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Per fare i soldi ci vogliono i soldi.

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Per milioni di persone in tutto il mondo la mancanza di risorse per finanziare le proprie idee è l’ostacolo principale alla ricchezza. E buona parte della storia sta lì a ricordare quanto fossero separate le due categorie di chi aveva accesso al capitale – con conseguente posizione di privilegio – e di chi disponeva della sola forza lavoro – con conseguente posizione di debolezza.

Lo sviluppo dei mercati finanziari ha dato una prima scossa al vecchio equilibrio, ma manca ancora molto per un vero progresso rivoluzionario che riguardi la capacità di accesso al credito e, quindi, la nascita di un mercato veramente libero, nel quale è la concorrenza ad operare una distinzione tra competenti ed incompetenti, zelanti ed oziosi, fortunati e sfortunati.

Al miglior giovane economista europeo 2003 abbiamo voluto fare qualche domanda – dopo aver letto uno dei suoi ultimi lavori – e al nostro Direttore Generale della Carispaq dell’Aquila abbiamo “girato” alcune delle considerazioni lette nel libro del giovane talento. Loro hanno risposto così.

 

SERVIZIO di Maria Paola Iannella.

 

“Le nostre banche sono troppo protette dalla competizione e riescono a guadagnare senza fare scelte rischiose come prestare agli imprenditori” 

 

 

Usura. A parlare con qualche imprenditore (a parte le fonti ufficiali che, mi pare, dicano poco del vero), pare che l’usura sia una delle attività principali come giro d’affari anche in città come L’Aquila. In generale, cosa le risulta?

Non conosco la situazione specifica di L’Aquila, ma il problema dell’usura è un problema generalizzato in Italia. E’ una delle molte conseguenze dell’inefficienza del nostro sistema bancario. In uno studio recente con due colleghi italiani troviamo che proprio in quelle regioni dove l’accesso al credito è stato più ristretto, l’usura è più diffusa. Laddove gli imprenditori non trovano accesso al credito nelle forme ordinarie si vedono costrette a cercarlo in forme estreme, con tutti le conseguenze malavitose del problema.

Cosa ne pensa di Basilea 2? Peggiorerà la situazione nelle aree dove l’accesso al credito è già difficile e viceversa le migliorerà dove il sistema finanziario è più  sviluppato?

Di fatto Basilea 2 riduce il capitale di rischio che le banche devono detenere a fronte di prestiti fatte ad imprese con bilanci trasparenti.  Questo favorisce le imprese e le banche in paesi ad elevata trasparenza finanziaria, come gli Stati Uniti. Non a caso è stato fortemente sponsorizzato dalle banche americane. Ma penalizza (almeno in termini relativi) le imprese non trasparenti, come quelle italiane. In particolar modo,  molte imprese italiane hanno bilanci ufficiali poco rappresentativi della realtà aziendale per eludere il fisco. Queste imprese si troveranno ad operare con un costo del credito più elevato. Da un lato questo è un fatto positivo, perché forzerà queste imprese ad un a maggiore trasparenza. Dall’altro può essere in ampia misura un ulteriore onere che va a pesare sulle imprese italiane in una congiuntura molto difficile.

In una scala da 1 a 10 come valuta le condizioni di accesso al credito in Italia, fatte le debite differenze tra le diverse Regioni d’Italia?

Distinguerei tra l’esperienza storica e il trend attuale. Storicamente l’accesso al credito in Italia era molto limitato (gli asseg  nerei un 4). Negli ultimi anni la privatizzazione di molte banche e l’aumento della competizione hanno migliorato la situazione. Ma siamo ancora al di sotto della sufficienza. Il fatto che Alessandro Profumo, amministratore delegato di una delle più grosse banche italiane, esorti le banche a fare i prestiti sulle condizioni di redditualità delle imprese e non sul patrimonio, da un lato è un esempio dell’arretratezza del nostro sistema, dall’altro un segno del desiderio di muoversi nella direzione giusta. 

Domanda da un milione di dollari: cosa si può fare in un contesto nel quale le banche fanno solo raccolta e non investono?

John Hicks, premio Nobel in economia, diceva che il più grosso vantaggio di cui gode un monopolista è una vita tranquilla. Le nostre banche sono sempre state troppo protette dalla competizione. E come risultato si sono adeguate ad una vita tranquilla, dove riescono a guadagnare senza fare scelte rischiose (come prestare agli imprenditori). Se introducessimo un po’ più di competizione nel sistema, allora vedremmo le banche più attive anche sul mercato dei prestiti. 

Il male dell’impresa italiana non sarà mica il fatto che i grandi imprenditori di oggi sono tutti “eredi” – cioè discendenti dei fondatori – o uomini nominati alla dirigenza ma che l’impresa non l’hanno fatta mai?

Sicuramente la successione dinastica non è il modo migliore per selezionare le persone più capaci al governo di una nazione né al governo di un’impresa. Per questo nel nostro libro proponiamo una tassa di successione che penalizzi particolarmente la trasmissione ereditaria del controllo.

Cosa ne pensa della filosofia “piccolo è bello” a proposito dell’industria, cioè: secondo lei è indispensabile la grande industria – e se si come si può rimetterla in moto? Oppure si può fondare un’economia di sviluppo sulle PMI che, in più , in Italia sono non medie  e piccole ma piccolissime?

Ho troppo rispetto per il mercato per ritenere di sapere quale è la dimensione ottimale di tutte le imprese. In alcuni settori, come l’automobile, le economie di scala sono tali da rendere difficile la sopravvivenza di piccole imprese. In altri, come l’oreficeria, la flessibilità e la creatività consentita da una dimensione piccola sono più importanti. Se l’Italia si ritrovasse a specializzarsi in settori come l’oreficeria piuttosto che in quelli come l’automobile non mi sembrerebbe che dovremmo preoccuparci per la ridotta scala dimensionale. Almeno fintanto che questa specializzazione è il  risultato di un nostro vantaggio comparato nei settori dove piccolo è effettivamente bello,  e non la conseguenza di nodi strutturali che impediscono la crescita delle nostre imprese.  Penso che la verità stia nel mezzo. In particolare mi preoccupano gli effetti  negativi della combinazione tra eccesso di regolamentazione e scarso sforzo di far rispettare queste leggi e regolamenti. Queste combinazione perversa favorisce le imprese piccole e piccolissime, che riescono ad eludere sia tassazione che regolamentazione. Questo si traduce in una tassa per le imprese più grandi e visibili ed un sussidio per quelle piccole, che distorce il funzionamento del mercato e blocca la crescita delle imprese. Questo è un nodo che va risolto riducendo la regolamentazione ma applicando rigorosamente (e a tutti) quella che rimane.

Se lei avesse una banca in Italia, o ne fosse il responsabile, cosa farebbe?

Sarei molto selettivo sui clienti. Costringerei i miei clienti a fornirmi la situazione finanziaria completa a livello di gruppo. Se un cliente è trasparente, gli concederei il credito a condizioni molto competitive, altrimenti gli taglierei credito completamente, senza rispetto per nessuno.  Userei dati storici per cercare di capire quali debitori pagano e quali no. Cercherei di isolare la banca da ogni pressione politica. Insomma cercherei di guadagnarmi il pane facendo il banchiere e non staccando cedole. 

 

 

 

 

 

 

Luigi Zingales. Quarantunenne, Zingales insegna finanza alla Graduate school of business dell’Università di Chicago. È membro dello European corporate governance institute, del National bureau of economic research e del Center for economic policy research. Nel 2003 ha vinto il premio Bernacer per il miglior giovane economista europeo. Insieme a Raghuram G. Rajan ha scritto “Salvare il capitalismo dai capitalisti”, Einaudi Editore, 2004

 

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