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Pescara, dragaggio: la storia simbolo di un imprenditore disperato

L’investimento da 50 mila euro per comprare le reti e l’attrezzatura necessaria per la pesca del tonno è andato in fumo alla fine della stagione estiva, quando Rocco D’Incecco, 53 anni, capitano dell’Aldebaran, ha iniziato a scorrere la lista delle entrate e delle uscite e si è messo le mani nei capelli per la disperazione. Lo stipendio ai suoi sette dipendenti che, con lui, hanno lavorato sulla barca da luglio a settembre lo ha sempre pagato con puntualità, ma alla fine della stagione della circuizione, l’unico giorno di pesca redditizio è stato ad agosto quando, in meno di 24 ore di attività, ha portato a casa trecento pesci. «È stata l’unica volta», scandisce il marinaio con la voce strozzata, «poi più niente. Solo spese. È stato un disastro totale. E chi se lo aspettava». Dopo un mese di fermo, con il peschereccio di 21 metri rimasto ormeggiato alla banchina del porto canale e le nuove reti costate migliaia di euro arrotolate nella stiva, l’armatore prende la sofferta decisione di lasciare lo scalo della città in cui è nato e vissuto per tentare una nuova avventura alla volta di Ortona.

Il destino incerto del porto di Pescara, legato a doppio filo a un dragaggio promesso da anni ma diventato l’eterna promessa degli amministratori locali, convince il pescatore a bussare alla porta della Direzione marittima e chiedere al comandante Luciano Pozzolano di consegnargli i documenti dell’Aldebaran. «Il mese di novembre è stato il periodo peggiore della mia vita», racconta D’Incecco, «dopo un mese a terra senza prendere un soldo sono arrivato a Ortona con la speranza di riuscire in qualche modo a ripartire. Ho ripreso le reti per lo strascico e ho portato con me tre persone perché sette dipendenti non potevo più permettermeli. Mi hanno assegnato la banchina peggiore. Dovevo contendermi il posto barca con i pugliesi. E una volta ho rischiato pure di andare in galera perché avevo reagito ai continui soprusi».

Il capitano dell’Aldebaran descrive la permanenza a Ortona come «un inferno» da cui è fuggito a gambe levate nel mese di dicembre, decidendo di tornare a Pescara con la coda tra le gambe. Una volta a casa, il figliol prodigo viene sommerso dall’affetto e dalla solidarietà di tutta la marineria, bloccata ormai da mesi nel canale, ma adesso con la speranza di un appalto per dragare il porto che sembrerebbe partire a breve. A risollevare il morale di D’Incecco, c’è la speranza di recuperare qualcosa dagli aiuti per il fermo pesca concessi dalla Regione. Ma di lì a poco per il 53enne arriva un’altra doccia gelata: non solo i lavori di scavo ritardano, ma la sua barca non rientra nemmeno nella prima tranche del fermo pesca. «Ho aspettato risposte per mesi, ma niente», scrolla la testa amareggiato, «allora l’altro giorno mi sono fatto forza e coraggio e ho mollato le cime dalla banchina del porto canale perché volevo tornare in mare. Mi sono detto: se a Pescara non si può lavorare e i politici non mi aiutano, allora l’unica cosa da fare per dare da mangiare ai miei figli è tornare a subire le prepotenze di Ortona. Abbozzare, incassare i colpi, ma almeno tornare a lavorare». La beffa più grossa però non l’aveva prevista: con i motori al massimo, a 1.800 giri di velocità, l’Aldebaran non si muove di un centimetro e resta fermo nel canale, incagliato nella secca. «Non so come fare a portarlo fuori», si lascia andare, «è un anno, da marzo scorso che non guadagno, da quando ho comprato l’attrezzatura nuova da 50mila euro. Adesso, con i fondali ridotti a una poltiglia di fango, non posso spostarmi e andare via. E non mi fanno rientrare tra gli armatori che hanno ricevuto gli indennizzi. È un disastro, un disastro totale», ripete per l’ultima volta il capitano prima di chiudersi in silenzio.

Ylenia gifuni, per Il centro

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