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P.I.T: PENSIAMOCI BENE

di ANTONIO CAPPELLI

 

Nel riparto delle risorse finanziarie destinate alle aree depresse, all’Abruzzo è stato destinato il 4,31% del totale disponibile. Una percentuale pari a 718 miliardi, di cui circa 168,3 destinati ai tre Programmi Integrati Territoriali (PIT) dell’Aquila. Una somma approssimativa, calcolata a tavolino, dal momento che il quantum reale sarà deciso solo in base alla qualità dei Pit: se e in che misura i nostri programmi saranno ritenuti “cantierabili” dalla Ue dipenderà solo dalla capacità progettuale degli addetti ai lavori.

Le strade possono essere sono due, la prima deprecabile, la seconda auspicabile: finanziare le singole imprese; investire tutto in un grande progetto su un settore preciso.

A conti fatti, e sempre a tavolino, nel primo caso a ciascuna azienda, già esistente o costituenda, toccherebbe ben poca cosa: una goccia nel mare per la piccola e media impresa, una inezia – in termini di ricaduta occupazionale – per la micro impresa. Comunque, si tratterebbe di un investimento incapace di risollevare le sorti del nostro comprensorio, nel quale il tasso di disoccupazione presenta ben tre punti percentuali in meno rispetto a quello medio della regione, e almeno 5 rispetto al nazionale.

La seconda strada, invece, così come consigliato anche dalla stessa Ue, vede un progetto in grande, che investa un’area intera, nel quale ruotino i singoli progetti: l’investimento ad personam non ha senso in sé, ha invece ragion d’essere se inserito in una rete di imprese che abbiano tutte un medesimo obiettivo, che siano, cioè, le braccia esecutive di un disegno a monte. E il problema, come prevedibile, è proprio nel disegno a monte.

La Regione, e con essa le Province, devono dimostrare, adesso e subito – dati i tempi strettissimi per la presentazione dei Progetti – una grande capacità di progettualità e di coordinamento che, se verrà meno, segnerà ancora una volta un arretramento irreparabile.

In questo condividiamo gli orientamenti di Bruxelles che, a fronte del Docup appena esaminato, ha già rilevato la mancanza della individuazione delle aree di intervento, sia territoriale che settoriale, sulle quali disegnare la mappa dei Progetti Integrati. Se non si procede alla individuazione dell’area che si intende sottoporre allo “sviluppo forzato” e, quindi, alla progettazione di un intervento definito negli obiettivi e negli strumenti, si rischia la dispersione delle risorse e, con essa, un facile opportunismo da parte degli attori locali.

Nello specifico, per quanto riguarda la provincia dell’Aquila, sappiamo che il problema più grave è rappresentato dalle zone interne,

sottoposte ad una rarefazione della popolazione ben al di là della media comunitaria e regionale; con un livello di invecchiamento che arriva fino al 50% dei residenti, ed una presenza umana precaria per le alte mortalità, emigrazione e scarsissima natalità.

Proprio in queste aree, però, insiste una domanda turistica sempre crescente che, se strutturata in un Programma Integrato, può risolvere l’annosa, se non secolare, spina nel fianco dell’Abruzzo montano. Così, e non altrimenti, potremmo cominciare a sognare un grande piano di sviluppo turistico nel quale articolare l’azione delle micro imprese, strumenti di un’orchestra che suona la stessa musica.

Da tenere in conto, in questa dimensione, sono anche altri due fattori: la possibilità di arrivare ai fondi POR dell’Obiettivo 3, le cui azioni possono essere intrecciate ai FSE disponibili per i PIT; e la possibilità di rimodulare la ripartizione tra Assi e Misure in modo da privilegiare i settori e le tipologie di intervento maggiormente capaci di innescare un processo di crescita reale e duraturo.

La tutela e la valorizzazione del patrimonio ambientale, storico e culturale altro non sarebbero che la risposta alle esigenze imprenditoriali di un territorio che fino ad oggi è rimasto abbandonato all’iniziativa privata di pochi, mai sostenuti, e ancor meno “contestualizzati”, da una politica attenta ai segnali che vengono dal basso.

Un Programma Integrato che individui obiettivi selezionati di sviluppo del territorio e che esalti le vocazioni dello stesso è destinato a cogliere al meglio le potenzialità dello sviluppo locale e, quindi, il favore dell’Unione Europea. Ma sarà la Regione a dover elaborare l’idea guida che i singoli attori indicheranno e la strategia del progetto che dovrà inserirsi in un contesto ampio, fatto di azioni organiche e integrate in osmosi continua. Nella sostanza, dovrà guardare il lavoro delle province nel suo insieme e, all’interno di ciascuna, i singoli PIT, affinché nessuno si muova di vita propria, ma sia parte del tutto.

Solo pensando ad un programma unitario si può compiere quel “salto” economico che la Ue chiede ai PIT: trascurare questo aspetto significa non adempiere alle indicazioni formulate dall’Unione e disperdere (qualora ci venissero concesse!) le già scarse risorse.

Queste “nuove” misure approntate per lo sviluppo delle aree depresse non vanno confuse con le leggi di finanziamento dell’imprenditoria, come quella sui parchi, quella femminile o giovanile… poco capaci di per sé di “smuovere” un intero sistema economico, ma devono essere interpretate come l’occasione per recuperare intere zone, quelle depresse, appunto, attraverso la creazione di un intero sistema autofunzionante e autopropulsivo. Non si tratta di mettere in piedi una, due o dieci ditte individuali. Sarebbe un fallimento, nonché il sistema giusto per ricevere un secco “no” dalla Commissione Europea. E non credo di sbagliare pensando che, forse, corriamo proprio questo rischio, giacché la stessa Commissione ha già colto la scarsa progettualità all’interno del Docup nella parte relativa alle Linee guida per la predisposizione dei PIT. Non è sfuggito, infatti, ed è stato subito annotato negli Orientamenti rivolti alla Regione, era «del tutto assente una quantificazione degli impatti attesi per ciascuna misura, anche in modo del tutto orientativo e non esaustivo». La verità è che la coerenza della ripartizione delle risorse tra i quattro Assi non è apprezzabile perché nessuno aveva, ed ha ancora, neanche un’idea vaga di quello che si dovrà fare, e come.

La Regione deve costruire subito una strategia che investa tutto l’Abruzzo, delle linee di intervento (territoriali, settoriali e di filiera) e dei metodi (concertazione, collaborazione pubblico – privato) all’interno dei quali inserire i Progetti integrati. Non sarà facile, considerato anche il campanilismo che più di tutti ha già penalizzato la doverosa “lungimiranza” del neonato Docup, porre in essere un «complesso di azioni intersettoriali, strettamente coerenti e collegate tra di loro, che convergano verso un comune obiettivo di sviluppo del territorio con un approccio attuativo unitario». Non è un caso che, a soli pochi giorni dalla fatidica scadenza per la consegna dei programmi, non fosse stato ancora individuato il territorio destinatario delle iniziative e delle azioni che dovrebbero (ri)svegliare le potenzialità latenti e/o presenti.

Benvenuta, a questo punto, la sospensione dei termini per la presentazione dei P.I.T. disposta dalla Giunta Regionale in attesa che, terminata la trattativa con la U.E. e delineate le linee definitive a cui il Docup Abruzzo dovrà attenersi, possano essere redatte le nuove “linee guida”.

Da ultimo, ma non meno importante, una considerazione. Non sarebbe il caso di rivalutare attentamente l’ammontare o la distribuzione stessa delle quote nel riparto delle risorse finanziarie per le aree depresse? Quel 4,31% è un po’ risicato.

 

 

L’AREA DI CRISI NON PAGA

Pensiamo al 2003 e perseguiamo le agevolazioni dell’87.3.c

 

L’Aquila area di crisi. Suona più come slogan che come progetto da sottoporre all’Unione Europea. Per un motivo semplice, sul quale abbiamo avuto a (ri)dire già qualche edizione fa.

In poche, pochissime parole, la considerazione è la seguente: perché mai la Ue, dopo averci ritenuto troppo ricchi per l’87.3.c, dovrebbe ora riconoscerci talmente poveri da concordarci il canale privilegiato approntato per le situazioni di eccezionale gravità? Canale il cui accesso, per atro, è già di per sé difficile in considerazione, appunto, dell’eccezionalità della misura? E’ vero che la condizione del comprensorio aquilano è ormai drammatica e che promette di volgere ancor più al peggio. Ma è vero che questa medesima situazione esisteva anche quando la Regione non è riuscita (o non ha voluto) a vincere la battaglia per L’Aquila che, infatti, è rimasta tagliata fuori dai benefici della deroga. Cosa è cambiato a soli sei mesi dalle decisioni europee? Niente. Non si è mosso niente che possa far muovere l’Europa in nostro soccorso. Bisognava pensarci prima, e l’abbiamo già detto su queste colonne, bisognava darsi da fare per spuntarla così come hanno fatto le altre province abruzzesi. Adesso, inventare l’area di crisi a qualcuno potrebbe sembrare in odore di campagna elettorale.

Perdere tempo dietro alle chimere non è la scelta migliore. Cioè, non lo è per il bene della città. Il bene della città, adesso, sta nel perseguire seriamente l’87.3.c in vista della revisione del 2003. Tutto qui, senza fronzoli né voli pindarici.

Che ora si parli di area di crisi dà ragione a noi che lanciammo il grido d’allarme – denunciando il disinteresse dei nostri rappresentanti politici – già all’inizio dello scorso anno. E si, perché se siamo poveri “in modo eccezionale”, a maggior ragione lo siamo per l’87.3.c. Dunque, non vedo la ragione per cui non perseguire la strada della revisione, percorso meno incerto e in generale più accessibile, perché disegnato ad hoc per tutti gli interventi nelle singole regioni.

Non perdiamoci in un bicchier d’acqua e agiamo con lungimiranza.

Giuliano Giuliante

Vicepresidente di Giunta della Provincia dell’Aquila

A fine marzo abbiamo avuto una prima riunione per individuare gli elementi essenziali che caratterizzano il momento critico che sta attraversando l’Aquila:

una serie di fabbriche stanno chiudendo per problemi strutturali interni o per l’aumentato costo del lavoro (le contribuzioni sono venute meno e, con esse, le commesse hanno subìto una flessione). Ada/Alenia, Calzaturificio,Finmeccanica stanno a testimoniare la crisi.

Si tratta, dunque, di rimettere in piedi l’economia locale.

E a fronte di questo, la Regione ha richiesto lo stato di crisi del comprensorio dell’Aquila per ritornare ad avere contribuzioni tali che rimettano le aziende sul mercato in maniera competitiva.

La Provincia, da parte sua, sollecita una soluzione in tal senso e remerà nella direzione dell’area di crisi. Qualcuno ha pensato di interloquire ancora con Finmeccanica che, nella crisi aquilana, è ormai una costante. Si pensi, infatti, alle operazioni Ada e Calzaturificio aquilano (entrambe gestite maldestramente) con le quali Finmeccanica ha fatto una delle più grosse operazioni finanziarie dell’Aquila: ha smembrato uno stabilimento, ha perso i lavoratori, si è inventata l’Ada e il Calzaturificio che non sono mai decollati, ha avuto i contributi per superare le tensioni dovute alla perdita di posti di lavoro e, alla fine, ha messo in moto un meccanismo che per dieci anni ha paralizzato la città. Tuttavia, in considerazione del fatto che la storia dell’Ada è una storia di corsi di formazione e che, per questo, i lavoratori sono stati riqualificati, sarebbe il caso di reinvestire la loro forza lavoro in un nuovo progetto che, attraverso una Finmeccanica più seria e impegnata, potrebbe rimettere in moto il meccanismo intero. Insomma, Finmeccanica ha la struttura, le macchine, la forza lavoro e, addirittura, anche delle commesse “in itinere” che stanno rischiando di essere indirizzate nelle zone dove il costo del lavoro è più basso. Così si potrebbe rimettere in moto un percorso ripescando quelle commesse e facendo ripartire, questa volta seriamente, una attività produttiva intorno a Finmeccanica.

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