Ultime Notizie
HomeTutte le agenzieL'industrialeNUOVI STRUMENTI URBANISTICI IDEE PER UNA NUOVA CITTA’

NUOVI STRUMENTI URBANISTICI IDEE PER UNA NUOVA CITTA’

di FABIO ANDREASSI

 

Il desiderio di parlare con tutti nasce dall’asfissiante constatazione che solo per chi opera quotidianamente nella realtà conta esclusivamente la sostanza delle cose e non delle parti, oltre che dalla coscienza che i principi generali di pianificazione urbanistica e di governo pluriscalare dell’economia non sono riconducibili a semplici pretesti di politica partigiana.

 

 

 

IL PROBLEMA

 

 

Vorrei partire dalla definizione di Architettura che J. Lang scrisse nel lontano 1982, quando vigevano altri paradigmi: “L’Architettura non è l’espressione di una società, come si dice sovente, ma quella dei poteri che la dirigono”.

Le conseguenze di tali considerazioni sono sotto gli occhi di tutti. La democrazia imperfetta del periodo 1945-92 ha causato in definitiva una grave trasformazione fisica del nostro ambiente secondo logiche prevalentemente speculative ed in assenza di un controllo intellettuale e politico adeguato.

Così il nostro territorio, tra i più sovraccarichi di storia del mondo, ha subito una violenza talmente indiscriminata e continuata nel tempo, da renderlo in gran parte privo di spazi resi antropici da un equilibrato e reciproco scambio di valori tra uomini e natura.

Dei 8.610 Comuni italiani, 2.684 hanno un cuore antico di fondazione romana o preromana, mentre 4.164 sono stati fondati tra 800 e 1300 d.c.

Solo la recente riconosciuta “fragilità del paesaggio” ha consentito alla disciplina urbanistica più avanzata di abbandonare le logiche operative d’uso comune fino a ieri, e di formare nuovi operatori coscienti di tale “fragilità” e dotati di metodi, idee e strumenti innovativi.

Tocca a loro recuperare le storture di 50 anni d’assenza d’alternanza: distruzione dei valori antichi, paura di attivare strumentazioni moderne, disinteresse verso l’aggressione speculativa del territorio.

La progettazione dell’ambiente, non più condizionata da equilibri politici ultra decennali, può in tal senso essere la futura via per creare nuovi equilibri tra cultura e politica, consentendo così di ritrovare il cosiddetto “senso della bellezza”.

Molti degli strumenti normalmente in uso dalle Pubbliche Amministrazioni (in seguito P.A.) hanno danno frutti di molto inferiori alle migliori esperienze fatte in Italia, a dimostrazione del distacco fra cultura operante ed apparati pubblici, apparati ove imperano le collaborazioni estemporanee, addomesticate, astratte o di facciata. Ma non è tutto nero.

Interessanti sono le esperienze fatte a Torino nel 1994 per il nuovo piano regolatore, a vantaggio di un innovativo disegno urbano, ed a Venezia e Napoli lo scorso anno per l’adozione di una serie di varianti parziali, a vantaggio di una stretta vicinanza tra la fase progettuale a quella della realizzazione.

 

 

LE PROSPETTIVE.

 

E’ necessario prima di tutto accettare idee nuove ed all’avanguardia.

Idee che troveranno ovviamente la resistenza di chi vuole, più o meno inconsciamente e pigramente, conservare il proprio status.

Uno dei settori di sviluppo che caratterizzerà nell’immediato futuro la re-antropizzazione dell’ambiente, oltre che essere frutto principe dei nuovi paradigmi, è il riconoscimento da parte degli operatori illuminati del concetto di soglia.

Dal concetto di progresso illimitato tipico degli uomini del XX secolo, si passerà nel XXI secolo al concetto di progresso limitato, con la conseguente rinaturalizzazione del pensiero umano nell’ottica di una “nuova alleanza” tra uomo e natura. (vedi Progogine, Bateson, Morin ed altri).

E’ quello che si può condensare lo “sviluppo sociale sostenibile”.

Una tale strategia, facilmente attuabile in un tempo assimilabile ad un doppio mandato elettorale, può caratterizzare la reinterpretazione di tutta la città costruita e del suo territorio, ponendola in tal modo all’avanguardia nel panorama europeo.

 

 

LA SOLUZIONE.

(o una delle soluzioni)

 

Tralasciando le dirette conseguenze nell’architettura di questa rivoluzione dolce, e saltando volutamente tutte le considerazioni urbanistiche di scala intermedia, desidero andare direttamente al sodo ed analizzare quali possono essere gli strumenti urbanistici capaci di modificare il deficiente stato urbano attuale, e di rispondere in maniera seria alle nuove frontiere solamente accennate in precedenza.

Tra essi il cosiddetto perequativo può essere uno dei grimaldelli capaci di far riacquistare il ruolo di costruttori di città agli operatori economici, agli urbanisti ed ai politici senza l’introduzione di droghe finanziarie esterne al sistema.

In tal modo si adottano strumenti urbanistici attuativi che consentono una crescita urbana con il sostanziale utilizzo di capitali finanziari interni, garanti, questi, d’efficienza eco-nomica, eco-logica e d’equità sociale.

In poche e schematiche parole la P.A., tra le molteplici scelte di piano, rende noto per ogni determinato terreno la posizione, all’interno del sito, del futuro intervento edilizio, l’entità del premio (di cubatura, di destinazione, ecc.) e la relativa contropartita (finanziaria, opere d’urbanizzazione, parte dello stesso terreno).

Vantaggi per la P.A.: acquisizione di terreno senza esborso d’ingenti capitali finanziari con la possibilità di incrementare il patrimonio di preziosi suoli urbani e di reinserirli nella pianificazione e nella economia locale, riduzione dei conflitti d’interesse tra pubblico e privato derivanti dalle scelte di piano, riduzione del dannoso incremento delle rendite con il consequenziale blocco dell’acquisizione dei terreni (vista anche l’esperienza delle procedure d’esproprio), riqualificazione la città con un disegno della sua parte solida preventivamente dichiarato.

Vantaggi per il privato: incamerare il doppio plusvalore in seguito alle scelte di piano (destinazione e premio).

 

 

COMMENTO.

 

Vorrei partire da un difetto storico dell’attuale pianificazione: limitare, a vantaggio di alcuni ed a svantaggio di altri, la quantità di terreno destinato all’edificazione per raggiungere l’interesse generale.

Il fortunato incamera così tutto il plusvalore. Lo sfortunato attende.

Con il perequativo invece la dichiarazione d’edificabilità ed il relativo premio avvengono in cambio di qualcos’altro che può essere, di volta in volta, cessione d’aree, opere d’urbanizzazione, contributi finanziari.

Il tutto con un reale beneficio sociale netto e senza incidere nel bilancio comunale.

 

A rigor di logica:

per la nuova edificazione è da preferire la cessione del terreno alle altre due possibilità, per evitare un evidente incremento dei costi complessivi dell’intervento e un innalzamento della soglia d’accesso;

per l’esistente è da preferire una calibrata valutazione della cessione di volume o di superficie, del contributo finanziario e delle opere d’urbanizzazione.

 

Per ambedue i casi, bisogna considerare l’handicap che detta valutazione deve contenere per assorbire la variazione nel tempo delle esigenze sociali e del mercato, ed evitare la fissità della definizione del “quanto” fatta in sede di scelte di piano (bisogna adottare una semplice matrice).

E’ interessante rilevare che, differenziando il “quanto” ed il “quando”, è possibile incentivare o disincentivare lo sviluppo in particolari zone di dichiarata priorità pubblica, per modificarli solo quando si sono raggiunti gli obiettivi di partenza (ad esempio aver raggiunto il cosiddetto “effetto città”, tra l’altro parametrizzabile).

Assegnare alla P.A. la prima fase della progettazione urbanistica attuativa (per l’evidente fallimento delle lottizzazioni convenzionate con la cessione d’aree senza un disegno urbano complessivo), e rifiutare la logica dell’acquisizione pubblica dei terreni (per l’evidente lentezza e sostanziale inefficacia della legge sugli espropri), sarà possibile solo con una serena, pulita e popolare P.A. che, forte di detti aggettivi, può tornare a disegnare la propria città.

Interessante è l’esperienza spagnola dove tutto il Piano Generale è calibrato con il perequativo, e dove si spalma il profitto urbanistico medio su tutti i suoli pianificati, in modo da consentire l’equa distribuzione del diritto edificatorio proporzionale solo alla superficie posseduta.

A carico dei proponenti sono tutte le opere d’urbanizzazione primaria e secondaria, con la relativa la cessione gratuita dei terreni a vantaggio della collettività, che si così ritrova grandi quantità di terreno urbanizzato e pronto per essere reinserito nel circuito decisionale senza accedere alla procedura d’esproprio. Il limite di ciò è nella sostanziale insensibilità del profitto urbanistico medio alla rendita di posizione, cioè alla più o meno appetibilità del terreno in funzione della sua lontananza dal centro o dai centri.

Interessanti sono le sperimentazioni italiane fatte a Ravenna, Torino, Misano Adriatico, Casalecchio di Reno per quanto sia nella nuova edificazione, che nel recupero e la riqualificazione dell’esistente.

 

Certamente l’esperienza italiana del passato non ci consente ottimismo, ma certamente il riordino ambientale è il banco di prova più evidente per i nuovi politici della seconda Repubblica,

Per concludere vorrei riproporre una dichiarazione di un ministro ed uomo di cultura della prima metà di questo secolo che in sede di bilancio del suo operato disse: “Sdegnosi della formula dei padri, secondo la quale la politica è l’arte del possibile, operammo come se la politica fosse l’arte dell’impossibile, del meraviglioso”.

Print Friendly, PDF & Email

Condividi