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Mondo. Perché l’economia arranca se le borse corrono? Tre possibili spiegazioni

Perché l’economia mondiale fatica se le Borse corrono (+190% in sei anni)? E’ questo l’interrogativo che si pone il Sole 24 ore in un approfondimento di Enrico Marro. Dal marzo del 2009 i listini hanno messo a segno performance a tre cifre, ma la crescita reale e l’occupazione arrancano. E’ la “nuova normalità”? Guardando la Storia alle nostre spalle, è evidente che la crescita economica si deve a due fattori principali, il primo dei quali è la demografia. Una popolazione giovane, che aumenta di numero e consuma, allarga il mercato di prodotti e servizi. Oggi però la demografia, da sempre motore di sviluppo, è diventato un potente freno. Sì perché ora la tendenza generale è quella all’invecchiamento: secondo stime delle Nazioni Unite, in appena 60 anni (dal 1990 al 2050) l’età media della popolazione mondiale aumenterà del 46%. E’ un fenomeno unico nella storia dell’umanità, che porta una fascia sempre maggiore di individui a uscire dall’età lavorativa. E quindi a non produrre. Soprattutto in Europa (e in particolare in Italia), ma anche nei Paesi emergenti, con la stessa Cina che ha imboccato la via dell’invecchiamento demografico. Ovvio quindi che, se c’è meno gente che lavora e produce, l’economia non cresce. E questo è solo il primo “freno”. L’altro grande motore dello sviluppo economico, nella storia dell’uomo, è stata la tecnologia. Dalla scoperta del fuoco alla rivoluzione industriale, le innovazioni hanno sempre portato prosperità. Ma oggi è ancora così? Il tema è controverso. Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, docenti al MIT e autori del famoso saggio “Race against the machine”, hanno scritto che nei primi dieci anni del terzo millennio – quelli del trionfo dell’information technology – l’occupazione mondiale è scesa dell’1%. Mentre negli ultimi due decenni del Novecento era aumentata del 20%. C’è poi un altro elemento importante, sottolineato tra gli altri dal Nobel Edmund Phelps: la tecnologia oggi non si traduce in aumenti di produttività del lavoro, non almeno come nel glorioso XX secolo (in particolare negli anni Sessanta). Tutto questo comprime gli stipendi e, di conseguenza, i consumi.
La “forbice” tra ricchi e poveri sta aumentando quasi dappertutto. E’ un dato di fatto. Ma la brutta notizia è un’altra: dal Nobel Joseph Stiglitz al trendy Thomas Piketty, fino all’austero Fondo Monetario, fior di economisti hanno dimostrato che l’aumento degli squilibri nella distribuzione del reddito uccide la crescita. Sì, perché la propensione al consumo dei ricchi è, in proporzione, minore di quella dell’ormai moribondo ceto medio. Quindi nei Paesi dove la forbice tra ricchi e poveri si allarga, i consumi tendono a scendere. Mentre una middle class ampia e resa potente da un’equilibrata distribuzione dei redditi aiuta la crescita del Pil. Ma la classe media sopravviverà alla “nuova normalità”?

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