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Paolo Esposito: quando un manager guarda il suo outlook

E’ mattina presto, in ufficio, sana abitudine più che manageriale piuttosto di antica e saggia derivazione contadina, come le foto dei miei avi che guardo spesso quando

 

ho bisogno di recuperare un po’ di buon senso, immagini dei loro antichi visi che ho messo accanto ai certificates e ai titoli post di qualche percorso di studio in giro per il paese, perché è solo con la certezza del “da dove” arrivi che hai la consapevolezza del “dove stai” andando.
Apro il mio outlook, che nella versione organizzativa moderna (parola già antica, al solo pronunciarla) ha con certa malcelata eleganza finito con il sostituire i sorrisi delle nostre impeccabili segretarie, peccato che queste ultime erano custodi delle nostre riservate abitudini nella quotidiana distribuzione del tempo, mentre le moderne agende in rete sono facile preda degli impegni altrui sui vuoti lasciati dalla nostra trasparente quotidiana distrazione.
E’ l’agenda di un HR manager, di un capo del personale, di un HR Business Partner, di un HR leader, insomma di uno (una) che di mestiere tratta l’asset a parole più delicato di ogni organizzazione aziendale,anche se a volte come asset non ha un posto nel dare/avere del Bilancio aziendale, se non nella colonna numero teste: l’asset Risorsa Umana. Un’agenda, la mia, simile a quella di molti tanti colleghi che sparsi nel nostro Bel Paese, trascorrono gli impegni quotidiani con l’umana risorsa, interna quanto spesso esterna.
Ci sentiamo molto tra noi, forse perché siamo un qualcosa a metà tra Lobby e Social Network, o forse più semplicemente ci sentiamo spesso perché viviamo tra di noi quella comunanza di interessi, visione delle organizzazioni, idee e opinioni anche su ciò che da fuori condiziona il dentro, insomma il nostro ruolo di “facilitatori” nell’organizzazione e tra l’organizzazione e il territorio, perché son cose che più che sui libri si imparano dal quotidiano confronto tra esperienze.
La mia agenda scandisce gli incontri, con le organizzazioni sindacali, con i capi e con i collaboratori, con le istituzioni e con gli enti esterni, con gli uffici che regolano l’intricato mondo della legislazione sociale e del lavoro, con chi ti cerca perché da te pensa di aver una risposta.
E le call conf (un mix di persone che parlano al telefono, ma call conf suona meglio) con i colleghi che da diverse latitudini scambiano le loro opinioni con te. Il tutto condito da intermittenti letture dei media, locali prima nazionali poi, sulla rete, sull’Ipad, sulla carta … insomma ogni info ha il suo canale, che ti tiene aggiornato su ciò che accade intorno. Dalla casa di fronte all’ufficio, all’ufficio vicino case lontane parecchio dal tuo luogo di lavoro.
E per un attimo mi fermo a pensare, a quanto un territorio, le organizzazioni esterne, i processi e le procedure di enti che lavorano quotidianamente con noi, le reti di viaggio e i sistemi di comunicazione, le informazioni, le istituzioni, lo sviluppo delle organizzazioni che vivono della nostra e con la nostra … insomma quanti fattori che viviamo ogni istante spesso da comuni cittadini possono influire sull’andamento della nostra come di altre organizzazioni.
Dal mio posto di lavoro, che considero un osservatorio privilegiato, mi sono sempre chiesto cosa rende vincente un’organizzazione, cosa fa nascere le basi per sviluppi duraturi, oltre che la nostra quotidiana attività di continuo miglioramento dei risultati del contesto che rappresentiamo, e mi sono spesso confrontato con colleghi che nel mio come in altri territori, si ponevano anche se sotto profili diversi la stessa domanda.
Forse perché indirizzati a questo pensiero da spinte concorrenziali sempre più globali e sempre maggiori, forse perché sempre più consapevoli che le migliori intenzioni poi debbono contare su un supporto costante, professionale, condiviso con tutta quella rete di fattori esterni, che possono a volte determinare l’accelerazione o il declino di un organizzazione aziendale.
Ho passato anni a girare le più diverse realtà, manifatturiere come di servizi, italiane quanto multinazionali, e la mia adorata Regione (mi piace chiamarla all’antica, gli Abruzzi, perché davvero la nostra è più regioni in una) in particolare me la sono un bel po’ attraversata in lungo e largo nelle differenti organizzazioni di lavoro, sempre avendo la netta sensazione che qui, a differenza di altri luoghi del territorio italiano in cui mi era capitato di operare o di conoscere attraverso la diretta esperienza di altri colleghi, vi sono potenzialità a 360° in termini di capacità di quel “volano” rappresentato dal territorio.
Insomma, un po’ come in quei giochi wi-fi che mia figlia adora in cui in una gara di macchine ad un certo punto solo spingendo un bottone, la macchina guadagna chilometri, in un sol colpo, ecco un po’ come li anche attorno a me ho spesso visto la possibilità di spingerlo quel bottone, per fare un salto avanti.
Se do uno sguardo dall’alto, vedo una logistica che se ben sfruttata e/o correttamente potenziata rende agevole il passaggio da ovest ad est, ed in entrambi i casi possibilità di seguire immediate direttrici nord sud. E lineari diramazioni all’interno, per un agevole collegamento a queste direttrici principali, ideali ponti di cablaggio di “reti” non troppo difficili da immaginare. Un sistema aeroportuale che pare finalmente decollare, dopo anni di stentati avvii, di fatto collegato a sistemi di interporti/stoccaggio merci che sembra aver guadagnato una certa dimensione.
Se do uno sguardo alla rappresentanza manifatturiera e del mondo dei servizi, vedo gli immancabili (da noi, come altrove) effetti di cicli congiunturali, che tuttavia se previsti possono essere gestiti o in parte attutiti nei loro effetti purtroppo più negativi, ma vedo anche tante realtà, italiane come multinazionali, che sono vere e proprie eccellenze in termini di risultati, capacità professionali, know how e non da ultimo crescita di una corretta cultura del lavoro sul territorio in cui operano.
Se do uno sguardo al mondo della formazione, professionale come di livello universitario, vedo un’offerta finalmente diversificata, e che dopo anni di isolamento comincia a parlare con le necessità del territorio in cui sono ospitate.
Se do uno sguardo alla macchina pubblica, forse a volte fin troppo bistrattata, vedo invece spesso funzionari e professionalità che cercano quotidianamente di garantire al meglio il loro servizio anche quando budget e limiti di spesa impongono radicali scelte nella capacità di determinare una corretta offerta di servizi.
Se, infine, do uno sguardo al fattore di tranquillità sociale, non mi sfugge che a parte la diffusione a macchia (a volte per territori, a volte per motivi contingenti) di situazioni a rischio, di fatto il nostro è un territorio che sostanzialmente continua a garantire valori di adeguata sostenibilità.
Il tutto, per gradire, in un paesaggio che mezzo mondo ci invidia (ancora ricordo lo stupore di colleghi giapponesi quanto americani, ma anche degli italianissimi amici delle metropoli), per la capacità di passare dalla neve al mare, e diamine, con costi di assoluta convenienza.
Guardo tutte queste potenzialità, guardo alle nostre organizzazioni, alle nostre aziende, piccole e/o grandi che siano, alle iniziative di territori che si inventano quotidianamente qualcosa per rilanciare il proprio sviluppo (ammiro in questo la forza degli aquilani, che tra mille difficoltà, non mollano mai…coraggio siete solo da ammirare!), guardo alla autenticità di persone, rappresentanti di aziende e istituzioni, comuni cittadini che qui ancora credono e tanto in quel che fanno, giorno dopo giorno.
E allora mi chiedo, dov’è quel bottone che, come mi insegna mia figlia, fa fare un salto avanti, da subito…perché sono sicuro, che c’è.
Perché questa è la pista potenzialmente più adatta.
Non so darmi una risposta, ma so di poterla e doverla cercare, io come tanti altri che teniamo al nostro territorio e alle organizzazioni dove rivestiamo un ruolo di responsabilità anche e soprattutto verso le prospettive di altri. Un dettaglio, si fa per dire, da non dimenticare mai.
E se una risposta cerco allora di immaginare, mi viene in mente che solo mettendo a fattor comune, coordinando, creando trasversalità/rete tra e per le necessità diffuse, ecco solo facendo continuamente e sempre meglio questo continuo esercizio, allora forse la risposta o le risposte vengono da se.
Torno alla mia agenda, al mio giorno per giorno, al mio quotidiano sforzo di miglioramento per me e per l’organizzazione per cui lavoro, convinto che le due cose sono strettamente correlate. Vedo gli appuntamenti, che scorreranno veloci nella mia giornata, e penso che se comincio da li, dal cercare trasversalità nelle condivise necessità mie (della mia organizzazione) e dei miei interlocutori, ecco magari ho messo una prima lettera nella risposta che cercavo, e se faccio loro capire che questo percorso può essere intrapreso anche da loro con i loro ulteriori interlocutori, magari anche la seconda lettera.
E più tardi, quando sento il collega che lavora dall’altra parte della Regione, gli chiedo se “ ….vogliamo metter su un bel progetto di formazione finanziata sulle professionalità necessarie nei prossimi tre anni assieme a quel valido funzionario dell’ufficio lavoro che conosciamo entrambi, che lui si conosce la normativa molto bene e si aggiorna continuamente, magari coinvolgiamo pure un paio di scuole/università che pur distanti tra loro, ormai lavorano su avanzati sistemi di formazione a distanza… e…e …insomma vediamo chi può darci una mano a portare avanti il progetto, e magari estenderlo… a nuove necessità del territorio, proviamo un po’ a sentire le associazioni datoriali, artigianali, i servizi… dai che fa bene alle nostre aziende, al nostro territorio, e magari prima di tutto a quelle persone che, al primo lavoro o in riqualificazione, grazie a quell’intuizione avranno un futuro. E forse ci aiuteranno a credere un po’ di più che qui le potenzialità ci sono, eccome”.
E’ pomeriggio tardi quando chiudo l’outlook, non sono certo di aver rispettato tutti gli impegni (ecco, un vantaggio rispetto alla solerte segretaria, che già mi avrebbe più volte ripreso), ma di una cosa sono certo. Ho immaginato una parte del domani che vorrei, che è già come esserci, in parte. Da Manager si, ma anche e soprattutto da persona che vede le tante potenzialità del nostro territorio.

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