Ultime Notizie
HomeTutte le agenzieUfficio StampaSergio Galbiati: “Avrei voluto di più per la formazione e per la creazione di una nuova classe dirigente”

Sergio Galbiati: “Avrei voluto di più per la formazione e per la creazione di una nuova classe dirigente”

 

A dicembre si contano quattro anni, per me, nel ruolo di Presidente di Confindustria L‘Aquila. Il mio compito finisce qui e voglio approfittare di questa opportunità per ringraziare tutti coloro con cui ho avuto l’onore di interagire nell’arco di questo tempo, a partire dalla persone che compongono la struttura: un team che ha messo passione e professionalità in tutto quello che ha fatto, cosa che ha trovato il suo culmine quando, con la sede danneggiata dal sisma, ha voluto e saputo stare al proprio posto e rappresentare un valore per la comunità tutta,  non solo imprenditoriale: e solo gli Aquilani sanno di quanto c’è stato e c’è bisogno.

Voglio ringraziare tutti gli Associati che quattro anni fa mi scelsero per questo ruolo, e  tutti quelli che nel frattempo sono entrati a far parte dell’Associazione. Confindustria è già, ma può essere ancora di più un riferimento positivo per tutti coloro, individui, istituzioni, organizzazioni… che stanno sul Territorio. È da una parte un diritto di chi fa impresa, di chi tutti i giorni spende le proprie energie e il proprio ingegno per creare valore dove opera, e dall’altro un dovere di chi, così operando, ha la responsabilità di proteggere la propria impresa, soprattutto in quanto bene non individuale ma collettivo, e di farla prima sopravvivere e poi crescere per spenderla per ciò che è: un asset peculiare nel tessuto sociale.

Infine voglio ringraziare tutti coloro che all’esterno dell’Associazione sono stati più o meno direttamente partners in ciò che è stato fatto, si tratti degli interlocutori istituzionali, delle altre associazioni, del mondo sindacale, degli altri colleghi di Confindustria ai vari livelli organizzativi, e in ultima analisi, del tessuto sociale al quale ho cercato di dare un contributo come Presidente.

Dicevo che è tempo di bilanci, ma non intendo provare a fare un elenco dettagliato di ciò che è stato fatto e di ciò che è rimasto incompiuto  o, addirittura, è fallito. Non sono capace di farlo bene e, tra l’altro, ritengo che sia più corretto lasciare ad ognuno la propria visione e il proprio giudizio, senza provare ad influenzarlo, ricordando magari qualcosa di dimenticato, nel bene e nel male.

Rimango pertanto sugli aspetti generali. Sono stati a mio parere i quattro anni più densi di eventi e di cambiamenti che ho vissuto nella mia carriera. La maggior parte di essi hanno costituito una sfida, e la maggior parte inattesa: l’instabilità prima politica, poi economica, il sisma con tutto quello che ne sta derivando, e la protratta crisi di identità. In questo contesto ho provato ad influire per ciò che penso di poter fare meglio: approfittare del punto di osservazione del mio ruolo lavorativo per contribuire ad innalzare la soglia della capacità di lettura dei cambiamenti, invogliando pure ad anticiparli e a gestirli. Rimango del parere che questa competenza sarà in futuro di gran lunga la più critica da sviluppare negli imprenditori e nei giovani. Non sono stato, invece, un gran che come uomo di Associazione: questa è una capacità in cui non brillo, perché non valorizzo abbastanza la rete di relazione mirata al posizionamento. È probabile che ci si aspettasse di più da me in questo senso. Ad esempio non ho giocato un ruolo visibile all’esterno di questo territorio. Ho sempre avuto una certa diffidenza e insofferenza nei confronti di tutte le questioni che facevano da apripista alla ricerca di “potere” e visibilità, non perché sia sbagliato farlo, ma perché non è nella mia natura e non sono proprio capace. Eppure ritengo che in questi quattro anni sia maturata una maggiore consapevolezza delle regole del gioco necessarie per provare davvero ad avere uno sviluppo armonico dell’ecosistema, anche se, operando dall’interno di una grande industria, non ho avuto tutta la sensibilità necessaria per capire le dinamiche della piccola impresa e farmene interprete efficace.

Sono fortemente convinto che il paziente lavoro sul “software” del sistema sia più importante di ciò che si può fare sull’ “hardware”, ossia sulla infrastruttura industriale. Per “software” intendo il capitale rappresentato dalle persone, la loro qualità in quanto individui e il set di valori che rappresentano e si portano appresso in ciò che dicono e, di conseguenza, fanno. Costruire e rafforzare innanzitutto questo capitale è e sarà sempre più indispensabile per poter navigare negli anni che ci aspettano: i soldi non sono mai abbastanza, soprattutto quando i valori che sottendono come usiamo quelli a disposizione non sono adeguati.

Il mio più grande rammarico di questi anni è quello di non essere riuscito, ad esempio, a far sì che gli oltre 7 milioni di euro raccolti da Confindustria e dai Sindacati nazionali per il terremoto dell’Aquila fossero impegnati nel sistema della formazione a tutti i livelli, a partire da quella necessaria per creare una classe dirigente più preparata e competitiva. Come vedete i soldi, anche quando ci sono, non li sappiamo spendere, anche quando dipende solo da noi. Inoltre mi rammarico di non aver saputo, a suo tempo, insistere e far maturare l’idea del poli-tecnico, ossia di una capacità di interazione dei tre atenei regionali per autovalutare le proprie eccellenze (e non-eccellenze) e operare di conseguenza, accettando invece un contradditorio fuorviante sul termine anziché sulla sostanza. Ora, inevitabilmente, si dovrà fare i conti con questa necessità.

Tuttavia vedo una molto maturata consapevolezza delle aree critiche che costituiscono la spina dorsale di un territorio: nelle grandi difficoltà che contraddistinguono questa Terra, vedo e sento la determinazione a non accettare un declino dei valori sotto la soglia di non ritorno.  Sono molto fiducioso nelle nuove generazioni: credo siano molto migliori della mia e anche di quella che mi ha immediatamente succeduto. È un peccato imperdonabile non essere stati capaci, almeno finora, di offrire loro una chance per muoversi come vorrebbero e potrebbero. E dico questo perché osservo i miei figli e i loro coetanei, il mare di incertezza in cui si devono muovere, ma l’onestà di fondo con cui lo vorrebbero fare, malgrado il nostro cattivo esempio.

Lascio la guida dell’Associazione ad un imprenditore e non a un manager. Lo supporterò al meglio di ciò che so fare. È giusto ed è tempo che sia così. Gli auguro di saper rappresentare al meglio gli interessi degli imprenditori,  non in una visione corporativa, ma perché chi costruisce valore, e intendo tutti coloro che operano nell’impresa, dovrebbe avere più diritti che doveri, mentre finora è stato il contrario.

Mi impegno infine, ora che in virtù del mio ruolo mi trovo ad interagire sul territorio nazionale, a valorizzare questo Territorio in cui ho avuto l’onore di operare per oltre vent’anni e di cui apprezzo profondamente le qualità e le potenzialità.

Grazie di tutto.

Sergio Galbiati

 

Print Friendly, PDF & Email

Condividi