aquila e la Confindustria tra il dopoguerra e il nuovo millennio

Sessant’anni di Confindustria sono sessant’anni di storia. Più di mezzo secolo, attraversando il quale L’Aquila ha di netto cambiato il proprio assetto economico, travasando le sue energie da una realtà completamente agricola, come tutto il resto del Mezzogiorno, ad una di tipo industriale. Non senza fatica e dolore nell’adattamento

L’economia del dopoguerra aquilano, coincidente con quella di tutto il Sud del Paese, era infatti di tipo rurale almeno fino all’età del boom economico degli anni ’70, periodo  in cui cominciò a strutturarsi il fulcro del sistema industriale elettronico del capoluogo e di Sulmona, con i grandi stabilimenti della Siemens (5000 dipendenti) e dell’Ace (1500 addetti). Solo allora lo scenario della provincia mutò aspetto, grazie alla grande rivoluzione delle multinazionali, che nei fatti diedero vita ai quattro nuclei industriali di L’Aquila, Avezzano, Sulmona e Carsoli. E solo allora cessò la piaga dell’emigrazione, che aveva completamente svuotato la nostra terra: si pensi che soltanto nel quinquennio 1941-1950 lasciarono l’Abruzzo quasi 50mila lavoratori, e che nelle elezioni politiche del 1958 ben 18mila certificati elettorali vennero restituiti, causa l’espatrio dei loro titolari! Certo in quel momento sembrava vicina la morte della nostra economia, ma dietro l’angolo c’era il Piano European Recovery Program, passato alla storia come Piano Marshall, che nel volgere di qualche anno inaugurò il 1971 con l’insediamento di Fiat a Sulmona, di Albert-Farma gruppo Hoechst a Scoppito, di Ravit  della Rhone-Poulenc a Bazzano. Era l’alba di una svolta epocale non spontanea, ma condotta da uomini di calibro come l’On. Lorenzo Natali. Nello stesso periodo un cambiamento radicale toccava anche all’allora Unione degli Industriali di L’Aquila, oggi Confindustria L’Aquila: correva l’anno 1974 ed un ricambio generazionale portò a compimento la presidenza di Giuseppe Mori, giunta al suo 28esimo anno, e la direzione di Armando Gigliozzi, pure autore del primo Statuto dell’Unione, al suo 30esimo anno di servizio.

Negli anni ’80,  nella graduatoria del reddito pro capite, L’Aquila occupava il primo posto tra le province meridionali. Dunque, in quel primo trentennio 1965-1995, la cultura industriale aveva poggiato le sue fondamenta, anche se in virtù della liberalità delle grandi aziende pubbliche o semipubbliche, installate sul territorio con i contributi della Cassa del Mezzogiorno, e con le provvidenze della Comunità Europea.

Un gigante dai piedi d’argilla. Senza la creazione di un solido indotto, con il cessare della partecipazione dello Stato e della Ue, la crisi qui si sentì, e si sente, forse più che altrove, come ebbe a precisare già trent’anni fa il nostro allora presidente Natale Regondi.

Quali e quanti furono i cambiamenti all’interno del sistema industriale della provincia e come gli stessi ebbero a modificare il territorio e la sua gente è testimoniato da un’inedita rassegna stampa pubblicata nella penultima sezione di questo lavoro,  collezione di curiosità e articoli pubblicati fino ai giorni nostri sui quotidiani e periodici della nostra provincia.

Oggi, però, il capoluogo non guarda indietro, e quello che l’eredità contadina ci ha voluto consegnare è una produzione anch’essa industriale, nella misura in cui l’innovazione tecnologica si trasfonde in ogni segmento produttivo, financo all’agricoltura, decidendo così, e in modo definitivo, la sua totalizzante presenza in ogni settore destinato allo sviluppo. Innovazione, dunque. Un fattore cruciale per lo sviluppo imprenditoriale. E nella economia globale più di quanto lo fosse sessant’anni fa. Basti pensare al ribaltamento storico che abbiamo vissuto per approdare nell’economia post industriale, quella della Conoscenza, nella quale generare conoscenza è il “nuovo prodotto”, e il nuovo capitale è la risorsa umana, il cui lavoro intellettuale è imperniato su R&S, trasferimento tecnologico, inte     rnazionalizzazione della produzione.

Dunque innovazione ed eccellenza sono la nostra prosperità futura. Ma se facciamo conto su una coincidenza o un colpo di fortuna, difficilmente ne verremo a capo, anzi, dobbiamo lavorare sodo solo per sperare di riuscire a creare il giusto contesto, le  conoscenze e le condizioni di mercato adeguate. Ed è qui che vedo la necessità, condicio sine qua non, che le imprese siano collegate in modo diretto alla ricerca e, quindi alle università, le sole in grado di apportare un valore aggiunto tramite l’offerta della propria eccellenza e tecnologia, nonché attraverso le reti nazionali e internazionali di ricercatori, accademici, ex allievi, Pmi, partner industriali, imprenditori.

E meglio ancora sarebbe collegare ricerca e aziende tramite progetti regionali ben definiti, grazie ai quali potrebbero nascere i primi laboratori di ricerca e trasferimento tecnologico, cioè consorzi tra università e aziende in cui si fa ricerca applicata. Strutture che si trovano un passo prima degli spin off, nelle quali non si mette in pratica la ricerca, ma la si produce, che andrebbero adeguatamente completate a valle da centri per l’innovazione, guidati da associazioni di imprese che hanno in compito istituzionale di diffondere e immettere nelle aziende i risultati degli studi condotti nei laboratori.

Un attenzione particolare andrebbe alle neoimprese, da sostenere e assistere nella crescita tramite l’introduzione nella rete accademica, introduzione finalizzata ad un feedback o know how specializzato, al sostegno in materia di innovazione, alla ricerca di partner strategici e fornitori su scala internazionale, all’accesso in tutte le strutture accademiche, compresi i centri di ricerca e assistenza per il trasferimento tecnologico (anche transnazionale) e di gestione dei diritti di proprietà intellettuale, alla chiusura di accordi e alleanze, alla creazione di un legame con gli accademici specializzati in marketing, management, diritto e finanza, al rafforzamento del management in special modo nelle imprese derivate, all’ingresso sui mercati esteri.

Dobbiamo interiorizzare che senza ricerca non siamo in Europa e l’Europa non è competitiva con il resto del mondo, in particolare con gli Usa, rispetto ai quali ha ancora un notevole divario da colmare.

Altro aspetto fondamentale per affacciarci alla nuova era è quello della sburocratizzazione. Se è  vero che le aziende sono al centro di qualunque economia, e le più piccole in maniera particolare, e che le Pmi sono le responsabili dei due terzi dei posti di lavoro in Europa, allora dobbiamo fare uno sforzo per gettare il seme della fertilità. La facilità o la difficoltà che esse incontrano nella fase di avviamento o in quella di espansione, nell’amministrazione ordinaria e quotidiana o addirittura nella chiusura dei battenti, dipendono dalle condizioni amministrative imposte dai Governi, nazionale e locale. Per questo, se intendiamo entrare e rimanere nel mercato della competitività, dobbiamo procedere ad una semplificazione totale dell’habitat nel quale si generano ed operano le imprese: avviarne di nuove è un fatto antecedente a qualunque vagheggiata crescita economica e a qualunque attesa di creazione di posti di lavoro. Anche perché per l’imprenditore l’avviamento è solo il primo passo, dopo viene la parte impegnativa, l’inizio di impresa segnato dallo sviluppo del prodotto: maggiori saranno tempo, denaro ed energia da destinare alle pratiche amministrative e maggiore sarà il rischio di un fallimento.

Tutto quanto resterà lettera morta se non percorriamo la via regionale all’Hi Tech: il rischio è quello di restare fuori dall’Europa e, poiché le nostre imprese già non spiccano per contenuto tecnologico, se non ci attiviamo subito per farle entrare nella ricerca rimarremo fuori dal processo di innovazione che sta caratterizzando altre regioni d’Italia e altri Paesi.

Ad ogni buon conto, per affrontare la soluzione ad una crisi di stagnazione che solo nel lungo periodo conoscerà una svolta solida, un’altra via si apre a L’Aquila, e nell’Abruzzo intero, per una crescita economica  a breve termine: il turismo. Un fenomeno davvero rilevante, che fa ben sperare in una riduzione degli elevati livelli di disoccupazione giovanile, caratterizzata da una alta scolarizzazione.

Una sfida importante per il prossimo futuro, soprattutto se si entra nell’ordine di idee di dover raggiungere una dimensione industriale. Il fatto che L’Aquila provincia disponga di un solo 14% dei posti letto regionali rende chiaro quanto lavoro ci sia ancora da fare.

Le aree montane ed il sistema dei Parchi qualificano un’offerta turistica precisa, non delocalizzabile, non imitabile, in grado di fermare lo spopolamento attraverso l’inversione del flusso migratorio e di attrarre nuovi residenti, di rivitalizzare e valorizzare, riequilibrandole, le zone interne.

Ma ancora molto bisogna fare, non solo per ciò che riguarda le strutture alberghiere, bensì per tutto quanto attiene alle infrastrutture: veloci vie di comunicazione, impianti di risalita, locali di divertimento variegati, moderne attrezzature di impianti sportivi ecc… Dunque, salta subito agli occhi la necessità di riflettere su opportuni rimedi, per l’immagine di qualità del settore, e anche per un rafforzamento della presenza turistica di tipo internazionale, pur sempre attratta dalla concorrenza di altre destinazioni turistiche. I dati, non molti a disposizione, lasciano ben sperare circa la costruzione di modelli organizzativi più snelli e capaci di attuare un’offerta differenziata.

Molto si è fatto. Molto è ancora da fare.

 

Gaetano Clavenna

Presidente Confindustria L’Aquila

 

 

 

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