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Pmi: parola d’ordine “cambiamento”

Ci vuole un deciso cambio di passo, una nuova politica industriale per le Pmi. E’ l’appello, l’ennesimo, che la Cna rivolge al governo in difesa delle oltre 670 mila aziende artigiane associate, la maggior parte delle quali sono in mezzo al guado a causa delle crisi economica.


L’accusa è che, fino ad oggi, «il governo ha giocato in difesa concendendo la cassa integrazione in deroga, la moratoria sui debiti delle imprese e cercando di agevolare l’accesso al credito, ma molte promesse e i buoni propositi annunciati più volte sono rimasti lettera morta».

Di fronte a questa realtà, la Cna avverte: «In mancanza di scelte che tengano conto del tessuto industriale del Paese, che è fatto soprattutto di piccoli e piccolissime imprese, sarà impossibile tornare ai livelli di sviluppo pre-crisi». Secondo la Confederazione, le politiche industriali attuate fino ad oggi, infatti, sono state indirizzate quasi sempre verso la grande industria, lasciando le Pmi al loro destino. Un destino infausto considerato che queste si confrontano con un fisco spesso ingiusto e vessatorio e con la perenne difficoltà di accesso al credito.

Non solo: «E’ sufficiente pensare con quali difficoltà le Pmi riescono (se ci riescono) ad ottenere i pagamenti dai privati e, soprattutto, dalla Pa», osserva la Cna. La cronoca quotidiana riporta che lo Stato paga in ritardo, Sanità in testa, ma anche gli enti locali e i piccoli comuni, per un ammontare complessivo di debiti verso i fornitori di circa 60 miliardi di euro, secondo le stime della Ue e di circa 30 miliardi di euro, secondo il ministero dell’Economia. Un’indagine della Das Italia, compagnia specializzata nella tutela legale di Alleanza Toro, che ha analizzato le pratiche di recupero crediti avviate dai clienti titolari di una polizza specializzata, evidenzia che il Trentino Alto Adige è la regione italiana più affidabile e puntuale per i pagamenti alle imprese con una media comunque di circa 80 giorni, che resta molto alta se paragonata ai 30 giorni circa dei Paesi scandinavi, della Germania e anche di nazioni dell’Est europeo come Polonia ed Estonia. L’Abruzzo, anche per ragioni legate al terremoto, la Basilicata e la Calabria sono le regioni peggiori per i tempi di pagamento alle imprese, con un ritardo che sarebbe però di “solo” un mese in più rispetto al Trentino Alto Adige.

La situazione è ancora peggiore per quanto riguarda i privati. Gli ultimi dati resi noti dal Cribis D&B, società leader nella business information, riguardanti il terzo trimestre 2010 evidenziano che, tra i privati, sono proprio le micro e piccole realtà a distinguersi per la puntualità, mentre solo l’11,10% delle grandi aziende paga alla scadenza. Grande il divario tra le piccole e le realtà di maggiore dimensione: più sono grandi, peggio pagano. Le micro aziende, infatti, hanno rispettato i termini contrattuali nel 43,87% dei casi; mentre le piccole nel 32,76%. Da qui la necessità di recepire al più presto, senza attendere il termine ultimo del 2013, la direttiva europea che fissa a 30 giorni i termini di pagamento per la pubblica amministrazione, che potranno salire a 60 solo in casi eccezionali, e a 60 quelli tra privati. Qualche segnale positivo arriva, invece, dall’adempimento delle pratiche amministrative: un campo dove, a differenza degli altri settori, sono stati fatti passi in avanti. L’istituzione dello Sportello unico e quello dell’Agenzia per le imprese, che diventerà operativa nel prossimo marzo, hanno ridotto all’osso i tempi per l’avvio di una nuova attività.

Dal 1° aprile del 2010, su proposta della Cna, è entrata in vigore “ComUnica” che raccoglie in un unico modulo tutte le documentazioni necessarie per l’attivazione di un’impresa e che al 30 settembre aveva ricevuto circa 1.280.000 comunicazioni. L’istituzione della Scia (Segnalazione certificata di inizio attività), inoltre, prevede l’operatività immediata eliminando le attese per collaudi o permessi. Passi in avanti sono stati fatti anche sul fronte delle procedure con l’istituzione del Moa (Misurazione degli oneri amministrativi) presso il ministero della Funzione Pubblica che, con la collaborazione delle associazioni di categoria, ha stabilito che il costo degli oneri amministrativi, per le Pmi fino a 249 addetti, ammonta a 21.541.792 miliardi di euro annui.

Altri due settori, infine, evidenziano non poche criticità: concorrenza e incentivi. Nel primo caso, le imprese italiane spesso sono costrette a operare in un mercato interno protetto e questo le mette in condizioni di netta inferiorità rispetto a quelle europee: «Basti pensare al mondo degli appalti dove le grandi imprese, di fatto, sono le uniche a potervi accedere a causa della complessità delle procedure, dell’eccessiva dimensione dei lotti e della possibilità di far fronte a eventuali ricorsi», sottolinea la Cna. Nel secondo caso, le Pmi hanno bisogno di incentivi per la ricerca, l’innovazione e l’internazionalizzazione. «Ancora una volta però, anche in questo campo, la grande impresa è stata nettamente privilegiata rispetto alle piccole», attacca la Cna. Una critica, questa, legittimata dai dati pubblicati nella “Relazione sugli interventi di sostegno alle attività economiche e produttive” del ministero dello Sviluppo Economico, da cui emerge che negli ultimi anni le agevolazioni sono in costante diminuzione e che riguardano soprattutto il Mezzogiorno. Le ultime cifre a disposizione, quelle relative al 2008, evidenziano che l’85% delle agevolazioni concesse si concentra sul credito d’imposta per le aree svantaggiate e su alcuni interventi a sostegno dell’innovazione. Il confronto con il resto dell’Europa è nettamente perdente: nel 2007 lo Stato ha concesso aiuti per 5,10 miliardi di euro i cui 3,86 per industria e servizi, contro i 16,23 e i 14,5 della Germania, o i 9,80 e 6,89 della Francia, collocandosi ben al di sotto della media europea nella percentuale sul Pil (0,25 a fronte dello 0,40 Ue).

di Vito De Ceglia (Affari e Finanza)

 

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