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Salviamo il lavoratore ma chi salva il lavoro? oppure Salviamo il lavoratore ma chi salva l’azienda?

Se vogliamo considerare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori un argomento importante ma collaterale, allora possiamo evitare di parlarne ora e rimandare la cosa più in là, insieme ad altre importanti. Se la riteniamo, invece, strategica, punto di partenza e di arrivo, allora essa merita la massima considerazione.

L’Italia è il quinto o sesto paese al mondo per importanza economica e solo il trentatreesimo quanto a competitività: una buona responsabilità va attribuita alla eccessiva e nociva rigidità delle norme che regolano il rapporto di lavoro.

E’ vero, nel mondo del lavoro c’è stato, nel passato, un momento in cui il rapporto era squilibrato e a tutto nocumento del lavoratore dipendente; la spiccata voglia di lavorare degli italiani e il forte senso del risparmio, a ben pensare, sono conseguenza e retaggio di tanta precarietà. A Napoli si diceva: “metto i soldi da parte per quando tengo o raffreddore”, poi la situazione si è evoluta ed è arrivato lo statuto dei lavoratori: una vera conquista di civiltà nel lavoro.

Oggi, proprio quello Statuto che in passato ha dato più dignità al lavoratore rischia di provocare danni alla società superiori ai vantaggi che fin qui ha prodotto.

Mi riferisco in particolar modo alla facoltà data al Giudice, in caso di controversia, di imporre il reintegro del lavoratore nell’azienda, facoltà che si rivela una forte remora allo sviluppo per moltissime industrie con un organico appena al di sotto di 15 dipendenti.

In una economia aperta e mondializzata, questa imposizione costituisce un grosso handicap per le imprese italiane che devono competere con imprese del resto del mondo occidentale, le quali, non avendo tale vincolo, possono molto agevolmente espandere e restringere il numero dei propri addetti a seconda delle necessità del mercato.

E’ tempo, anche per l’Italia, di cominciare a capire che, nell’”era della conoscenza”, è necessaria una più ampia flessibilità sul lavoro: essa, favorendo l’occupazione, in definitiva avvantaggia anche lo stesso lavoratore dipendente. Ma come far capire questa opportunità all’insieme dei lavoratori che della sicurezza del posto di lavoro hanno fatto la ragione del proprio esistere? Questo è il problema. E’ un sentimento che più che alla ragione e all’intelletto attiene alla sfera della emotività.

Chi vive in questo “dogma” è disposto a non scioperare per motivi salariali o altro, ma è irremovibile quando vede lesi i principi stessi del proprio essere; è capace di ergersi con le bandiere in mano e fare barriera, come quando deve difendere la sua idea politica, la propria squadra di calcio o la salvezza del suo paese. Come rimuovere un sì grande limite?

Non basta spiegare che la cosa riguarda solo i nuovi assunti e che in tutti i paesi occidentali tale vincolo non viene applicato. In ognuno rimane la convinzione di dover difendere a tutti i costi il baluardo della inamovibilità.

Bisogna far capire al mondo del lavoro che la flessibilità, più che costituire un pericolo per la sicurezza del posto di lavoro (nessun imprenditore ritiene conveniente sbarazzarsi di collaboratori sulla cui formazione ha investito tempo e denaro), rappresenta un allargamento dell’occupazione. Consente al lavoratore non solo di avere maggiori opportunità per scegliersi l’occupazione più soddisfacente, ma anche di acquistare maggiore considerazione e più alta dignità.

Insomma più offerta di lavoro c’è e più ampia è la gamma delle opportunità di scelta per chi ha capacità e buona volontà. Saranno sufficienti questa o altre giuste osservazioni e proposte , ivi compresa la ricerca di ammortizzatori compensativi, per convincere il mondo del lavoro a cambiare? Questa è la domanda.

Sull’articolo 18 si gioca, comunque, la partita del paese a tutto campo: tra centrodestra e centrosinistra, fra liberismo e statalismo, fra progresso e reazione, fra ammodernamento e arcaismo, fra pragmatismo e populismo, tra un mondo intero che guarda avanti e chi, guardando indietro, è disposto al massimo sacrificio in battaglie di retroguardia verso eroiche sconfitte, condizionato e incoraggiato da cattivi maestri.

Cav. Lav. Donato Lombardi

Presidente dell’Unione Provinciale Industriali di L’Aquila

e di Confindustria Abruzzo

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