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Nasce il primo documento nazionale stipulato a livello provinciale Confindustria firma l’accordo per il Tac

Un accordo per fare fronte alla crisi dei settori tessili, abbigliamento e calzaturiero dell’Abruzzo è stata sottoscritta da Confindustria, Confapi Abruzzo e Cgil, Cisl, Uil, Femca, Filtra, Uilta. Con il documento, il primo stipulato con la Regione in materia riservata allo Stato, si faranno salvi i posti di lavoro a rischio, grazie alla deroga della legge sugli ammortizzatori sociali, deroga che consente la Cassa Integrazione e la Mobilità anche alle aziende del settore che abbiano meno di 15 dipendenti (al momento in cui andiamo in stampa la Ue sta provvedendo alla copertura finanziaria, dal che dipende la concessione della deroga).

A seguire le trattative per Confindustria c’è stato, oltre alla struttura della Federazione guidata dal suo direttore Giuseppe D’Amico, Francesco MancinI, Presidente della Piccola Industria di Chieti, che ha già dato prova di sé in un progetto di notevole interesse portato avanti con un duro lavoro di circa un anno con la Provincia di Chieti. (un patto per lo sviluppo e la competitività del territorio provinciale realizzato tra Assindustria Chieti e Cgil, Cisl, Uil e Ugl con la collaborazione tecnico/scientifica dell’Università G. D’Annunzio, facoltà di Economia, patto che per la sua originalità e consistenza tecnica è sotto esame della Commissione Europea sul dialogo sociale come “buona pratica”).

 

Una meta raggiunta o una fase interlocutoria?

Entrambe, anche se siamo ancora in attesa che la Ue si pronunci sulla copertura finanziaria. Sembra che sia tutto a posto, ma senza copertura non andiamo da nessuna parte e addio deroga e accordo!

Ad oggi posso dire che è una meta raggiunta, perché far finire sulla strada famiglie intere avrebbe fatto male all’economia di tutta la regione, e avrebbe avuto ripercussioni su ogni settore finendo di inasprire la crisi in atto; e perché ottenere la deroga alla legge sugli ammortizzatori sociali era tutt’altro che facile. Poi, c’è da prendere in considerazione anche un altro aspetto di non poco conto: è la prima volta che tutti i sindacati ed i rappresentanti delle categorie datoriali e delle Istituzioni riescono a fare un lavoro “concertato”, portando a buon fine un documento congiunto difficile di per sé. Personalmente reputo il fatto una prova d’orchestra. E qui vengo alla seconda parte della sua domanda. Ritengo l’accordo una pietra miliare per costruire interventi successivi di tipo strutturale: in Abruzzo non siamo ancora rodati per programmi a lungo termine, per progettazioni che coinvolgono tutti i settori e tutte le parti sociali. Per cui andava verificata una disponibilità al dialogo e un’attenzione al problema tutt’altro che scontati.

Che altro c’è in quell’accordo di particolare rilievo?

C’è il fatto che siamo compatti nel far presente all’Unione Europea che in Abruzzo il Tac è il settore al primo posto tra le attività abruzzesi, e che esso assorbe il maggior numero di occupati: ragion per cui la crisi tocca OLTRE il 20% dei lavoratori. Da ultimo, siamo al quarto posto in Italia come rapporto di occupati! La circostanza assume un significato particolare laddove si consideri che potremmo ottenere che ci venisse applicata la “procedura di dipendenza dal settore”, così come è già avvenuto per altre regioni d’Italia.

Poi e’ previsto un rilancio competitivo che deve andare di pari passo con le iniziative europee previste per l’attivazione delle clausole di salvaguardia. Tale rilancio passa, inoltre, attraverso coordinate politiche industriali che prevedono strumenti di sostegno per l’occupazione e la riorganizzazione e riconversione industriali; oltre al breve periodo ci sono anche strumenti per il medio e lungo periodo: iniziative di sviluppo della qualità, dell’obbligatorietà dell’etichettatura di origine necessaria per la valorizzazione delle imprese locali, e forme che aiutino l’aggregazione delle PMI per meglio competere sui mercati internazionali.

E sulle politiche industriali?

Abbiamo predisposto alcuni meccanismi per incoraggiare l’innovazione e l’internazionalizzazione. Per esempio, poiché in Italia non esiste una legislazione che incentivi la ricerca, abbiamo previsto incentivazioni per ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico con sgravi e bonus fiscali che consentano maggiori interazioni tra le imprese e il mondo della ricerca. L’obiettivo è quello di dare maggiore “valore aggiunto” ai prodotti locali ed evitare che gli imprenditori vadano altrove a fare ricerca o delocalizzino per ridurre i costi.

Sull’internazionalizzazione, invece, siamo stati sensibili al tema della pressione fiscale. Per cui abbiamo provveduto ad inserire lo strumento del credito di imposta… almeno, In questo modo, tutti i costi sostenuti SAREBBERO detratti dalle imposte. Guardando più in là, vedo sull’argomento la possibilità di raccordare E COODINARE le incentivazioni di tutti gli Enti, Camere di Commercio, Ice…, in modo che l’imprenditore possa intraprendere azioni più precise e di più ampio respiro.

Insomma, sono abbastanza soddisfatto e, ora, penso a come implementare e mettere a frutto l’intesa raggiunta con le parti sociali. (mpi)

 

 

Il made in… altri Paesi

 

di MARIA PAOLA IANNELLA

 

Quasi sempre le cose si fanno per gradi, piano piano, ancor più quando si è poco avvezzi alla progettazione per cultura, soprattutto politica.

E con l’accordo del Tac è andata così. Subito sono stati salvati i posti di lavoro e si è così evitata una crisi immediata del settore, che avrebbe contratto i consumi su tutta la regione espandendosi a macchia d’olio. In un secondo momento si metterà mano a qualcosa di strutturale, prima del quale era innanzitutto necessario stabilire e verificare l’esistenza di una coesione sociale ed istituzionale intorno al problema. La coesione c’è, perché per la prima volta tutte le parti sociali, nessuna esclusa, si sono sedute allo stesso tavolo ed hanno firmato un documento congiuntamente, dopo aver lavorato a ritmi serrati per ben tre mesi.

Dunque, il fatto dovrebbe autorizzarci a pensare che forse ci sono le premesse per proporre un progetto di sviluppo destinato a ribaltare l’approccio e, perché no, consentire finalmente alle nostre imprese di diventare realtà multinazionali, in grado di occupare stabilmente posti dignitosi nelle graduatorie mondiali. Altre chance non ci sono, piccolo è bello ha fatto il suo tempo, al piccolo per crescere non ci crede più nessuno, e continuare a fare il serbatoio di subforniture per terzi ci terrà sempre con la corda del capitalismo assistito attorcigliata attorno al collo.

La storia parla da sé: nei settori nei quali le nostre aziende sono state anticipatrici o eccellenti, oggi siamo quasi inesistenti: nel sistema moda, nell’alimentare – tanto per citare i settori tradizionali – veniamo dopo Francia, Svezia, Spagna, America, Svizzera, Paesi nei quali le società hanno avuto la capacità di farsi sempre più grandi, investendo su formazione, ricerca, innovazione.

Scegliere di avviare un progetto per il quale le imprese si sentano in condizione di investire su se stesse è l’unico modo per invertire la rotta, E dismettere l’epopea del “made in Itay, in Abruzzo, in Teramo, …” e dei distretti significa riconoscere – con l’obiettivo di non ricommettere lo stesso errore di qualche anno addietro – che non abbiamo un apparato produttivo forte, una classe manageriale formata per la competizione mondiale. Dobbiamo trovare la strada per un sistema stabile di crescita (e la caratteristica odierna del distretto è proprio la sua instabilità) e non contare più e soltanto sul patrimonio di originalità e creatività – che ha affermato i nostri distretti con eccellenza ed anticipo su tutti i mercati facendo la nostra fortuna – perché quell’eredità storica si è consumata, giustamente soggetta ad esaurimento quando spesa e mai rigenerata. La formazione professionale e culturale non è stata mai rinnovata in modo tale che essa potesse ricostituire lo stock ereditato nei secoli di capacità di produrre, di avere gusto e di provare orgoglio del proprio sapere. Anche perché la “Terza Italia” ha scelto la strada del laureato di casa in luogo delle scuole professionali, generando così dei piccoli americani che però non avevano le aziende manageriali degli States, bensì una nanoazienda a metà tra l’artigiano e la memoria dei secoli di contado. NOI medesimi dobbiamo credere alla possibilità di ricostruire il giacimento di conoscenza ereditato da una cultura artigianale che tutto il mondo ci invidia, investendo su di esso fino a strutturare un patrimonio di capacità manageriali di sfruttamento di altre vene.

Pensare di poter continuare a vivere di rendita – quale è la remunerazione che viene da risorse scarse perché esauribili (sia rendita già esistente, che da ricercare, come nei campi della finanza, dei settori monopolistici lasciati ai privati dallo stato…) – significa non credere, noi per primi, nel nostro futuro, e riconoscere all’affermazione delle nostre aziende un carattere puramente transitorio, affidato a fattori accidentali, Non è un caso se abbiamo imprenditori ricchi e industria povera, sempre più povera.

La rendita cessa, forse è già cessata, e va riprodotta. L’industria vive di accumulazione di risorse riproducibili, e se quello che abbiamo consumato fino ad ora non è riproducibile, fino ad ora non abbiamo fatto industria.

La parabola dei distretti e del “made in…” sta tutta qui. Mettiamoci sulle spalle delle nostre nanoaziende e cerchiamo di guardare oltre confine.

 

 

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