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Quanto investe l’Italia in ricerca e sulla Scuola

di NICOLA TRANFAGLIA*

 

La crisi delle istituzioni che attengono alla formazione,all’istruzione e alla ricerca,in altri termini la scuola,l’università e gli istituti di ricerca sono state viste dalla classe politica del paese come aziende in tutto e per tutto simili

a quelle che producono beni di consumo o di macchinari.

Naturalmente nessuno può negare  la necessità della produzione per un  paese moderno e civile né può ignorare l’importanza delle imprese per il progresso dell’Italia e tanto meno può farlo chi scrive

da sempre interessato allo sviluppo della societé.

Ma equiparare in tutto e per tutto le imprese produttrici o commerciali alle istituzioni cui ho accennato conduce a risultati che si rivelano negative per le une come per le altre.

Ed é quello che sta purtroppo avvenendo in Italia da almeno tre anni. Dopo che già il centro-sinistra aveva incominciato a idealizzare le equiparazioni possibili tra scuola e azienda,il secondo governo Berlusconi é andato con grande decisione su questa strada.

I risultati sono ormai sotto gli occhi di tutti e altri si verificheranno a mano a mano che,soprattutto per quanto riguarda la scuola i provvedimenti attuativi della riforma del ministro Moratti completeranno il disegno complessivo dell’attuale maggioranza.

V ale la pena partire anzittutto dalla scuola dove il progetto si é esplicitato in maniera più chiaro attraverso la discussione parlamentare nel 2002.

Il governo Berlusconi,appena insediato,ha bloccato la legge 30 approvata dal centro-sinistra che riformava i cicli di studio

dopo un lungo dibattito a cui avevano partecipato commissioni ministeriali formate da centinaia di esperti e di operatori della scuola.

Subito dopo il ministro ha insediato una commissione formata soltanto di esperti vicini al centro destra(abolendo,senza neppure avvertire gli interessati la commissione per i rapporti tra la scuola e l’università che in quel momento presiedevo)per l’elaborazione dei principi che avrebbero informato la delega legislativa di riforma.

L’accesa discussione che si é svolta di fronte alla delega é stata in gran parte nascosta alla pubblica opinione perché nel frattempo il controllo da parte del presidente del Consiglio dei sette canali televisivi e della maggioranza dei quotidiani non ne ha affatto parlato.

Le obiezioni alla legge delega e quindi alla successiva riforma che si attuando  si concentrano su pochi punti essenziali che qui mi limito ad elencare.

La prima riguarda la precocità della scelta imposta agli allievi tra la formazione professionale e il proseguimento degli studi secondari posta tra i dodici e i tredici anni. Si teme che una simile scelta sia difficile a quell’età e finisca per favorire non i più capaci(secondo la logica prevista dalla costituzione) ma i ragazzi che vengono da famiglie agiate e culturalizzate. Con l’effetto di uno spreco e di una selezione sociale piuttosto che meritocratica.

La seconda riguarda la possibilità di periodi di lavoro tra i quindici e i diciotto anni per studenti impegnati nella secondaria. Non sono chiari i criteri di chiamata al lavoro e si teme che anche in questo caso si vada a una selezione sociale.

La terza e maggiore obiezione riguarda la diminuzione assai forte prevista nel monte-ore della scuola,nel taglio fortissimo degli organici degli insegnanti(33.847 posti in tre anni) che portano all’abolizione degli insegnanti di sostegno dell’handicap e nell’abolizione generalizzata del tempo pieno nella scuola.

Quest’ultimo aspetto ha una ricaduta assai grave a livello delle famiglie in cui le donne lavorano all’esterno e più in generale dell’organizzazione sociale e ancora di una difficoltà di favorire la socializzazione dei ragazzi e degli adolescenti attraverso il tempo pieno della scuola.

Naturalmente il complesso dei provvedimenti ha già portato a una forte diminuzione della spesa per l’istruzione:123 miliardi per il2001 e 324 miliardi per il 2002. Una sottrazione di risorse che pone l’Italia agli ultimi posti in Europa e che contrasta apertamente con i discorsi di Luisa Moratti sulla centralità dell’istruzione nella società della conoscenza.

Per quanto riguarda l’università, dove si sta realizzando tra mille difficoltà la riforma del 3+2,il mancato adeguamento del Fondo di finanziamento ordinario negli ultimi due anni all’aumento delle spese e il blocco degli idonei nei concorsi universitari(sono ormai 3756),il tentativo di accollare agli atenei gli aumenti di legge degli stipendi dei professori con il risultato che nella più gran parte delle università gli aumenti non sono stati ancora pagati da due anni a questa parte,la scarsità delle risorse per la ricerca universitaria hanno determinato una situazione di enorme difficoltà.

Scelgo due università antiche e ricche di studiosi di primo livello per mostrare a che punto siamo ridotti:a Roma La Sapienza e a Torino quest’anno che le dotazioni di ricerca attribuite ai professori

sono rispettivamente di 400 e di 500 euro per un anno. In altri termini l’impossibilità di condurre qualsiasi ricerca di qualche rilievo da parte di studiosi che da molti anni insegnano in quelle università. C’é da stupirsi che si verifichi di nuovo-sotterranea e non annunciata dai media- una costante fuga dei cervelli nelle università italiane verso l’Europa e gli Stati Uniti.

Infine la ricerca pubblica e privata. La politica generale del governo é in questo campo coerente con gli altri campi già indicati.

Siamo al di sotto dell’uno per cento e ci distanziamo sempre più dai paesi del Nord Europa,dell’Asia come il Giappone,degli Stati Uniti dove le percentuali toccano e superano il 3 per cento.

Cito soltanto un caso significativo. Negli ultimi tre anni le ricerche di storia contemporanea che riguardano un settore nel quale siamo tra i paesi meglio attrezzati il Ministero ha finanziato un numero di progetti nazionali sempre minore.

Sarebbe interessante sapere perché.

 

  • Vicerettore con delega all’attuazione dei nuovi ordinamenti didattici dell’Università di Torino
  • E past president della Crui
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