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Reti di Impresa e Poli di Innovazione: i fattori costituenti sono rigenerabili o temporanei? Siamo già in una “nuova economia della conoscenza” e dobbiamo sapere come innovare le nostre specificità nel capitalismo globale e smaterializzato

Dopo vent’anni di inchiostro versato per convincere tutti della “bontà” dell’Aggregazione di imprese e dell’Economia della Conoscenza, finalmente sembriamo tutti d’accordo. Istituzioni e Imprese si sono messe insieme nella grande casa della Ue e  metteranno a frutto 10 milioni di euro per i Poli Innovazione e le Reti di Impresa in Abruzzo.

E’ evidente, però, che – mentre facevamo una gran fatica per assimilare i concetti di cui sopra, sia da parte di chi opera sul mercato che da parte dell’ambiente politico, in genere poco orientato agli studi di strategia di impresa – il mondo è andato avanti e, adesso, fare semplicemente le Reti non basta più, perché bisogna confrontarsi con un capitalismo globalizzato e smaterializzato: dal gioco del club euro-americano siamo passati al mercato dei newscomers (basso costo del lavoro ed elevato assorbimento di conoscenza disponibile nelle reti del commercio mondiale e nei circuiti cognitivi sempre più estesi – scienza, tecnologia, mass media, internet) nel quale il valore si fa attraverso le risorse immateriali (le produzioni, manifatturiere o di servizio, trovano la maggior parte del valore non tanto nel prodotto, quanto nel significato che l’utilizzatore attribuisce all’esperienza che il prodotto rende possibile: conoscenza e relazioni).

Dunque, poiché ci piace continuare a guardare oltre la punta dei piedi, la domanda da porsi, adesso, è: cosa possono fare le costituende Reti per offrire un prodotto che non sia acquistabile altrove e a minor costo? E cioè: in cosa si possono differenziare rispetto alle altre, come possono mettere sul mercato un prodotto non copiabile perché privo di un codice di riproducibilità? In sintesi, dobbiamo capire come rendere il sistema economico innovativo e intraprendente, originale ed esso stesso non riproducibile per imitazione. E soprattutto, dobbiamo chiederci se le Reti di cui abbiamo esperienza, e che stiamo per creare in Abruzzo, siano quelle che servono oggi nel confronto competitivo globale oppure se, ancora in fieri, siano già rimaste indietro, cioè adatte alla realtà che le ha generate ma non a quella che le deve ospitare. Il rischio sarebbe creare Reti che, invece di essere una risorsa, siano già un peso nella competizione con altre Reti più recenti, che incrociano le leve più avanzate dello sviluppo con i paesi emergenti.

Per capire quale è la specificità delle nostre Reti, quali sono i fattori specifici, in che consiste la loro unicità – tenuto conto che è il territorio ad essere unico ed è proprio l’economia globale che dà valore o disvalore alle differenze tra un luogo e un altro – basta guardare alle modalità attraverso le quali si sono costituite.

 

Il capitalismo di piccola impresa è nato dalla cosiddetta “economia del sottocala” (sommerso, evasione fiscale e contributiva, tutela del lavoro non valida sotto in una piccola dimensione, lavoro familiare non retribuito, mancanza di sicurezza…) per poi passare dal “nero” al pre-moderno e quindi al made in Italy senza perdere competitività. I fatto è significativo perché sta ad indicare che si può strutturarsi pur senza perdere competitività, e che si può fare innovazione e competere pur essendo piccoli.

Nonostante siamo negli ultimi posti delle classifiche internazionali della competitività,  la prassi ci dice che le nostre specificità sono quelle risorse distintive che storicamente hanno consentito alle piccole imprese di conquistarsi un mercato, anche erodendo le grandi, sia in casa propria che all’estero:

–          inventiva nell’uso delle tecnologie disponibili (Michelangelo nasce come scultore ma trova lavoro solo come pittore e come tale crea)

–          alta qualità: stile, moda e lusso sono sempre state prerogative italiane

–          adattamento e flessibilità: creare servizi/prodotti su misura per l’utente, rapporti poco formali, rapidità nella risposta

–          centralità del cliente: molta capacità d’ascolto derivante da maturato livello di rapporto umano e assenza di potere

–          personalizzazione dell’impresa: vita personale e vita d’azienda indistinte, capitale personale, passione per il prodotto e per il mestiere,

–          trasformazione dei bisogni in desideri attraverso l’estetica: welness, stile di vita, arte, cultura, turismo

–          grande capacità di problem solving, self-employment, tendenza a mettersi in proprio

–          capacità di condividere la conoscenza tra una moltitudine di operatori indistinti fino a creare filiere trasversali che vanno dal brevetto all’imitazione

 

Accertato che le specificità esistono, seppur organizzate in maniera originale, che appartengono al nostro territorio e che, per loro natura, non sono riproducibili, resta da indagare come e se sono rigenerabili, cioè se man mano che invecchiano o e si logorano vengono rimandate, da una rete più estesa, alla filiera e al territorio, cioè ad un ambiente che le ricostituisce e che sa anche trovare spazi potenziali per innovarle e moltiplicarle. Insomma, se sappiamo sviluppare la nostra vera specificità – cioè l’attitudine alla flessibilità e alla personalizzazione – con una direttrice globale e immateriale.

La questione non è di poco conto perché specificità di questo genere appartengono alle categorie del capitale intellettuale (le conoscenze), e a quello relazionale (le reti di rapporto), fattori per riprodurre i quali è richiesto un alto investimento, che ha un riscontro nel lungo termine e non nell’immediato. Investimento rischioso e difficile da valutare, da distribuire tra i molti operatori della filiera che, per loro caratteristica, hanno una capacità finanziaria limitata all’apporto personale e familiare e ai profitti reinvestibili anno per anno. La scarsa capacità di rischio e di disponibilità finanziaria, infatti, sono proprio il punto debole delle specificità delle nostre Reti che, storicamente, non sono dotate per generare nuovo capitale intellettuale e relazionale (ricerca di nuovi usi e soluzioni, nuovi processi  e prodotti, marchi commerciali, istruzione e formazione del personale, comunicazioni con i clienti, sistemi di approvvigionamento e logistica, reti di vendita). Infatti, fino ad ora ciascuno ha potuto utilizzare gratis il capitale sociale (conoscenze e relazioni) che era accessibile sul territorio, anche acquistando i servizi e i processi/prodotti degli altri specialisti della filiera, e non c’è stato bisogno di investimenti per la capitalizzazione delle imprese né per lo sviluppo di istituzioni finanziarie in grado di fornire capitale di rischio addizionale. Pertanto, la realtà di fronte alla quale siamo oggi ci chiede di affrontare i rischi di investimento a lungo termine, aumentare l’ordine di grandezza del capitale, trovare chi finanzia la trasformazione.

Dunque, la nostra economia a “capitalismo senza capitali” potrebbe subire un arresto anziché l’attesa ripresa: e questo è il vero punto di riflessione e intervento di una sana politica industriale.

Lasciando da parte la possibilità di avvalersi del denaro pubblico, perché in un sistema che si è sviluppato attraverso altre logiche si creerebbero corpi estranei al suo interno, bisogna percorrere altre strade, sconosciute, ed è con ritardo  che attuiamo l’economia della conoscenza – attraverso la creazione dei Poli di Innovazione e delle Reti di Impresa – perché siamo già in una nuova economia della conoscenza, nella quale l’imperativo è rigenerare la rete cognitiva di cui dispone il nostro sistema di imprese.

La via è tortuosa, almeno per chi è poco innovatore, ma va percorsa propagando la conoscenza anziché decidere di allocarla sul mercato, giacché si tratta di una risorsa illimitata e non scarsa (sul mercato si immette un bene poco reperibile perché venga acquistato dal miglior offerente che, in genere, è chi ha maggiore disponibilità economica): la logica della meritocrazia mercantile (il prezzo decide quale è l’allocazione migliore di una risorsa), infatti, non è un criterio valido sempre perché, per esempio, non è in grado di indicare come generare valore economico utilizzando le risorse e le idee disponibili. Conviene invece avvalerci dei principi della condivisione di linguaggi e regole affidabili, nei quali i vincoli di appartenenza alle reti e di identità collettive sono la base attraverso la quale vengono messe in rete e riusate le conoscenze disponibili: in questo modo dobbiamo e possiamo compiere la transizione verso l’economia globale immateriale.

Un esempio di scuola per intendere: il software di Micrtosoft non sarebbe ancora sul mercato se i programmatori dei software applicativi non si adoperassero insieme al produttore per mantenere in vita i linguaggi condivisi attraverso i quali aggiornare il software in uso, se i fruitori non investissero tempo, denaro ed energie per avere hardware e software aggiornati e non si tenessero al passo nell’apprendimento del linguaggio condiviso che rende utilizzabile lo standard Microsoft: in questa rete chi ha investito per accedere si sente legato ad essa e non cerca di uscirne considerando altre offerte del mercato, anzi, cerca di rafforzare i legami identitari della rete. La dinamica non muta se qualcuno decidesse di uscire dalla rete: entrerebbe in un’altra. 

Si può tentare una sintesi delle modalità attraverso le quali compiere la condivisione degli investimenti in capitale intellettuale, tracciando tre direttici che insistono sulle competenze e sul welfare delle persone:

1)       investimento da parte delle imprese in formazione continua, nell’assunzione di personale più istruito, nel learning by doing (imparere facendo) per ogni unità produttiva, nella creazione di servizi innovativi che soddisfino le esigenze nuove degli individui e della comunità; investimento da parte delle famiglie aumentando il livello di preparazione dei figli in età scolare, cercando forme di organizzazione sociale più aperte ed intelligenti, creando spazi di apprendimento nella vita professionale

2)       joint venture  nelle forme del diritto societario ai fini della condivisione dell’assunzione del rischio: l’imprenditore deve essere affiancato da soci di diverso tipo, dai dipendenti da coinvolgere nella scelta di fornitori, distributori e committenti, in modo che l’impresa diventi pluri-personale con l’assunzione del rischio aziendale, divisione del comando e dell’investimento intellettuale-relazionale, partecipazione a progetti di innovazione condivisa

3)       terziarizzazione perché le buone idee prodotte artigianalmente si trasformino facilmente in business, cioè prodotte e vendute come servizi, consulenze, conoscenze ad una vasta platea. Lo scopo si raggiunge attraverso l’esternalizzazione dei servizi terziari, cioè mettendo sul mercato servizi terziari interni all’impresa, facendo crescere nuove imprese terziarie, curando la proprietà intellettuale delle buone idee attraverso la protezione su licenza, uso a contratto, franchising in modo che il produttore conservi  il controllo del circuito di uso delle conoscenze.

Tutto questo per smettere di chiederci, ancora e ancora, se il Pil o la crescita sono in linea con gli altri Paesi, ma per verificare, invece, se abbiamo imprese sufficientemente innovative per soppiantare alla lunga e meglio quelle che la crisi sta spazzando via. Per smettere di pensare che ci sia una crisi che deve finire e concentrarci finalmente sulla progettazione dello sviluppo.

 

Fabio Spinosa Pingue

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