Ultime Notizie
HomeTutte le agenzieL'industrialeRiforma delle pensioni e welfare responsabile

Riforma delle pensioni e welfare responsabile

di LUCIO FRANCARIO*

 

La crisi dello Stato sociale nel nostro Paese è risultata tra le più accentuate del mondo occidentale a causa dei gravi squilibri della nostra finanza pubblica.

Il risanamento dei conti ha investito le nostre politiche previdenziali a partire dagli anni ’90, con mutamenti profondi di cui non vi è ancora diffusa consapevolezza: per ovviare a tale deficit basterebbe divulgare il dato relativo all’evoluzione del tasso di sostituzione (termine tecnico che individua la capacità di copertura della rendita pensionistica rispetto all’ultima retribuzione percepita, calcolata in termini percentuali),che, per una determinata figura-tipo di lavoratore dipendente, è destinato a scendere dal 67,3 per cento nel 2000 al 48,1 per cento nel 2050.

L’ipotesi di lavoro tracciata a suo tempo dalla legge di riforma delle pensioni del ’95 mirava alla costituzione di <<una pensione aggiuntiva, il cui importo sia pari indicativamente ad una frazione compresa tra il 10 e il 20 per cento dell’ultima retribuzione in un lasso di tempo di 30-40 anni>>, con il che  <<la previdenza complementare… viene a rappresentare  l’integrazione del sistema previdenziale pubblico obbligatorio : nel momento in cui si riduce la copertura garantita dal sistema pubblico rispetto all’ultima retribuzione devono soccorrere le prestazioni erogate dai fondi pensione>>.

Si tratta di una scelta che chiama a svolgere – in nome dell’attuazione del principio di sussidiarietà – un ruolo portante all’autonomia privata, sia nella forma dell’autonomia collettiva (là dove la contrattazione con il mondo delle imprese si rivela determinante per dar vita ai fondi pensione ) che nella forma dell’autonomia individuale.

L’affermazione della responsabilità individuale non può risultare esaustiva perché porterebbe a sacrificare i soggetti più deboli, sicché tale direttrice politica, nel fronteggiare i bisogni sociali primari, deve combinarsi  nelle moderne democrazie  con azioni di redistribuzione operate dalla mano pubblica , che consente di preservare meccanismi  solidali cui fare riferimento per fronteggiare le asperità e i possibili fallimenti di mercato.

 In questa cornice, già da tempo definita, si colloca il dibattito attuale che mira alla piena funzionalità di un sistema pensionistico che, sia nel sistema di base (INPS- INPDAP etc) che nel sistema complementare (fondi pensione), si ispira ad una logica contributiva, in base al quale la rendita pensionistica risulta in funzione dell’ampiezza del periodo  e dei volumi di contribuzione.

Il fattore temporale va sicuramente ridefinito tenendo conto della maggiore durata di vita delle persone nel nostro Paese per creare  equilibri più avanzati tra periodo contributivo e periodo pensionistico.

Si deve incidere altresì sull’entità della contribuzione. Qui la soluzione deve tener conto che oggi per i lavoratori dipendenti la contribuzione previdenziale richiesta dal sistema di base è già molto alta (pari al 32,7 per cento del costo del lavoro) sicchè sembra difficile ipotizzare un innalzamento della stessa a favore della previdenza complementare; né la via d’uscita può essere semplicemente quella decontribuzione per i neoassunti – che finisce per generare squilibri a breve dei conti pensionistici e riduce in prospettiva la rendita derivante dal primo pilastro previdenziale.

Si impone quindi la veicolazione del TFR ai fondi pensione senza imporre, però, l’obbligatorietà della scelta, che finirebbe per contraddire la logica privata del sistema di previdenza complementare   e per evocare garanzie di risultato da parte del “pubblico” oggi non più sostenibili: il silenzio-assenso sembra più che sufficiente. Si tratta di controbilanciare tale misura, soprattutto per il mondo delle piccole imprese, che hanno usato in questi anni il TFR come capitale circolante disponibile. Una ulteriore riflessione sul punto, che non si limiti a rimediare tale perdita con la contropartita della decontribuzione (che – come si diceva – presenta altre controindicazioni ), merita di essere effettuata: si dovrebbe meglio riflettere sulla possibile cartolarizzazione di tali crediti retributivo-previdenziali,  che consentirebbe di realizzare, nel contempo, sia l’esigenza di preservare il circolante alle imprese sia di portare – tramite la collocazione sul mercato dei titoli-  risorse reali alla previdenza complementare.

 

*Professore Ordinario presso l’Università di Macerata

e Presidente della Covip

Commissione di Vigilanza sui fondi pensione

 

Print Friendly, PDF & Email

Condividi