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SEICENTO MILIARDI DI SGRAVI di Maria Paola Iannella

Quella degli sgravi non è una partita che si gioca tra Governo regionale e imprenditori, né tra Regione e Bruxelles. Si gioca in casa, con i soldi delle aziende abruzzesi che non hanno ragione di perdere quanto era stato loro riconosciuto e assicurato dalle politiche comunitarie. L’Abruzzo era nell’Obiettivo 1 fino alla fine del ’96, con tutto ciò che questo comportava sia a livello di finanziamenti che di agevolazioni. Ed è nelle seconde che rientravano gli sgravi fiscali alle imprese.

La posizione degli imprenditori è sempre stata netta su questo: gli sgravi spettavano all’Abruzzo e nessuno poteva decidere in senso contrario, se non la UE stessa, qualsiasi atteggiamento che avesse avallato il Decreto Mastella sarebbe stato ritenuto volutamente proditorio. Nonché contrario ad ogni principio del diritto.

Non si vuole tornare sul perché, e se, l’Abruzzo sia stato o meno “dimenticato” dai suoi stessi rappresentanti politici, punto sul quale parla solo la cronaca dei fatti, così come si sono svolti, dal Decreto Mastella al Decreto 669/96 e riassunti da L’Industriale di febbraio scorso. Che la posizione degli industriali fosse quella giusta è oggi dimostrato dalla legge 30/97 che ha emendato e convertito il Decreto di fine anno.

Si vuole invece sottolineare che l’Abruzzo non ha ricevuto la grazia da nessuno, ha solo riavuto il mal tolto. E per questo ha pagato una battaglia legale durata anni, anni durante i quali ha versato 400 miliardi all’INPS, miliardi che ha sottratto ad una economia già vacillante.

Non giova, dunque, riaprire una polemica sulla odissea degli sgravi. Giova, invece, pretendere dal Governo una definizione della materia una volta per tutte. Si, perché l’INPS, e a ragione, non sa come comportarsi (e con la circolare n.8 del 16/1/97 ha formulato riserva di successive istruzioni sul diritto agli sgravi e da tre mesi ha già chiesto chiarimenti e direttive al ministero del Lavoro): l’art. 27 del Decreto, infatti,  così come riscritto interamente in Parlamento, nel riconoscere espressamente all’Abruzzo lo sgravio totale per i nuovi assunti nel periodo 1/12/96 – 30/11/97 non ha disciplinato con la stessa puntualità sul passato, e quindi sugli sgravi ’94/’96. Quanto bisognerà attendere perché una situazione di diritto, già in passato offesa da un provvedimento illegittimo che solo le proverbiali testardaggine e caparbia degli abrussesi hanno fatto tramontare, trovi giusto riconoscimento in un atto formale? In altre parole, quanto ancora perché le aziende possano rivedere i soldi versati all’INPS?

Seicento miliardi (400 già versati, 200 ancora nel limbo)

per l’economia locale non sono un’inezia. Sono vitali. Si sa, da sempre, che la mancanza di liquidità è uno dei motivi di maggior freno dello sviluppo di una azienda. E tanto al Sud, quanto nel profondo Nord.

Si fa un gran parlare, in questi primi mesi del ’97, di come l’Abruzzo potrà farcela senza i fondi della UE, “condannato” com’è a camminare con le proprie gambe.

Intanto, però, i soldi di casa nostra sono fermi, e quei seicento miliardi sono paralizzati dalla lentezza, o inefficienza, degli apparati burocratici. E proprio le imprese, le uniche in grado di creare lavoro vero, secondo un teorema sperimentato mille volte, risultano penalizzate anziché incoraggiate.

E non è un Abruzzo piagnone, quello che chiede ciò che gli spetta, anzi, è un Abruzzo cosciente dei propri diritti e consapevole dei propri bisogni. L’Abruzzo degli imprenditori non chiede l’Obiettivo 1, anzi, ormai è nota a tutti la contrarietà degli industriali ad ogni misura improntata alla filosofia assistenzialistica (per la quale, in questi mesi, è sotto gli occhi di tutti l’opposizione di Confindustria alla politica del Governo), e non ha combattuto una battaglia legale per restare nel mezzogiorno d’Italia. Sembra che ci sia un po’ di confusione sulle questioni obiettivo 1/sgravi, questioni che invece sono nettamente distinte, involgono due polemiche diverse, e che separatamente vanno trattate ed affrontate. In buona sintesi: che il nostro Paese sia ormai fuori dall’Obiettivo 1 è un fatto, e non è su quello che gli imprenditori hanno alzato la voce; che abbia avuto riconosciuto il diritto allo gravio negli anni ’94/’96, e che intenda farlo valere, invece, è un altro. Ed è su questo diritto che si sono levate le proteste.

 

ABRUZZO, QUALE OBIETTIVO

Dal 1 Gennaio ’97 l’Abruzzo è fuori dall’Obiettivo 1. Niente più Fondi Strutturali da parte della U.E. Niente più leggi di sostegno straordinario da parte del Governo Nazionale.

Ed è polemica. Polemica perché in molti temono di non farcela, temono il tracollo.

Da una parte sta il governo regionale che rimprovera una culturale mancanza di coraggio imprenditoriale e una assuefazione storica alla filosofia assistenzialistica.

Dall’altra gli imprenditori, che hanno paura. Paura di affrontare con le proprie forze, e per primi rispetto alle altre regioni meridionali, l’integrazione e la competitività in Europa.

La polemica nasce dal fatto che di questa paura gli imprenditori ritengono responsabili proprio gli amministratori che, alla mancanza di cultura di impresa rispondono con una mancanza di cultura di programmazione e progettazione. E non sembrano, i primi, avere tanto torto. Se è vero che per anni il Sud ha vissuto l’immobilismo della ricerca del posto fisso (condizione certo non casuale ma, anzi, comoda a quanti, molti, per oltre un secolo hanno barattato l’ingresso nel lavoro pubblico con il consenso politico e con il voto) e per la dipendenza da politiche assistenzialistiche (che sono state la ricchezza degli stessi imprenditori del Nord, anziché l’incentivo per il Sud), è anche vero che da tempo si registra un’inversione di tendenza. Che incominciano ad emergere delle forze, pubbliche e private, sinergicamente operanti, che testimoniano voglia di riscatto e talento (si vedano le 784 mini-imprese finanziate dalla Società per l’imprenditoria Giovanile s.p.a.). Ma la sfiducia attuale degli imprenditori abruzzesi è dovuta non solo ad una politica nazionale che massacra la piccola impresa e il lavoro autonomo, che impedisce la crescita e poi assiste, ma anche ad una politica locale che dal 1986, anno in cui veniva contestata alla nostra Regione la perdita dei requisiti necessari per restare nelle aree in ritardo di sviluppo (Obiettivo 1), fino ad oggi non ha saputo formulare proposte economiche di alcun genere, che ha agito senza disegnare visioni e strategie. Che favorisce, unitamente ad un fisco antiquato che divora i due terzi degli utili e ad un inaccessibile sistema creditizio, la delocalizzazione del capitale e l’investimento all’estero.

Dieci anni sono trascorsi invano e non spettava agli imprenditori lo studio di progetti mirati e di schemi produttivi e finanziari speciali per avviare uno sviluppo economico indipendente dagli aiuti comunitari. Certo non sarebbero mancati gli spunti, di “materia prima” in Abruzzo ce n’è: l’agricoltura di qualità (il settore agricolo è quello che vanta più di ogni altro la presenza di un gran numero di giovani), il turismo culturale e/o ambientale (il patrimonio storico-artistico e quello ambientale,  attraverso il sistema dei parchi, sono i volani dell’economia abruzzese), il recupero dell’ambiente, la valorizzazione del territorio, la ripresa in chiave attuale di antiche tradizioni artigianali, l’affidamento di servizi sociali e pubblici ad organizzazioni private. Dieci anni sono trascorsi tra deroghe e concessioni della UE, tra tira e molla e girandole di politici i cui interventi sono stati guidati più dal desiderio politico di piacere che dall’intenzione di risolvere i problemi alla radice. E ancora oggi, mentre da una parte il Governo regionale tanto predica perché l’Abruzzo cammini con le proprie gambe (come se il problema fosse solo quello di convincere gli operatori economici), dall’altra cerca i sistemi per continuare a godere degli aiuti comunitari (per tacitare quanti reclamano l’assenza delle istituzioni). 

 

 

ABRUZZO A CACCIA DI OBIETTIVI

Certo nessuno sarebbe scontento se dalla UE continuassero a piovere miliardi… e quanto appresso è, in sintesi, la situazione attuale nei confronti della Ue.

Le possibilità di rinegoziare con Bruxelles la posizione dell’Abruzzo nell’Unione europea vanno verso due direzioni.

La prima vede il tentativo di rientrare nella deroga di cui all’art. 92.3c. La deroga al Trattato di Roma ci consentirebbe di realizzare i patti territoriali, i contratti d’area, la legge 44 per l’imprenditoria giovanile, il prestito d’onore, la legge che prevede incentivazioni alle imprese giovanili… in una parola il patto per il lavoro.

L’art. 92.3.c., quindi, consentirebbe all’Abruzzo di continuare ad avvalersi degli interventi straordinari approntati dallo Stato nazionale per promuovere lo sviluppo economico. Il problema sta nel superare il generale principio di incompatibilità tra gli interventi nazionali

e il mercato comune; una chiave di lettura potrebbe essere l’esigenza, spirito motore del Trattato, di parificazione del progresso tra gli Stati membri: un uguale livello di progresso non sarebbe raggiungibile se non adottando in ciascun Paese misure differenziate e personalizzate a seconda delle diverse realtà (per una lettura più approfondita delle problematiche collegate all’art.92.3c. si veda L’Industriale di febbraio scorso).

La seconda possibilità, invece, e ancora tutta da pensare, vuole l’aggiunta di un ulteriore obiettivo da affiancare ai cinque già esistenti.

Infatti, infilarsi in qualcuno dei cinque obiettivi sembra una strada poco percorribile e il tentativo di rientrare nei punti 2 e 5.b, che risale a qualche mese fa, sembra miseramente fallito per la difficoltà oggettiva di ricavare i soldi necessari dai fondi di riserva della Ue. Comunque, poiché le risorse degli obiettivi 2, 3, 4, 5 e 5.b (rispettivamente per: aree in declino industriale,  creazione e innovazione tecnologica, turismo, agricoltura, progetti di interesse comunitario) sono tutte finalizzate a situazioni e settori ben precisi nei quali il paese candidato abbia necessità specifiche, l’Abruzzo sembrerebbe            

rimanere fuori gioco.

L’intenzione sarebbe quella di aggiungere un fratello ai cinque obiettivi nei quali, così come furono disegnati all’epoca dell’istituzione della Comunità, non c’è spazio per quelle realtà che, inesistenti nel ’57, si sarebbero delineate solo in epoca successiva alla stipulazione del Trattato, realtà delle quali solo oggi si può avere cognizione e che allora non erano prevedibili.

Si tratterebbe dell’Obiettivo 5c, una sorta di contenitore

destinato a riassorbire in sé anche l’art. 92.3.c., nel quale troverebbero spazio le esigenze delle Regioni appena uscite dall’Obiettivo 1. Regioni che, non più sottosviluppate ma ancora in gravi condizioni di disagio economico, necessitano di un distacco morbido dal sistema dei Fondi Strutturali. L’ipotesi consentirebbe l’adozione di interventi straordinari, sia da parte dei governi nazionali che da parte della Comunità, a favore delle imprese che così avrebbero maggiori strumenti per essere competitive, o quanto meno non affogare, sui mercati concorrenziali europei.

Il problema per il momento è solo abruzzese, ma a scendere dal carro-obiettivo 1 sono prossime le vicine Puglia, Molise e Basilicata. Allora, forse, non sarà un solo gallo a fare giorno…

Per il momento, ancora una boccata d’ossigeno: il 12 marzo la Commissione Europea ha concesso all’Abruzzo la proroga dei Fondi Strutturali per altri due anni: mille miliardi per i quali è fissato il termine di dicembre ’98 per l’attuazione degli impegni, e di dicembre 2000 per i pagamenti. La decisione riguarda gli interventi cofinanziati dalla Ue tramite i fondi regionale (Feder), agricolo (Feoga), pesca (Ifop), non interessa i programmi finanziati dal fondo sociale europeo ad eccezione del Leader II, e contempla le sole agevolazioni finanziarie e non anche quelle normative.

Ma anche qui non c’è troppo da stare allegri perché, dulcis in fundo, si sa già che entro il ’97 riusciremo a spendere solo il 27% dei fondi!

 

 

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