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Piani di studi, corsi e crediti per formare una nuova classe manageriale: il sapere va adeguato alle esigenze del mercato La Convenzione tra Confindustria e Università

Pochi laureati e scarsa domanda di capitale umano da parte del mondo del lavoro contraddistinguo il nostro Paese: su 100 assunzioni solo 9 sono destinate a soggetti in possesso di titolo di studio universitario. Una situazione che trova la sua origine sia nella struttura produttiva, ancora legata, in larga parte, a schemi vetusti, sia alla difficolta’ delle universita’ a leggere i bisogni del mondo dell’impresa.

Le Università sono a volte vittime di una logica accademica, in base alla quale le nuove cattedre messe a concorso e la costruzione dei curricula dei corsi di studio non sono elaborati secondo le richieste del mercato, ma più spesso in relazione alle esigenze dei docenti: questo fatto frena le necessarie riflessione sulla didattica e sugli sbocchi occupazionali degli studenti. Sono evidenti alcuni casi clamorosi di discipline universitarie che hanno creato schiere di disoccupati negli anni recenti.

Il settore produttivo e quello pubblico, a loro volta, mostrano scarsa capacità di assorbire le risorse umane più qualificate. Le cause principali sono la staticita’ nei settori tradizionali,  la scarsa innovazione, i pochi investimenti in ricerca, la presenza esigua di realtà medio grandi e diversificate e, non ultima, la caratteristica di azienda a gestione familiare di molte imprese, che comporta una naturale diffidenza, da parte dell’imprenditore, anche al di la’ di considerazioni di “costo del laureato”, a delegare a qualcun altro la dignita’ di mettere intelligenza non “familiare” nel business dell’azienda.

Eppure, ormai da tempo le modalità del “vivere il lavoro” si sono evolute, ed oggi si riconosce che il futuro dell’economia europea, nei mercati internazionali, si gioca sulla valorizzazione del capitale umano. Non è un caso, infatti, che le attuali politiche mirino al riposizionamento delle imprese italiane nei settori innovativi,  tecnologicamente evoluti o ricchi di elementi immateriali, quali qualità, design, brand, marketing etc., e si sta prendendo atto che solo le risorse umane qualificate, il potenziamento della ricerca e la collaborazione tra i mondi dell’innovazione potranno generare la capacita’ di competere.

Il Paese ha bisogno di una managerialità cognitiva, categoria che fino al secolo scorso era solo nella mente degli addetti ai lavori, ma che attualmente deve declinare il quotidiano, organizzando un apprendimento adeguato alle nuove esigenze dell’economia. Dunque, professionalita’ di base ed apprendimento continuo, determinano la impellente richiesta di collaborazione tra imprese e università.

Questa necessita’, ribadita dal decreto 509 della Ue, determina lo sforzo congiunto che viene formalizzato nella Convenzione firmata a metà ottobre da Confindustria L’Aquila e la locale Università. Per addivenire al protocollo di intesa, all’indomani di tanti confronti anche a tinte forti tra l’attuale Presidente di Confindustria L’Aquila SERGIO GALBIATI e il Magnifico Rettore FERDINANDO DI ORIO, si è lavorato per quasi due anni, troppo tempo certamente.

 

Presidente, perché tanto tempo per addivenire alla stesura di un Protocollo e, in sintesi, quali sono gli obiettivi prefissati e gli strumenti per raggiungerli?

Il tempo era forse fisiologico, visto che le due realtà, accademica e industriale, storicamente sono poco avvezze alla comunicazione e all’interscambio: leggiamo da qualche anno su tutti i giornali quale sia la polemica in atto: adesso siamo convinti che, per avere un capitale umano adeguato ad affrontare il libero mercato internazionale, c’è bisogno di un anello di congiungimento tra la scuola e l’impresa e la Convenzione e’ un impegno per provare a costruirlo.

Quanto ai contenuti, siamo addivenuti ad un’intesa per la quale ci sara’ concertazione preliminare nella definizione dei piani di studi rilevanti, in modo da aumentare la probabilita’ di formare figure in grado di essere produttive sulla realtà del domani: è evidente che per fare questo dobbiamo operare anche scelte di campo, onde individuare quale sarà la realtà del domani, cioè quali i settori in grado di sostenere il mercato nel futuro e in che modo. Deve, a questo proposito, migliorare la capacita’ di previsione dei trend futuri da parte soprattutto delle imprese, e questo spiega la valenza strategica che hanno coloro che si confrontano realmente con il mondo nei settori piu’ innovativi e soggetti al cambiamento: queste realta’ rappresentano infatti delle “avanguardie” di conoscenza di tali trends.

I curricula dovranno prevedere attività altamente formative, capaci di sviluppare la conoscenza dei contesti lavorativi e l’inserimento negli stessi. Insomma, gli indirizzi di studio e di ricerca, compresi i dottorati che, mi auguro, le imprese potrenno contribuire ad attivare, saranno elaborati insieme: avremo forme di didattica interattiva, incentiveremo le esperienze di studio all’estero quando possibile e quando ha senso, utilizzeremo i crediti formativi in modo da renderli utili all’inserimento nel mondo del lavoro, creeremo corsi di studio professionalizzanti, estenderemo l’uso di stages e tirocini formativi.

Il tessuto industriale, in alcuni casi ancora di stampo fordista, è in grado di acquisire la logica dell’investimento sul capitale umano a scapito dell’abbassamento del costo del lavoro?

Deve farlo per forza: se un’azienda pensa di non aver bisogno di gente qualificata è destinata a fallire. Cercheremo di far crescere questa consapevolezza tra gli imprenditori e di aiutarli affinché siano essi stessi l’habitat nel quale i giovani possano proporre e sviluppare nuove idee. Questo significa costruire un contesto che aiuti a creare nuove imprese: gli spin off possono essere pensati in questa direzione, che ha come motivo conduttore la creazione di imprenditorialita’ giovanile innestata su talenti veri e ben preparati.

E se aumentare la domanda di lavoro è un obiettivo, prima ancora gli imprenditori devono acquisire la capacità di gestire laureati.

 

Gli asset aziendali determinanti per accrescere produttività e competitività sono cambiati, e la valorizzazione delle competenze trasversali nei contesti organizzativi rimane ancora oggi un terreno in buona parte sconosciuto e poco sfruttato.
Il motivo sta nel fatto che si punta ancora sulla formazione di Hard skills, cioè sull’aumento di efficacia nell’esecuzione dei compiti disclinari, in cui la misurazione dei risultati e’ diretta.
L’esperienza delle organizzazioni complesse che operano in contesti altamente competitivi, invece, fa vedere l’importanza dei cosiddetti Soft skills, cioè le competenze relazionali, motivazionali, di leadership, attitudinali in genere: qui l’approccio tende ad essere di tipo ricorsivo e basato sul senso di gratificazione personale, per cui le motivazioni all’apprendimento sono esclusivamente di tipo profondo.

Essere formato e saper praticare in maniera naturale il lavoro di gruppo e la gestione delle “aree grige” è cosa ben diversa dall’apprendere e saper usare il sistema Dos, o conoscere bene la Matematica o la Fisica.

Del resto e’ sempre piu’ evidente quante risorse economiche vengono annualmente profuse per fare fronte a conflitti personali, inefficienze, ritardi, assenteismo, tournover, dovuti a carenza di Soft skills.

Cosi’ come e’ sempre piu’ evidente che, in un mercato orientato al cliente, le aziende più avvantaggiate sono quelle che si avvalgono di modelli organizzativi fondati sulla cooperazione, proattività, senso di appartenenza, flessibilità, creatività, insomma, sulla componente “emozionale” del lavoro, cioè sui Soft skills

Non sarà una goccia nel mare l’intesa su base provinciale?

L’intenzione e’ di proporre l’allargamento di questo patto di collaborazione a Confindustria Abruzzo e all’intero sistema delle università regionali, tenendo presente che anche questo orizzonte va in futuro allargato, visto che la dimensione del problema va ben al di la’ del confine regionale. Bisogna comunque partire da cio’ che si puo’ e si deve meglio controllare. (mpi)

 

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